CARPE DIEM/ Quello “slogan” religioso che unisce Vasco Rossi e Orazio

- Valerio Capasa

VALERIO CAPASA ci riporta al vero senso del “Carpe Diem” di Orazio: non un invito a godersela, ma una frase malinconica e religiosa, che spesso risuona nelle canzoni di Vasco Rossi.

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Immagine di archivio

«Carpe diem» è lo slogan che tanti usano per invitare a godersela, soprattutto d’estate. Magari non sanno che Orazio invece la scrisse d’inverno, guardando rami piegati dalla neve e onde contro gli scogli. Perché preoccuparsi del freddo o di quel che non va, però? «Eh già, il freddo quando arriva poi va via», direbbe Vasco Rossi: possiamo accendere il fuoco e bere vino, «lascia le altre cose agli dèi», che, quando vogliono, calmano i venti (Odi, I, 9). 

«Quant’è meglio accettare quel che sarà!», anziché perdere il presente vivendolo in funzione del futuro (potesse capirlo chi studia per costruirsi un domani, e si perde il presente di quella pagina perché la vede solo come una preparazione a chissà quale vita che chissà quando dovrebbe venire e di cui invece non sa nulla!). È qui che scocca il problema, più che il consiglio: «carpe diem». Maledizione! già mentre stiamo parlando questo tempo ci scappa via (Odi, I, 11). 

L’accordo è in minore, il tono è malinconico, come la pioggia di Sally. Sì, quella di Vasco, che ha visto sbriciolarsi la vita come «un brivido che vola via». Come si fa a fermare la vita? A cosa sono serviti tutti i tentativi di rispondere alla malinconia? Perfino «ogni candida carezza data per non sentire l’amarezza» adesso le brucia. Nel «carpe diem» trema questa tristezza: «forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male». «Il senso» del «vagare» di Sally sarà forse nel desiderio di «vivere davvero ogni momento con ogni suo turbamento, e come se fosse l’ultimo»? Un desiderio oraziano: «tra speranze e affanni, tra collere e timori, fa’ conto che ogni nuova alba segni quello ch’è per te l’ultimo giorno» (Epistole, I, 4). 

«Carpe diem» è una frase malinconica e religiosa: perché la vita dipende dagli dèi (mentre chi inneggia oggi al «carpe diem» lo fa all’insegna di un beota “sono io l’artefice del mio destino”), e perché, diciamocelo: quest’attimo si lascia poi davvero cogliere? La vita è come la «voglia di vivere» di Liberi liberi, che chissà «cosa diventò»: se ne va mentre beviamo e guardiamo «i fiori troppo effimeri della leggiadra rosa». Con quell’avverbio che schianta: «nimium brevis flores», i fiori non sono soltanto brevi, ma «troppo» brevi (Odi, II, 3). Che dolore in quel «troppo»! Come se, insieme alla fragilità di tutto, venisse a galla un singhiozzo: non è possibile che tutto sia così breve! 

Chi vive il presente senza dolore non vive il presente. Galleggia invece nell’illusione che nulla scappi via. Ma «quo fugit venus, heu, quove color?»: dov’è fuggita la tua bellezza di un tempo, domanda a Lice, invecchiata come una «torcia dissolta in cenere» (Odi IV, 13). C’è poco da fare, «dovremo lasciare la terra e la casa e la donna che ci piace» (Odi II, 14), non potremo mica portarcele nella tomba, come voleva fare il Mazzarò di Verga, il quale, dovendo poi morire, prese a bastonate le anatre, gridando «roba mia, vientene con me!». Su cosa possiamo costruire, allora? Non vedi che l’ora che stiamo vivendo rapisce, prima che possa farlo l’uomo, il «diem»? Orazio ti tuffa in un bagno di povertà: non ti tengono in piedi né i soldi né i libri né la bravura, non puoi aggiungere un istante di vita in più a nessuno, in fondo in fondo «pulvis et umbra sumus» (Odi IV, 7). 

E allora come mai, chiederà alla «natura umana» Leopardi di fronte al «monumento sepolcrale» di «una bella donna», «se polve ed ombra sei, tant’alto senti?». Perché, anziché rassegnarci, continuiamo a desiderare l’immenso? Non somiglia all’ultimo colpo di genio di Vasco, Dannate nuvole? «Quando cammino in questa valle di lacrime vedo che tutto si deve abbandonare: niente dura, niente dura e questo lo sai, però non ti ci abitui mai… Chissà perché?». Cosa c’è in noi che ci fa volere l’eterno?

Sarà per questa mancanza che «nessuno sa vivere contento il suo destino» – si chiede Orazio aprendo le Satire – «ma tutti invidiano chi segue un’altra strada?». Come nel Mondo che vorrei di Vasco: «ed è proprio quando arrivo lì che già ritornerei, ed è sempre quando sono qui che io ripartirei». I soldati dicono che stanno meglio i commercianti e viceversa, e così l’avvocato e il contadino: se un dio però li prendesse sul serio, e proponesse a ciascuno di cambiare vita, «rifiuterebbero». Ecco che si ripresenta Leopardi, che «a quella questione di Orazio, come avvenga che nessuno è contento del proprio stato, rispondeva: la cagione è, che nessuno stato è felice». Gli uomini, infatti, «non si possono appagare se non della felicità. Ora, essendo sempre infelici, che maraviglia è che non sieno mai contenti?». Solo la felicità può bastare all’uomo, non la contentezza.

Già, ma «dov’è questa felicità?», incalza il finale di Stupido hotel. Non certo nel «carpe diem» inteso alla moderna: «non sai mettere a frutto il tempo libero, come uno schiavo fuggitivo o vagabondo scappi da te stesso, di volta in volta tentando con il vino, con il sonno, di sottrarti al tuo tormento» (Satire II, 7). Non serve scappare, né ubriacarsi (è Orazio a dirlo!), perché il tuo io «t’incalza». 

Né una vacanza che vuol far dimenticare l’ordinario: «cambiano cielo, non il cuore, quelli che vanno dall’altra parte del mare». Dappertutto «inseguiamo il sogno d’essere felici. Mentre quel che cerchi è qui»: qui, non in un altrove che vale, rispetto all’immensità del proprio «tormento», come «un perizoma in mezzo alla tormenta» o «il focolare a ferragosto» (Epistole I, 11).

Certo, per sopportare il «qui» non è sufficiente esserci, Vasco ha ragione: «Ora che sono, ora che sono qui in questo stupido stupido hotel e non sei qui con me, tutto mi sembra inutile, tutto mi sembra com’è: farmi la barba o uccidere che differenza c’è?». Una cosa varrebbe l’altra, perché tutto sarebbe destinato a finire. Anzi, «qui si può solo piangere, e alla fine non si piange neanche più»: pur di non sentire le lacrime, facciamo finta di niente, menandocela con un frainteso «carpe diem»; non sperando più nella felicità, ci accontentiamo almeno di fare gli spensierati; non potendo cogliere l’attimo d’inverno, ci proviamo almeno d’estate. 

Ci fa vivere adesso, invece, non resistere al pianto, sentendo «il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena»: ma questo – a proposito di cosa significhi cogliere l’attimo – non lo sanno «gli uomini di nessun momento», come li chiama splendidamente Leopardi.

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