DOPO PARIGI/ Il laicismo della Francia non c’entra proprio nulla con i terroristi?

- La Redazione

“La strumentalizzazione fondamentalista della religione, per mano del terrorismo islamico, è solo l’altra faccia del laicismo di cui la Francia è maestra”. GIACOMO FORNASIERI

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Eugène Delacroix, Libertà che guida il popolo (1830) (Immagine dal web)

Caro direttore,
i fatti che sono accaduti in Francia sono la testimonianza di un odio e di un male così radicali, da ferire ed interrogare nel cuore l’animo di chiunque non abbia abdicato la ragione in favore del quieto vivere. Ma è sicuramente tragica la superficialità di intelligenza con cui molti illustri intellettuali europei si baloccano, soffermandosi e giocando al teatrino dell’interpretazione più originale. Prima si invoca, nella supponenza del proprio presunto acume sociologico, una ripresa dello storico spirito repubblicano francese, per sventolare, poi, nella cecità di significato del proprio guardare, l’appartenenza ad una non ben specificata cultura europea: quando forse non si sa più bene che cosa dire, diventa improvvisamente chic essere europei. Ma la strumentalizzazione fondamentalista della religione, per mano del terrorismo islamico, è solo l’altra faccia della medaglia di quel laicismo che proprio in Francia trova la sua culla. 

Non c’è niente di più astratto infatti del credere per credere, dell’avere per dio un imperativo categorico: che si tratti di Allah, o del culto dell’autodeterminazione, il discorso non cambia, quello che manca ed è mancato a Parigi, è la presenza di una ragione aperta ed integrale; quello che manca è l’uomo. 

Si può benissimo appartenere all’esperienza più vera, democratica e comprensiva del mondo, ma farlo mandando in letargo la nostra coscienza. Quello che caratterizza gli assassini lo dice bene Wael Farouq in un suo post: “assassini sono tutti i musulmani che hanno rinunciato al dovere di pensare non opponendosi con decisione a delle fatwe contrarie alla umana coscienza”: una tesi di una verità quasi auto-evidente. 

È una questione di religione, perché è prima una questione di ragione. 

Ma così come dimenticarsi di chi è l’uomo è la radice del male esploso in questi giorni in Francia (se non di ogni male in genere), ugualmente malefico è ogni tentativo di risposta che eluda quello che è lo stesso punto di partenza. È attaccata la libertà perché è attaccata la persona: non esiste libertà d’espressione, se non ne esiste prima il fondamento e la condizione. 

La domanda, infatti, è una sola: che cosa conserva integra la persona? Affermare meccanicamente il diritto ad una libertà di pensiero, non sembra essere una risposta adeguata alla realtà drammatica che ci si para davanti: non si può chiedere a ciò che è solo un effetto, di essere anche il principio. Sarebbe come intestardirsi a cercare di capire un quadro, guardando la cornice e trascurando, più o meno deliberatamente, di guardare ciò che invece è rappresentato. Nessuna “libertà-di” ha senso, se non in forza di una “libertà-da”, una “libertà-per“, cioè tutto è vano se non è per la nuova costruzione del soggetto, e questo è semplice da capire e da dimostrare. 

Credere che la libertà di stampa, di espressione, di pensiero sia ragione sufficiente a spiegare — e quindi a rispondere! — a tutto il male che abbiamo visto, non può liberarci, e di fatto non ci libera, dai ricatti che facciamo a noi stessi e agli altri, così come nessuna reazione può liberarci dalla paura. Ed è questa presunzione che stupisce. Basta leggere ad esempio alcune righe dell’articolo di Camillo Langone, uscito dopo l’attacco terroristico a Charlie Hebdo e già citato su questo giornale: «sarebbe stato meglio per la Chiesa, per l’onore della Chiesa, che avessero sparato a qualche vescovo, e per lo Stato, per l’onore dello Stato, che avessero sparato a qualche ministro: ma purtroppo ad Allah il sangue tiepido non piace». 

È per questo vuoto di “personalità”, innanzitutto e non solamente, che un attacco come quello di Parigi fa paura, ma questo vuoto di “personalità” è esattamente il laicismo: un luogo dove tutto è uguale a tutto, i diritti più importanti del soggetto, di cui dovrebbero essere diritti, il contorno più della pietanza e dove c’è spazio solo per una “cortese” indignazione. Forse bisognerebbe ripartire da ciò che sembra più ovvio, banale e quindi trascurato, forse sarebbe già più di qualcosa ripartire dalla stoffa ferita del nostro cuore, da quella domanda che più di ogni altra dice chi siamo: “perché?”. Davvero “la mia libertà finisce dove inizia la tua” è qualcosa che non basta più.

Giacomo Fornasieri 

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