LETTURE/ Felici e senza limiti: l’inganno del Grande Fratello tecnologico

Un riposizionamento della questione del rapporto tra cristianesimo, modernità e post-modernità: è quanto emerge dal lavoro del filosofo Fabrice Hadjadj. GIUSEPPE BONVEGNA

07.11.2015 - Giuseppe Bonvegna
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Secondo il filosofo francese Fabrice Hadjadj, non si comprende il nostro tempo senza la consapevolezza che viviamo non più in un’epoca ideologica, ma in un’epoca tecnologica: il documento più importante del Sinodo sulla famiglia sarebbe quindi l’enciclica Laudato si’, che vede nel cambiamento di vita l’unica possibile uscita da una post-modernità che, mettendo in discussione la natura umana attraverso la tecnologia, nega ormai anche ciò che di buono l’epoca moderna aveva ereditato dal cristianesimo. 

In una sua recente lezione sulla famiglia tenuta al Centro Culturale di Milano, Hadjadj ha infatti individuato la posta in gioco di fronte alla quale si trova oggi il cristianesimo proponendo un ripensamento dell’intero percorso filosofico dell’occidente. Ciò che ha detto si comprende nella più ampia cornice, propria della cosiddetta “svolta antropologica” della filosofia del Novecento, di un riposizionamento della questione del rapporto tra cristianesimo, modernità e post-modernità: innanzitutto tornando a riconoscere che le ideologie, nella loro duplice forma totalitaria e relativista, sono, secondo l’espressione di Chesterton, «verità cristiane impazzite». La modernità, come ha scritto recentemente Paolo Prodi riprendendo una nota tesi che risale a Karl Loewith, François Furet e Olivier Clément (e che oggi si ritrova in Ernst-Wolfgang Bökenförde e in Rémi Brague), non è altro che la trasformazione della profezia cristiana in «utopia» e «progetto rivoluzionario» (Paolo Prodi, Il tramonto della rivoluzione, Il Mulino 2015). Anche la versione debole della modernità (il relativismo) consiste infatti non certo nella rinuncia alla verità, ma piuttosto nell’identificazione di essa con il pensiero soggettivo: prova ne sia che il relativismo non teme di esporsi al rischio, come hanno notato Joseph Ratzinger e Zygmunt Bauman, di diventare assoluto, affermando che è vero che la verità consiste sempre in ciò che pensa il singolo. 

Il relativismo è dunque ideologico, nel senso che fa dipendere la verità dal pensiero umano. Ma il contributo che Hadjadj offre al pensiero cristiano è non solo e non tanto la riproposizione di questa tesi, quanto soprattutto l’intuizione secondo la quale il relativismo, non riuscendo a fare a meno della verità, trova comunque il modo di portarne avanti la critica, attaccandone direttamente la sorgente: la rivelazione cristiana. E per farlo si serve della tecnologia: il cristianesimo non si sconfigge, se non si eliminano i motivi per i quali l’uomo ha bisogno di essere salvato da Cristo (vale a dire il limite e la sofferenza), attraverso lo stravolgimento totale della natura umana reso possibile dalla tecnica. 

Quindi anche attraverso lo stravolgimento della famiglia, che, in quanto «luogo di un dono che ci sfugge» (Hadjadj), indica al pensiero che, nella natura umana, esistono un limite e una sofferenza e che la pretesa di eliminarli costituisce la più grande crudeltà. Quello che viene proposto è una specie di diritto alla felicità immediata usato come clava contro il cristianesimo, ma senza riconoscere che, come hanno di recente affermato, tra gli altri, Pierre Manent (Le metamorfosi della città. Saggio sulla dinamica dell’Occidente, Rubbettino 2014) e Marcello Pera (Diritti umani e cristianesimo. La Chiesa alla prova della modernità, Marsilio 2015), era stata proprio la rivelazione cristiana ad aver introdotto il concetto di dignità e di sacralità della persona in occidente. 

Ad evitare questa deriva tecno-scientifica, che Leo Strauss e Friedrich Von Hayek avrebbero chiamato «il male endemico della politica» (il tentativo dello Stato di procurare la felicità all’uomo con mezzi esclusivamente umani), come recita il sottotitolo di un recente volume di Raimondo Cubeddu (L’ombra della tirannide. Il male endemico della politica in Hayek e Strauss, Rubbettino, 2015), non basta più il fatto che «il sole e l’uomo generano ancora l’uomo» (Strauss). La pretesa tecnologica di eliminare la sofferenza dalla vita, cercando di far crollare ciò che costituiva il ponte naturale tra l’uomo e Dio, rischia infatti di rendere obsoleto un realismo antropologico che si concentri solo sulla salvaguardia di quel ponte e che non accetti di confrontarsi direttamente con la questione del rapporto dell’uomo con Cristo.

La stessa questione del gender resterebbe su un piano ideologico, secondo Hadajdj, se non si cogliesse che la sua vera portata risiede non tanto nella pretesa di stabilire, con la ragione, se c’è o non c’è la natura umana, quanto nel fatto che, attraverso tale pretesa, si fa strada il tentativo di eliminare la sofferenza e il limite e di realizzare quello che Marx aveva definito l’aspetto pratico dell’ateismo: la creazione delle condizioni materiali attraverso le quali gli uomini non abbiano più bisogno di una salvezza ultraterrena. 

Ed è una consolazione piuttosto magra il fatto che autori come John Rawls (all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso) e (oggi) Jürgen Habermas e Robert Audi sembrano aver attenuato la propria prospettiva “laica” riconoscendo un parziale ruolo pubblico al cristianesimo, sulla base della considerazione secondo la quale, come scrive Audi, «una piena adesione a una religione influenza tutti gli aspetti dell’esistenza» (La razionalità della religione, Cortina 2014, p. 15).

La ragione naturale umana resta certamente ancora in grado non solo di comprendere il ruolo pubblico della religione, ma anche di dimostrare l’esistenza di Dio e non è mai morta la religione intesa come ricerca di Dio da parte dell’uomo. Ma non avrebbe senso, secondo Hadjadj, dare valore al cristianesimo e alla famiglia, se ciò significasse soltanto uno sforzo di valorizzazione che però esclude una loro fondazione nel rapporto vitale dell’uomo con Colui che lo salva dal male. Pensare non alla famiglia perfetta frutto dell’opzione tecnologica, ma all’essere della famiglia, significa quindi rendersi disponibili a pensarla come «luogo di una misericordia» che non elimina la sofferenza, ma attraverso una fiducia senza controllo (la madre) e un’autorità senza competenza (il padre), la porta nelle braccia del Padre.

Lo Stalin immaginato da Eugenio Corti in Processo e morte di Stalin (1962), di fronte agli uomini che si rifiutavano di essere felici al prezzo della negazione del proprio limite, aveva invece dovuto ucciderli. Il Grande Fratello tecnologico di oggi ha trovato, come aveva già previsto Aldous Huxley ne Il mondo nuovo (1932), la strategia per evitare che avvenga quel rifiuto, illudendoli di poter vivere per sempre e (attraverso il tablet) ovunque.

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