DALLA GERMANIA/ Quelle “truppe” di salafiti che sfidano cristiani e musulmani

- Roberto Graziotto

A Wuppertal (Germania) esponenti salafiti hanno pattugliato la città con lo scopo di “educare” la popolazione a non comportarsi in modo ritenuto immorale. ROBERTO GRAZIOTTO

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LIPSIA  –  Non credo sia necessario scrivere un articolo ad effetto, per esempio sulle pattuglie islamiche della “sharia police”, per comprendere il fenomeno della presenza dell’islam in Germania. Senza pretesa di completezza, cercherò di tratteggiare qui alcuni aspetti di questa presenza. Nella città di Wuppertal, degli esponenti salafiti, vestiti con un giubbotto arancione che porta la scritta “sharia police”, hanno, durante la notte, pattugliato la città con lo scopo di “educare” la popolazione a non comportarsi in un modo che loro ritengono immorale. La polizia di Wuppertal, secondo un resoconto di n-tv (5 settembre ’14), non ha creduto per ora opportuno arrestare i giovani tra i diciannove e trentatré anni della “sharia police”. La sharia è il diritto islamico, che viene interpretato dai salfiti in modo radicale e fanatico: significa il divieto dell’alcool, della droga, del gioco d’azzardo, della musica e della prostituzione. La polizia di Wuppertal si è per ora limitata ad avvertire la cittadinanza di denunciare casi anomali e sospetti. 

Birgitta Radermacher, la presidentessa della polizia a Wuppertal, ha chiarito che solo lo stato tedesco ha il diritto di compiere azioni di polizia nel suo territorio e che i cittadini di Wuppertal, se necessario, possono e devono informare la polizia. La procura della repubblica a Wuppertal ha specificato che il solo distribuire dei volantini in cui si difendono valori religiosi non è per sé un reato, se non viene accompagnato da un’azione violenta o di intimidazione. In una altro servizio di n-tv del 7 settembre si cita il video del salafita tedesco, convertito all’islam, Sven Lau, 33 anni, una delle figure più note del salafismo tedesco, il quale afferma che la “sharia police” non esiste e che la loro azione notturna era solo una farsa. 

Visto che il dibattito sulla decisione politica da adottare in casi simili a quelli di Wuppertal qui in Germania è ancora in corso, converrà qui approfondire la questione.

Di recente è uscito il libro di un giovane professore di Islamwissenschaft (Studi islamici) nell’Università di Erfurt, Hamed Abdel-Samad, dal titolo: Der islamische Faschismus (“Il fascismo islamico”). L’autore, egiziano, è passato da una posizione “fondamentalista” nelle linee dei Fratelli musulmani a quella di una critica virulenta dell’islam stesso e non solo della sua posizione fanatica. La categoria politico-storica del fascismo viene usata anche per comprendere il Corano stesso e ne vengono rintracciate le radici nella storia islamica. Insomma, dall’inizio fino ai Fratelli musulmani ed ai salafiti del califfato dell’Is, saremmo di fronte ad un fenomeno fascista che non può essere raggiunto o integrato da nessuna posizione democratica e tanto meno da ciò che i cristiani chiamano “amore del nemico”. 

Per quanto riguarda il Corano, credo che l’islam non potrà non permetterne un avvicinamento “critico” (devo però ammettere che a livello mondiale non so se un tale dialogo sia già in atto) se vorrà entrare in un dialogo serio con la posizione cristiana e la lettura della Bibbia. 

Non credo però che una categoria politico-storica come quella del “fascismo” possa essere, presa unilateralmente, utile per questo scopo; anche la riduzione della lettura del Corano o della Bibbia alla sola questione della violenza non può essere utile ad un dialogo che voglia avere una valenza teologica. Quest’ultimo non potrà non porsi la domanda dall’immagine di Dio che i due libri sacri presentano: quella di un Dio trinitario è differente da quella monolitica presentata dal Corano. E questa non è solo una questione per intellettuali e teologi, perché dal modo di vedere Dio dipende tutta una teologia dell’amicizia e dell’esperienza cristiana, che trovano la loro ragione ultima proprio in Dio stesso, che in sé, per il cristianesimo, è amore ed amicizia.

Per quanto riguarda poi la questione dell’amore per il nemico (una questione che di fronte ai salafiti è attualissima), essa non può essere un invito all’ingenuità. Si può citare l’esempio di un’altra vicenda terroristica, quella italiana degli anni delle Brigate rosse. I gesuiti che andavano a trovare in carcere i terroristi non ne desideravano certo la liberazione, sebbene vedessero in loro degli uomini: gli “uomini delle Brigate rosse”, per usare l’espressione molto bella e profonda di una lettera di Paolo VI scritta durante il rapimento di Aldo Moro nel 1978.

Sebbene credo sia importante distinguere nell’islam le sue posizioni moderate da quelle fanatiche, ritengo che sia un’ingenuità non prendere una posizione chiara sul salafismo e i suoi simboli (per esempio la bandiera nera) e così pensa anche una delle figure politiche più interessanti in Germania, Ismail Tipi, nato a Izmir (Turchia) ed ora di nazionalità tedesca, eletto nel collegio elettorale numero 45, nell’Assia (Hessen), per il parlamento regionale di Wiesbaden ed esperto in questioni di integrazione politica. È anche un esperto per la sicurezza interna della Cdu, sebbene sia, come si legge nella suo sito, di religione musulmana. Sul suo sito si può leggere una chiara presa di posizione contro l’uso di simboli dell’estremismo salafita in Germania e su quella sorta di “polizia” che è la sharia police.

Esistono esperienze, come quella del gruppo di Swap (Share with all people) consistenti in una amicizia tra ragazzi islamici e cristiani nata intorno all’egiziano Wael Farouq nell’Università Cattolica a Milano, per cui il dialogo con l’islam significa affrontare con i musulmani, nella scuola e nel quartiere, la comune emergenza educativa. L’amicizia tra i cristiani e musulmani mi sembra un imperativo del modo di rapportarsi reciproco, così come si vede nel bellissimo film di Xavier Beauvois sui monaci trappisti di Tibhirine, brutalmente uccisi da un gruppo di terroristi islamisti nel 1996. 

Il testamento spirituale di Christian de Chergé, il trappista ucciso con i suoi confratelli, lo dice con chiarezza: “la mia morte potrebbe dar ragione a chi in modo troppo frettoloso mi ritiene ingenuo ed idealista”. Ma proprio al cospetto della morte, Christian de Chergé parla di un “Padre comune”, e del terrorista che lo ucciderà come di “un amico dell’ultimo minuto”, un amico che “non sa cosa fa” ma che è oggetto di uno sguardo che vede nel nemico, come direbbe Alberto Methol Ferré, l’amico che “deve essere riscattato e salvato”.

Dobbiamo per questo non prendere sul serio il pericolo che rappresentano i gruppi salafiti non solo nel califfato eretto in Iraq e Siria, ma anche qui in Germania e in Europa? Assolutamente no. Ha ragione Ismail Tipi nel dire che ogni forma di simpatia per gruppi terroristici islamici deve essere considerata come un reato e combattuto a livello legale. Come dice però Friedrich Hölderlin (1770-1843), “buone sono le leggi, ma taglienti, come denti di drago, e uccidono la vita, quando in collera le affila un vile o un re“. Insomma chiarezza sì, ma nessuna collera, perché tutti i figli dell’islam, sia gli amici che i terroristi, devono dal cristiano essere contemplati – dice padre Christian nel suo testamento spirituale – come il Padre li vede. E questo sguardo alla fine è amore, non legge.

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