ARTE/ Biennale di Venezia, la bellezza è un dramma. E scaccia i sogni

- Giuseppe Frangi

300 liceali davanti alle opere della Biennale di Venezia. Ovvero fare esperienza di arte presente, non ancora fissata in valori certi. E venire spiazzati. GIUSEPPE FRANGI

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T. Gates, la campana della chiesa di St.Laurence in mostra a Venezia (Immagine dal web)

Parlare d’arte contemporanea non “a” ma “con” una platea di 300 ragazzi. La cosa si fa ancor più complessa e appassionante se l’argomento in questione è la Biennale di Venezia, cioè la mostra “disorientante” per antonomasia. È quello che personalmente mi è accaduto settimana scorsa su invito di preside e insegnanti del liceo artistico del Sacro Cuore di Milano, che hanno avuto l’idea intelligente e anche coraggiosa di cominciare l’anno proprio con una visita di tutte le classi alla Biennale. Del resto il titolo di questa edizione, “Tutti i futuri del mondo”, è titolo che se non riguarda i ragazzi non riguarda nessuno. 

Dunque, appuntamento a Chioggia, dove gli studenti tornavano di sera dopo le giornate veneziane. Davanti una platea fitta fitta, attenta, e già con tante domande in testa.

Ma prima c’è da dire qualcosa su questa Biennale (fino al 22 novembre, ndr). Che è stata affidata per la prima volta a un curatore africano, Okwui Enwezor, nigeriano con un grande curriculum alle spalle. Enwezor ha voluto una Biennale in cui gli artisti parlassero della storia, la nostra storia e la loro storia. Trattandosi di artisti che vengono da ogni parte del mondo, ci siamo trovati davanti ad una molteplicità affascinante di sguardi. Parlare della storia era indicazione per evitare di guardare al futuro come un sogno. Come ogni Biennale, bisogna di immaginare di trovarsi in mare aperto: è esperienza di arte presente, quindi non ancora fissata in valori certi. Si può avere la sensazione di non capire e di perdersi, ma se si ha la pazienza di approfondire gli sguardi, di attaccarsi a quegli indizi che nel percorso incrociano il nostro sguardo, questa Biennale fornisce tante sorprese.

Si coglie un’urgenza di dire (al punto che tanti artisti hanno messo in campo dal vero le loro voci), un’urgenza di esprimere le ferite della storia. Faccio un paio di esempi per essere chiaro: Steve McQueen (proprio lui, il regista Oscar con 12 anni schiavo) ha portato un video struggente, “double face”, con la storia di Ashes, giovane pescatore delle isole Grenadine, ucciso dai narcotrafficanti per aver scoperto un deposito di droga su una spiaggia. Su una facciata del video si vede lui che naviga baldanzoso, sulla prua della sua barca, filmato da dietro con la schiena nera che si staglia contro il blu abbagliante del mare e del cielo; sull’altra facciata dello schermo si vedono invece gli amici che raccontano Ashes mentre stanno costruendogli la tomba (e si vede che accarezzano la croce, incisa nel cemento, con un gesto di silenziosa tenerezza…). Theaster Gates, artista di Chicago, all’Arsenale ha invece portato alcuni resti della chiesa abbandonata di St.Laurence, nei sobborghi poveri di Chicago. 

C’è un’intera parete composte con le tegole del tetto, ci sono frammenti dell’organo, c’è la statua in cemento di san Lorenzo, c’è una campana: intanto su un grande grande schermo si vedono un gruppo di ragazzi, tra i ruderi della chiesa, dar vita ad un concerto spiritual dove per strumenti musicali si battono ritmicamente le assi dell’edificio: atto d’amore struggente verso un luogo che la “storia” ha sottratto a quella comunità.

Si potrebbero fare tanti altri esempi, per capire come una Biennale così non sia una Biennale che pretenda di proclamare verità, ma più semplicemente tenti di scovare l’umano laddove l’umano è rimasto schiacciato dalle macerie delle diverse omologazioni o sopraffazioni. Ciò che fa di un uomo un artista è una sensibilità del tutto particolare: una sensibilità acuta, vibrante che si cala nelle fibre della vita e ne coglie movimenti e sussulti che altrimenti sfuggirebbero. 

E loro, i ragazzi, che cos’hanno detto e visto? Mi ha colpito il desiderio di capire, di non restare prigionieri dei preconcetti. Il coraggio di fare anche domande radicali (che senso ha quella tela bianca che ho visto esposta?), il desiderio di sapere che l’arte ha una relazione stretta con la felicità anche se non mette a tema la felicità: perché il dar forma a immagini, dar loro persino una voce come accade spesso alla Biennale, è esperienza che ha a che vedere con la felicità. C’era anche una domanda di bellezza, dimensione che oggi sembra quasi negata in tante forme d’arte. Ho cercato di spiegare che la bellezza è sempre esito di una battaglia, che ci deve guardare dalla bellezza pacificata perché nella gran parte dei casi è solo un anestetico. La bellezza comporta sempre un rischio. Emerge per tentativi mai per calcolo. Oggi in particolare la bellezza si propone a frammenti, a sussulti. È fragile, spesso irriducibilmente ferita. Proprio come il corpo di Ashes, rifulgente di vita, che danza cullato dal movimento delle onde, che vediamo calamitato dalla meraviglia infinita del cielo del mare. Ma noi guardandolo sappiamo che quel suo corpo non c’è più. E l’arte è lì a cercare e domandare, a nome di tutti noi, un accento di consolazione.



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