CAMISASCA/ Quando i bambini ci insegnano il mistero di Dio

- Gianfranco Lauretano

È possibile parlare di Dio, del dolore, della gioia eterna, con dei bambini, soprattutto se ancora piccoli? Lo fa Massimo Camisasca nel suo ultimo libro. GIANFRANCO LAURETANO

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Dal film "Marcellino pane e vino" (1955) di L. Vajda

È possibile parlare di Dio, della vita dopo la morte, del dolore, della gioia eterna, dell’eternità stessa, con dei bambini, soprattutto se ancora piccoli? Monsignor Massimo Camisasca è assolutamente convinto di sì. Lo dice in un nuovo libro, una cinquantina di pagine agili e deliziose a leggersi, una serie di botte-e-risposte magnificamente illustrate, tra l’altro, da Angela Marchetti: si intitola Caro don Massimo (ed. San Paolo, 2014) e si configura come una serie di domande che diversi bambini gli rivolgono con libertà e pertinenza su questi temi. Le domande raccolte spaziano in tutti i campi: alcune, più dirette, pongono questioni sulla natura di Dio, del bene e del male (dell’essere cattivi o buoni), sull’identità e la persona stessa di Gesù.

Altre parlano della difficoltà del fare i compiti, del fascino irresistibile di giocare al computer, del desiderio di invitare tutto il mondo alla propria festa di compleanno. Domande bambine, appunto. Ma chi ha a che fare con i bambini, genitori e insegnanti, sa bene che essi si fanno profondamente le grandi domande, hanno un’esperienza metafisica, per così dire, e pongono questioni riguardanti la giustizia, la vita dopo la morte, l’amore eterno di Dio. 

Le pongono innanzitutto agli adulti di riferimento: i quali purtroppo non sempre rispondono, probabilmente per il pregiudizio, che viene da una scarsa osservazione della realtà infantile, che appunto queste siano domande troppo grandi per loro. Così evitano di rispondere, spesso non sanno neanche farlo, facendo mancare ai piccoli una parte essenziale della loro educazione. “Molti pensano che per i piccoli non sia ancora giunto il tempo di ascoltare temi così elevati” afferma don Massimo. “Si vede che non hanno mai veramente ascoltato un bambino, ricevuto le sue confidenze”. 

Camisasca aggiunge alla totale fiducia nei bambini e nelle loro domande addirittura qualcos’altro: tutto c’entra con Dio, anche il computer, anche la noia per la scuola. E con semplicità di linguaggio paterna e cristallina affronta assieme a loro le questioni, perché “non c’è compito più difficile e affascinante per un sacerdote di parlare di Dio ai bambini”. La disponibilità ad incontrare seriamente le domande dei bambini gli permette di essere interessante da incontrare nelle sue risposte, capaci di spaziare in questioni che talvolta sembra incredibile possano venire da bambini anche molto piccoli. “Come fa Dio a trasmettermi bontà?” chiede un bambino di sette anni, al quale nella risposta non è risparmiata l’idea difficile della libertà, perché Dio “vuole che siamo noi a scegliere ragionevolmente la bontà”. Oppure “Che faccia ha Gesù?” chiede Pietro, sei anni, e don Massimo, pur ribadendo che il volto di Gesù è un mistero, ricorda la grande avventura della storia dell’arte e di quei protagonisti che hanno tentato di tracciare quel volto: Masaccio, Cimabue, Giotto, Duccio, Piero della Francesca, Raffaello, Michelangelo, Caravaggio…

Mirabolante la domanda di Tommaso, quattro anni: “Se è Dio che crea tutto, Dio chi lo crea?” e la risposta è che “Dio non ha inizio perché lui è la Bontà, il Bene che occupa tutto lo spazio (…) E questo è ciò che ci attende”. Una bimba di dieci anni pone una questione che già somiglia al dubbio di molti adulti: “Come si fa a sapere che esiste il paradiso se nessuno ne è mai tornato?” ma Camisasca le ricorda che “Gesù ci ha parlato del paradiso, ci ha parlato cioè della vita che ci attende oltre la morte, una vita segnata dalla gioia e dall’amicizia fra Dio e gli uomini”.

Il libro finisce con la domanda più difficile: “Io voglio bene a Gesù. Però, perché ha fatto morire il mio papà? Io lo volevo qua con me”. Don Massimo non intende dissolvere artificiosamente il mistero e ammette: “Io non lo so. Ti potrei fare tanti discorsi (…) Ma sarebbero tutti discorsi terribili”. Egli sa che è il fatto stesso di fare discorsi ad essere terribile, piuttosto ricorda che “tuo papà non è sparito nel nulla, è invisibile ai nostri occhi ma è vivo (…). Per esempio, attraverso le parole della tua mamma che ha preso anche il suo posto”. E soprattutto gli parla di sé, della propria storia: “Quando mio padre è nato, sua madre è morta dandolo alla luce. Quando, a 77 anni, stava per morire, mi ha detto: «Vado a conoscere mia madre»”. 

Un libro che andrebbe letto assieme ai nostri bambini, per la sua semplicità e bellezza. E, magari, con la scusa di leggerlo a loro, per trovare parole efficaci che rispondano alle domande che per tutta la vita continueremo a porci.

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