FLANNERY O’CONNOR/ Scrivere, un dono “imprevedibile” come la ruota del pavone

Torna anche quest’anno la Scuola di scrittura Flannery O’Connor, organizzata dal Centro Culturale di Milano. Parla uno dei suoi ideatori, lo scrittore LUCA DONINELLI

17.01.2015 - int. Luca Doninelli
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Flannery O'Connor (1925-1964) (Immagine dal web)

Nata a metà degli anni Novanta, ritornerà anche quest’anno con nuovi ospiti d’eccezione la scuola di scrittura Flannery O’Connor, organizzata dal Centro Culturale di Milano nella sede di via Zebedia 2. Franco Branciaroli per il teatro, Maria Grazia Toderi, per la videoarte, e il jazzista Giovanni Monteforte insieme al suo Modern Jazz Trio (Alberto Viganò, contrabbasso, Mimmo Tripodi batteria). Per le performance, le lezioni e i laboratori, le iscrizioni chiuderanno il 13 febbraio. Ci parla della Scuola uno dei fondatori, lo scrittore Luca Doninelli.

Quando è nata la Scuola di Scrittura Flannery O’Connor?
A metà degli anni Novanta facevo già parte della redazione del Centro Culturale di Milano, ed organizzavo una rassegna di incontri che si chiamava “Officina del racconto”. In quegli anni avevo vinto alcuni premi letterari, da qui l’idea di poter insegnare ciò che avevo appreso. Negli incontri mostravo come si fa un incipit, una descrizione o semplici dialoghi relativi all’arte del narrare. Fu Camillo Fornasieri, direttore del Centro, a pensare di trasformare l’Officina in una scuola di scrittura. Il primo a cui chiese un aiuto fu Davide Rondoni, poi coinvolse anche me. Più avanti mi sono occupato anche di “etnografia narrativa”, d’altronde ho fatto filosofia all’università e non me la sentivo di essere solo l’insegnante di scrittura.

Perché il corso prende il nome dalla scrittrice americana?
Flannery O’Connor non la conosceva quasi nessuno fino a una ventina d’anni fa, noi la iniziammo a leggere negli anni Novanta. È sicuramente colei che forse più di chiunque altro ha rivoluzionato l’arte della short story. Io la conobbi grazie a Mauro Marcolla, scrittore ma anche industriale. In quegli anni in italiano c’era solo un libro di racconti pubblicato da Bompiani con un’ottima traduzione di Marisa Caramella. Quello che mi colpì subito della scrittrice è che era una cattolica senza l’aspetto consolatorio del cristianesimo. Era più cattolica di tutti i cattolici e più laica di tutti i laici.

Che valore ha il simbolo della scuola, un pavone?
A Flannery O’Connor piacevano molto e li allevava. È un animale particolare: compie meravigliose ruote quando decide lui, senza una ragione logica. È un po’ il simbolo della realtà: una bellezza che non è a comando. Il nostro obiettivo è di accompagnare i partecipanti a guardare questa bellezza che inaspettatamente accade quotidianamente.

Com’è organizzata quest’anno la Scuola di Scrittura?
Inizierà il 17 febbraio la prima delle tre sessioni fatta di lezioni, laboratori e performance, incontrando il teatro, la videoarte e il jazz con degli ospiti d’eccezione: Franco Branciaroli, attore e regista, Maria Grazia Toderi, autrice di video, disegni e pitture esposti in vari musei del mondo, ultimo dei quali nel 2013 il Museo Nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, e la lezione del jazzista Giovanni Monteforte, grande chitarrista della Civica Scuola di Jazz insieme al suo Modern Jazz Trio (Alberto Viganò, contrabbasso, Mimmo Tripodi batteria) su “Le regole assolute del jazz”.

E lei? 

Io terrò le lezioni letterarie dei tre cicli su altrettanti grandi autori: Tolstoj, McCarthy e Veronesi. I laboratori di scrittura saranno seguiti da Andrea Fazioli, giornalista e scrittore della Svizzera italiana. Il lavoro di scrittura, poi, proseguirà sotto la guida di un editor (Andrea Riccardi, Francesco Napoli, Laura Bosio) che correggerà gli elaborati di ogni partecipante.

Cosa ha imparato lei durante questi anni dietro alla “cattedra”?
Ho imparato che, al di là delle tecniche, uno può essere aiutato a fare meglio. L’altra cosa che mi porto a casa da questi anni è che si è sempre alla scoperta del proprio dono, che non si può prevedere, ma accade. Il dono non è mai secondo i nostri parametri. E non tutti quelli che si iscrivono alla scuola di scrittura hanno il dono della penna, anzi sono pochi ad averlo. È in ogni caso la vittoria di un riconoscimento: un talento se c’è, accade! Noi non facciamo altro che guidare chi ci troviamo davanti. Li timoniamo, poi, però, partono loro. E guardandoli coinvolgersi nel lavoro ci fanno riscoprire la letteratura. 

Cosa vuole insegnare ai giovani partecipanti?
Perché un insegnante insegna? Basta a un insegnante spiegare bene il latino? Che scopo è insegnare i trucchi del mestiere? Dentro a un incontro, incontro la persona e, nella misura in cui si coinvolge, diventa un incontro irripetibile. Attraverso il bisogno di scrivere aiuti delle persone a uscire da uno stato di tiepidezza. Questo è aiutato anche dalla prospettiva di un lavoro finito: la pubblicazione per i lavori migliori in e-book edito da Sef (Società Editrice Fiorentina) nella Collana “Le Staffette”. Senza illuderci e senza la logica del talent show. Il mio obiettivo non è quello di insegnare trucchi ma servire un bisogno. E dentro questo bisogno succede qualcosa. Ci aiutiamo a trasformare un impulso centrifugo in lavoro per guardare meglio la realtà. Colgo, allora, l’occasione per invitarvi a questa nuova avventura.

(Davide Ori)

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