GLUCKSMANN/ Il coraggio di André e la mamma di Roland Barthes

- Luca Doninelli

Ieri è morto André Glucksmann (1937), esponente dei “nouveux philosophes”, così influenti nel pensiero e nella società francese di questi ultimi 40 anni. LUCA DONINELLI

andreglucksmann_zoomR439
André Glucksmann (foto da lesechos.fr)

“Un uomo buono” ha detto di lui suo figlio. Nessun giudizio è più raro di questo, quando muore un uomo di cultura. E nessun giudizio è più grande di questo. 

L’uomo è André Glucksmann, classe 1937, morto ieri a 78 anni. Di famiglia ebrea, si distinse precocemente come intellettuale nelle file della sinistra francese, sostenendo tesi maoiste come una grossa parte di suoi colleghi più avanti con gli anni, da Jean-Paul Sartre al fondatore di Tel Quel, Philippe Sollers.

La sua carriera universitaria incrociò ben presto la strada del nemico più temibile di Sartre e della sinistra transalpina, Raymond Aron, autore del celebre saggio L’oppio degli intellettuali

Questo evento fu fondamentale. Senza Aron, di cui divenne assistente, la sua carriera sarebbe stata simile a quella di tanti frequentatori del salotto buono della sinistra, quelli che nel 1974 andavano in gita in Cina e scambiavano i Tazebao pieni di violenza per poesie. 

Invece, nel 1977, avvenne l’esplosione che il sottoscritto, allora studente di filosofia e deciso già allora a laurearsi su un filosofo francese (che sarebbe stato, per la cronaca, Michel Foucault) non poté non registrare con gioia. 

Erano nati i “nouveaux philosophes”: il loro libro-manifesto s’intitolava I padroni del pensiero (“Les maîtres penseurs”), Glucksmann ne era l’autore insieme a un altro giovanotto, anche lui di origine ebrea, Bernard-Henri Lévy, e io e i miei amici lo acquistammo e lo leggemmo immediatamente.

Finalmente era nata, in Francia, una nuova generazione di intellettuali non asserviti alla sinistra e senza l’obbligo di essere di destra. Figli della vecchia classe intellettuale gauchiste, la obbligarono a fare, sia pure di mala voglia, i conti con loro. 

La Francia è un paese difficile da capire. E’ difficile la sua lingua — così apparentemente simile alla nostra e così radicalmente diversa — e sono difficili le regole di comportamento che si è data, troppo diverse dalle nostre: dall’asilo politico concesso a terroristi fino al caso Charlie Hebdo. 

Negli anni 70 un intellettuale francese, anche il più estremista, trovava nella politica dello stato una protezione, la politica proteggeva gli intellettuali, permettendo loro di fare il proprio lavoro. Chi potrebbe credere, da noi, in un simile rapporto? Da noi la politica può al massimo comprare un intellettuale, non aiutarlo a fare il proprio lavoro. Sono mentalità diverse, che danno vita a costumi diversi. 

Negli anni seguenti, il pensiero di Glucksmann — che ha continuato a proclamarsi di sinistra — ha attraversato diverse fasi, destando spesso scandalo per numerose idee controcorrente. Ha appoggiato i movimenti ecologisti, poi ha rinnegato le vecchie posizioni pacifiste (care alla gauche) per proclamare il diritto alla difesa di Israele contro lo stato palestinese e la protezione internazionale di cui gode. I suoi interventi al tempo della guerra in Bosnia e quelli contro Putin sulla questione lituana sono celebri. 

Il suo coraggio intellettuale, aiutato da una notevole intelligenza e da un senso molto sviluppato della comunicazione, ne ha fatto un simbolo, e anche un segno di contraddizione in due sensi: 1) all’interno di una sinistra intellettuale francese che, a furia di privilegi, cattedre e corsi universitari, aveva perduto il senso della storia e 2) all’interno di un modello culturale straordinario che tuttavia, ben prima della tragica giornata di Charlie Hebdo, aveva mostrato di non saper reggere più il confronto con i tempi.

Domani, tra l’altro, correrà il centenario della nascita di Roland Barthes, il genio della critica, guru della sinistra francese di quegli anni, animo tormentato, comunista più per debolezza di carattere che per persuasione profonda. Nello stesso anno dei Maîtres penseurs, Barthes perse la madre, e di lì ebbe inizio un breve, imprevedibile cammino intellettuale che lo condusse a rifiutare il ruolo di principe della modernità, che la Francia gli aveva appioppato.

Barthes, nel poco tempo che gli rimase da vivere, fu sicuramente scosso da questa nuova generazione di scrittori capeggiata da Glucksmann, e non è improbabile che il suo cambio di direzione debba qualcosa a loro e, al tempo stesso, ne abbia accelerato lo sdoganamento. Perché, se i “nouveaux philosophes” erano diventati subito un simbolo per i giovani, resta il fatto che la vecchia classe intellettuale li vide, inizialmente, come dei ragazzotti un po’ cialtroni.

Volendo, infine, fare un po’ di pulci, possiamo dire che anche uomini come Glucksmann o come Lévy alla fine non hanno spezzato quel modello culturale che avevano messo in crisi, e hanno finito col farne parte. Il sistema alla fine ha prevalso, con tutti i suoi anacronismi, i suoi vezzi e le sue enormi contraddizioni. Ma forse la Francia si ama così: è di destra ma le piace darsi un pensiero di sinistra. Eppure dobbiamo amarla perché nella sua stranezza ha garantito un filo di libertà in più per tutto il mondo.

E André Glucksmann ne è un nobile esempio. Riposi davvero in pace.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori