MEETING 2014/ “Il destino troverà la strada”: chi ha compiuto la profezia di Virgilio?

Anche quest’anno l’associazione Zetesis è al Meeting di Rimini e propone un percorso di lettura dei testi classici dal titolo “Il destino troverà la strada”. MORENO MORANI

27.08.2014 - Moreno Morani
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Il destino troverà la strada. Fata viam invenient. È il titolo che abbiamo dato alla lettura di testi che presentiamo al Meeting di quest’anno. L’evento è curato da Zetesis, un gruppo di docenti che da anni si occupa attivamente dello studio dell’antichità classica e dei suoi riflessi nella cultura contemporanea. La frase si rifà a un passaggio dell’Eneide virgiliana: “Il destino troverà la strada e Apollo invocato si farà presente”. 

Gli dèi hanno assegnato a Enea, nel momento in cui fugge da Troia conquistata e data alle fiamme dai Greci, il compito di costruire nel Lazio una nuova città dalla quale discenderà Roma e la sua gente, ma egli si trova continuamente di fronte a ostacoli che gli impediscono la realizzazione di questo progetto, e in luogo di avvicinarsi alla meta sembra che continuamente se ne allontani. Nel corso della sua peregrinazione lunga e faticosa Enea incontra il cugino Eleno, sacerdote di Apollo e dotato di virtù profetiche, che lo rassicura e gli dà indicazioni sul proseguimento del viaggio: nel momento dell’incertezza e della solitudine Enea si convince che una compagnia positiva lo aiuterà a superare le difficoltà presenti e a realizzare il compito affidatogli.

“Il destino troverà la strada” è in definitiva il corrispettivo precristiano della frase che troviamo nel titolo del Meeting: “Il destino non ha lasciato solo l’uomo”, con la differenza che Virgilio usa un futuro perché si tratta di un desiderio e di una speranza, mentre l’uomo cristiano può coniugare la stessa frase usando un passato che riconduce a una certezza: Dio stesso si è fatto conoscere all’uomo e lo gratifica di una compagnia promessa per sempre. 

L’idea che un disegno positivo guidi il divenire del mondo è un filo sottile che percorre un’infinità di testi e di autori dell’antichità classica precristiana: l’esistenza di divinità che, sia pure in modo misterioso e talora contraddittorio, garantiscano un divenire equilibrato del cosmo è spesso percepito da molti autori antichi, e sono tutto sommato minoritarie le correnti di pensiero che negano questa idea. Il vero problema su cui ci si interroga non è la presenza di divinità o di un disegno che governi il kosmos, bensì la coerenza fra questo disegno positivo del cosmo e felicità individuale. Anche ponendo come premessa che tutto proceda in modo ordinato sulla base di un disegno positivo, il singolo può soffrire, e soprattutto vivere con sgomento la sua situazione di creatura limitata destinata alla morte. Su questo nodo si gioca la riflessione di moltissimi autori antichi.

I centenari sono utili perché richiamano alla riflessione sulle grandi date della storia. Pochi giorni fa si è celebrato il secondo millenario della morte di Augusto, fondatore dell’impero romano. Si tratta di un personaggio che ha segnato la storia dell’occidente e della nostra cultura, qualunque sia il giudizio che si voglia dare della sua opera. Con la lettura di testi proposta quest’anno cerchiamo di rivivere, attraverso le parole di alcuni significativi poeti dell’epoca, l’atmosfera di quegli anni: la frase recata nel titolo può essere intesa come una sintesi della tensione che anima l’età di Augusto. Non ci interessa il giudizio storico sulla figura dell’imperatore e sulla sua attività, ci interessa constatare un fatto abbastanza singolare. L’epoca di Augusto è un’epoca di attesa. Roma sta uscendo da una crisi pesantissima, decenni di lotte intestine hanno prodotto inimicizie e lutti: nemmeno la situazione sociale ed economica è uscita indenne da queste vicende sanguinose. Vi è una diffusa sensazione di instabilità. 

Scaturisce inevitabilmente da questa situazione una sensazione di stanchezza e un desiderio di rinnovamento che riporti fiducia e benessere. Nei testi dell’epoca si individua come una percezione: la speranza che questo desiderio di novità stia per avverarsi e che Roma e la sua gente possano riavere quella tranquillità sociale e quel benessere che le ultime generazioni non avevano potuto provare, e che anzi avevano contribuito a dissipare. Per fare questo non basta l’attività del singolo: occorre una figura energica e dotata di carisma che avvii l’opera di ricostruzione e di risanamento sociale e morale. Vi è come una tensione carica di aspettativa, come se qualcosa di grande e di positivo stesse per affacciarsi: è questa la trama fondamentale di molti dei testi che presentiamo. Per il romano dell’epoca Roma rappresenta il culmine e il centro della storia: l’impero che Roma ha realizzato, attraverso i sacrifici di lunghe campagne militari e attraverso l’attuazione di uno stile di vita severo, incarna agli occhi dell’uomo romano ideali di giustizia e di pace. Questi ideali si sono appannati per un breve momento, ma ora sta per venire qualcuno che ne opererà la restaurazione. Non per nulla la politica di Augusto fa continui riferimenti alla tradizione avita e al mos maiorum, quello stile di vita che ha reso grande Roma e i suoi abitanti.

Per noi che viviamo a duemila anni di distanza da quegli avvenimenti e che possiamo considerare conclusa l’esperienza di Roma e del suo impero, la prospettiva cambia. Augusto è un personaggio della storia, e certamente un grande personaggio, ma il vero centro ideale dell’epoca non si incentra né sulla sua figura né sull’impero di Roma. 

La sensazione di attesa che percorre le generazioni dell’epoca augustea trova un’attuazione completamente diversa da quella che il cittadino romano poteva prefigurarsi, un’attuazione che non avviene a Roma, ma in un’altra località collocata alla periferia dell’impero, in una zona marginale e turbolenta dove l’autorità di Roma riesce a imporsi con fatica e tra mille incertezze. In un oscuro villaggio di quest’area, un villaggio di cui certamente la stragrande maggioranza dei romani dell’epoca neppure conosce il nome, nasce Gesù. 

Così il nuovo inizio atteso e desiderato dalle generazioni dell’epoca trova il suo compimento non nel centro dell’impero, ma in un’oscura periferia, e il personaggio che segna questo nuovo inizio non è il potente Augusto con le sue benemerenze civili e militari, ma un bambino partorito in una mangiatoia, la cui nascita non è annunziata ai potenti o ai sapienti della terra, bensì a un gruppo di pastori che nel freddo e nel buio della notte custodiscono i loro greggi.

In questa contrapposizione tra centro e periferia s’intravedono però i contorni di un disegno provvidenziale. La nascita di Gesù avviene in un’epoca in cui l’area attorno al bacino del Mediterraneo si trova in una situazione di pace e in cui il contesto culturale ha una consistenza unitaria nel riconoscimento di una serie di valori e di idee comuni. Come scrive Benedetto XVI nell’Infanzia di Gesù, «Per la prima volta esiste un governo e un regno che abbraccia l’orbe. Per la prima volta esiste una grande area pacificata, in cui i beni di tutti possono essere registrati e messi al servizio della comunità. Solo in questo momento, in cui esiste una comunione di diritti e di beni su larga scala e una lingua universale permette a una comunità culturale l’intesa del pensiero e dell’agire, un messaggio universale di salvezza, un universale portatore di salvezza può entrare nel mondo: è, difatti, la “pienezza dei tempi”». 

L’epoca di Augusto coincide così con la pienezza dei tempi (il pléroma per usare la parola greca che lo definisce), ma in un modo misteriosamente diverso da quello che l’intelligenza o la fantasia dell’uomo poteva immaginare.

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