ISLAM/ L’infelicità araba e quel “nemico” che non conosciamo

- Michela Mercuri

Siamo disponibili, per sconfiggere il terrorismo, ad entrare nel cuore di quel mondo arabo che ci siamo fin qui limitati ad osservare a debita distanza? MICHELA MERCURI

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Ora che il sipario sulla strage di Parigi, dopo il normale tam tam mediatico, si sta lentamente chiudendo, sembra invece doveroso continuare a parlare di ciò che è accaduto, e non solo per non dimenticare le vittime, al di là dei detrattori o degli estimatori dello “stile Hebdo“, ma anche e soprattutto per cercare di dare una risposta alle mille domande che dopo questo eccidio, inevitabilmente, rimbombano nella mente di ognuno di noi.

Intanto, chi è questo nemico che oggi più che mai è nel cuore dell’occidente e dell’Europa? Perché e in nome di chi uccidono i vari Kouachi, Coulibaly e compagnia? In nome di Isis, una sorta di califfato o di stato islamico “under construction” che, tanto per rammentarci della sua esistenza, puntualmente fa pervenire ai media occidentali delle drammatiche immagini di uomini barbaramente sgozzati all’interno di un sapiente set mediatico? In nome di Al Qaeda, quella dell’11 settembre per intenderci? In nome dell’islam? Ma di quale islam? Sicuramente non lo stesso islam di Ahmed Merabet, il poliziotto franco-tunisino giustiziato a sangue freddo da uno dei fratelli Kouachi. E poi gli attentatori conoscevano a stento la lingua araba ed erano francesi di seconda generazione. E allora, secondo le più comuni teorie sull’integrazione, non dovrebbero essere perfettamente inseriti nelle società di appartenenza?

Le domande potrebbero continuare ma tanto basta per trarre una prima importante considerazione: noi non conosciamo il nostro nemico, quel nemico che fino ad ora abbiamo osservato distrattamente in qualche servizio televisivo, distante, confinato in luoghi desertici, lontani e dai nomi impronunciabili ai più, e che ora, invece, ci accorgiamo con estremo disappunto essere tra noi, nelle nostre città, nelle nostre strade. La sua non conoscenza è il più grosso rischio perché porta a pericolose generalizzazioni. D’altra parte, molto spesso, siamo per natura portati a semplificare realtà complesse, magmatiche e sconosciute per renderle interpretabili e, dunque, in qualche modo, più “rassicuranti”. Detto in altri termini, abbiamo bisogno necessariamente di costruire l’altro per ri-costruire un noi. E l’altro spesso diventa quel generalizzato nemico di schmittiana memoria, lo “straniero”, sempre più identificato con “l’islamico”, su cui viene proiettata indistintamente l’ostilità.

Per capire il fenomeno e sfuggire a questa rischiosa spirale è necessario, invece, compiere un ulteriore salto di paradigma ed entrare nel cuore di quel mondo arabo che ci siamo fin qui limitati ad osservare a debita distanza, per evitare che l’affermazione “l’islam non è tutto fondamentalista” — naturalmente condivisa da chi scrive — diventi solo un vuoto mantra del politically correct, ad uso e consumo dei talk show.

Torna alla memoria, allora, quell'”infelicità araba” sapientemente descritta, oramai 10 anni fa, da Samir Kassir che altro non è se non quel senso di frustrazione che investe, oggi più che mai, il mondo arabo. Ed è, per riprendere le parole di Kassir, prima di tutto impotenza.

“Impotenza a essere ciò che si ritiene di dover essere. Impotenza ad agire per affermare la propria volontà di esistere, se non altro come possibilità, di fronte all’altro che ti nega, ti disprezza (…). Impotenza a reprimere la sensazione di essere ormai un’entità trascurabile sullo scacchiere planetario quando è in casa tua che si gioca la partita”.

L’infelicità araba è allora proprio la cifra di quell’impotenza che può generare autocommiserazione e rabbia e che in taluni casi trova proprio nell’islamismo jihadista, o in altri movimenti del fondamentalismo, gli unici attori capaci di offrire una via d’uscita alternativa al ruolo di “vittime della storia” che il radicalismo non fa altro che alimentare. Ed è proprio questa la porta da cui entra il nemico che oggi infesta anche le società occidentali con il suo messaggio di morte e di sangue, attraverso l’attrazione che è in grado di esercitare sugli elementi più deboli ed emarginati della comunità e spesso proprio sui giovani che vivono un momento storico di grande smarrimento.

Cosa fare allora? Se è vero che quell’infelicità araba nasce all’interno del  mondo islamico, ma anche dall’incontro/scontro con l’altro, è necessario percorrere due strade diverse ma parallele. Se da un lato il mondo islamico deve trovare in sé la forza di rinnovarsi in una nuova nahda forse in parte, ma solo in parte, iniziata con alcune delle primavere arabe, dall’altra è necessario fare in modo che le comunità musulmane presenti nella nostra società, cresciute nei valori della tolleranza e del dialogo, siano sempre più integrate affinché possano combattere con noi questo nemico oscuro e indefinibile. 

Abbiamo bisogno dell’islam, di questo islam,  per vincere questa guerra. Solo insieme potremmo combattere Isis e tutti quei movimenti che mettono a rischio la pace e la stabilità nel mondo e in Europa, l’Europa dei cristiani e l’Europa dei musulmani.  E tutto questo, certo, senza cadere nella logica dell’islamicamente corretto, ma soprattutto senza cedere alle facili generalizzazioni che, in questo momento, davvero, non possiamo e non dobbiamo permetterci.

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