IL CASO/ Ferrara, Blair, la guerra in Iraq: la fine di un’epoca

Pochi giorni fa Tony Blair, intervistato dalla Cnn, ha chiesto scusa per il tragico errore della guerra in Iraq. Guadagnandosi la dura reprimenda di Ferrara sul “Foglio”. MASSIMO BORGHESI

29.10.2015 - Massimo Borghesi
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Tony Blair (Infophoto)

Giuliano Ferrara è una persona intelligente. In certi momenti sa essere uno spirito libero, arguto, un critico fuori del comune. Questo finché non si toccano le fondamenta di una visione neocon, occidentalista, legata al modello liberale dei conservatori americani. Allora la sua realpolitik, diversa da quella più disincantata di Sergio Romano che si fonda sul classico equilibrio tra le potenze, si ferma. Questo velo ad una intelligenza, per altri versi lucidissima, è palese nell’articolo di ieri sul Foglio che ha come titolo “Sulle scuse pelose di Blair”.

L’ex direttore non riesce a trattenere un forte risentimento verso l’ex primo ministro britannico. Il motivo è chiaro. Pochi giorni fa Tony Blair, intervistato dalla Cnn, ha chiesto scusa per gli errori compiuti nella guerra in Iraq che portò all’abbattimento del regime di Saddam Hussein. «Mi scuso — ha detto — perché il rapporto dei servizi segreti (sulla presenza in Iraq di armi di distruzioni di massa, ndr) era sbagliato. Mi scuso anche per alcuni errori nella pianificazione dell’intervento militare; soprattutto chiedo scusa per la sottovalutazione di quelle che sarebbero potute essere le conseguenze una volta rimosso il regime». In una passaggio dell’intervista Blair spiega anche che la guerra in Iraq potrebbe essere in parte responsabile della nascita dell’Isis: «Anche se non si può dire che chi ha rimosso Saddam nel 2003 sia responsabile della situazione del 2015». 

Si tratta di affermazioni che, provenendo dal principale alleato di George Bush nella guerra irachena, costituiscono una vera e propria bomba. Esse delegittimano l’ideologia neocon che giustificò allora la guerra dell’Occidente “cristiano-democratico” contro la dittatura di Saddam. Un’ideologia, va detto, che è trasversale alla destra e alla sinistra come dimostra l’articolo di Antonio Polito “L’Occidente si pente troppo” sul Corriere della Sera di ieri. Il motivo saliente — lo ricordiamo — fu l’esportazione della democrazia in Medio Oriente nella convinzione, tipicamente liberal, che fosse sufficiente modificare la forma dello Stato perché i popoli diventassero liberi. Una persuasione fallimentare destinata ad essere tragicamente smentita dagli eventi. 

Comunque sia, le confessioni di Blair, disinteressate o meno, obbligano anche i più recalcitranti ad un bilancio critico dell’ultimo quindicennio: quello aperto dall’abbattimento delle Torri gemelle l’11 settembre 2001 a New York. Da allora siamo entrati in un’era “religiosa”, caratterizzata da una religiosità manichea, guerriera, la stessa che ha sembrato trionfare, al presente, con le teste mozzate dei fanatici dell’Isis. Di questo periodo di fuoco, in cui il Dio degli eserciti si rovescia nel predominio delle forze demoniache, la guerra in Iraq ha costituito, dopo la tragedia dell’11 settembre, il vero inizio. Il suo fallimento, spiega ora Blair, è la causa remota dell’espansione dell’Isis. 

Riconoscere questo rappresenterebbe per Ferrara, però, una confessione troppo dura. Il suo giornale, insieme con gran parte della stampa nazionale, ha cavalcato fino in fondo l’onda guerriera dell’Occidente democratico in lotta per portare la luce ai popoli oppressi. Riconoscere l’errore è come dire di aver sbagliato tutto, mandare al macero anni di editoriali, articoli, interviste. Un pezzo, importante, della propria vita, intellettuale e professionale. 

Così  Ferrara, lo spirito libero, il leone appassionato, si chiude a riccio e si scaglia contro Blair: «La storia che la democrazia e la libertà non si esportano con le baionette, e che dunque la guerra a Saddam fu una coglionata sanguinaria, è un insulto indecente all’intelligenza occidentale. Caro Blair ti meriti Corbyn. L’unica cosa di cui Tony Blair dovrebbe scusarsi è per aver assecondato George W. Bush nella folle impresa di mollare gradualmente la strategia dell’esportazione della democrazia e della libertà nel corso del suo secondo mandato (2004-2008)». Per Ferrara «non ha senso dire: mi scuso perché le informazioni dei servizi segreti di tutti i paesi della Nato sugli armamenti di Saddam erano inesatte, anzi è proprio un’affermazione demenziale». Se i servizi hanno sbagliato dovevano, questi, essere denunciati e non chi ha promosso la guerra. 

Qui però il nostro dimentica, o finge di dimenticare, che la famosa  prova che doveva servire a giustificare l’intervento militare con il consenso dell’Onu era una prova fasulla e i vertici dell’amministrazione Usa lo sapevano bene. Come scrive Alberto Negri su Il Sole 24 ore: «Tony Blair chiede scusa per la guerra in Iraq, dice che lui e Bush si sono sbagliati: non è vero, hanno contraffatto le prove sulle armi di distruzione di massa e mandato all’Onu il 5 febbraio il segretario di Stato americano Colin Powell agitando la famosa fiala contenente una polvere bianca per convincere l’America e il mondo intero dell’esistenza della cosiddetta “smoking gun”, la pistola fumante, la prova mai provata dell’esistenza dell’antrace e delle micidiali armi batteriologiche nelle mani di Saddam Hussein». 

Queste cose le sa anche Ferrara, ovviamente. Se non le ricorda è solo per ribadire il suo punto di vista, solo apparentemente “realista”. L’Elefantino è un idealista machiavellico, un hegeliano che sa che nella storia gli ideali si affermano, spesso, attraverso lacrime e sangue, in punta di baionetta. Per questo può scrivere: «La strategia delineata dai neoconservatori, da Bush e dal suo team di cinici ma efficaci machiavelliani era altra cosa, in continuità con la storia wilsoniana e rooseveltiana della democrazia americana: l’impegno della città sulla collina a diradare le tenebre, si tratti dei totalitarismi nazi-fascisti del Novecento o del jihadismo dell’islam del XXI secolo. Questa storia che la democrazia e la libertà non si esportino con le baionette, e che dunque la guerra a Saddam fu una coglionata sanguinaria, è un insulto indecente all’intelligenza e all’esperienza della generazione che ha visto liberati dalle baionette angloamericane i nostri padri, le nostre madri e noi stessi in tutta l’Europa occidentale». 

La guerra contro l’Iraq sarebbe analoga a quella dell’America e degli Alleati contro Hitler. Torna qui l’equiparazione, propria della propaganda di dieci anni fa, tra il dittatore Saddam e Adolf Hitler. Il milione e più di morti prodotti dalla guerra “democratica”, le centinaia di migliaia di feriti, la distruzione sistematica di un Paese che aveva un suo benessere, scuole, università, relativa parità civile tra uomini e donne, ricchezze artistiche, la destabilizzazione dell’intera area, l’esodo di centinaia di migliaia di cristiani e la persecuzione di una delle chiese tra le più antiche del Medio Oriente — come causa collaterale del conflitto portato dall’occidente “cristiano” —: tutto ciò non è significativo per lo sguardo “hegeliano” di Ferrara. Per il fondatore del Foglio la colpa di tutto non sta in una guerra palesemente sbagliata — perché di questo si tratta, non dell’idea utopica che non ci siano più guerre — ma nel fatto che non è stata portata fino in fondo a causa della pavida ritirata operata da Barack Obama sul quale si riversa tutta l’onta della sconfitta. Una formula assolutoria per Bush che esonera anche Ferrara da ogni ripensamento. 

Troppo semplice, troppo comodo cavarsela così di fronte al giudizio della storia. Nel suo articolo Ferrara richiama il valore della «crociata di san Giovanni Paolo II … per liberare l’Europa centrale e orientale dal tallone di ferro del Patto di Varsavia». Siamo d’accordo. Però perché egli dimentica di informarci che Giovanni Paolo II, vecchio e malato, si oppose come un leone alla volontà americana di andare in guerra, non temendo di opporsi, da solo, a tutti i poteri del mondo? Ferrara, che tanto ama citare i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI in antitesi al papa attuale, perché non ricorda mai l’opposizione strenua di papa Wojtyla contro la guerra in Iraq? Certamente non può averlo dimenticato; però, al momento di criticare la confessione di Blair, ricorda solo il papa che ha contribuito ad abbattere il muro di Berlino. Peccato per queste amnesie. Peccato, soprattutto, che l’Elefantino non abbia colto l’occasione delle parole di Blair per un ripensamento della sua prospettiva. Avremmo avuto un Ferrara diverso, una voce veramente critica mentre, al contrario, la sua ostinazione lo lega alla débâcle, ideale e politica, del decennio neocon il cui esito tragico è di fronte ai nostro occhi. 

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