LETTURE/ Papa Francesco e l’eredità di Benedetto XVI al Bundestag

L’enciclica di papa Francesco “Laudato si'”, presto archiviata come scontata “benedizione” dell’ecologismo dominante, andrebbe invece attentamente riletta. ROBERTO GRAZIOTTO

10.12.2015 - Roberto Graziotto
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Papa Francesco (Infophoto)

LIPSIA — In una meditazione del novembre del 1896 sul libro della Genesi Charles de Foucauld, che forse più di tutti, negli ultimi tempi, ha rappresentato una “chiesa in uscita”, con la sua vita eucaristica tra i Tuareg, esprime il senso ultimo di quella “ecologia integrale” che è il cuore dell’ultima enciclica di papa Francesco Laudato si’ e che ancora una volta lo mostra come un pontefice che non può essere inquadrato “nello schema di sinistra e destra”, come si è espresso con ragione, sulla Faz, Daniel Deckers. “In quale atmosfera di amore ci hai posto, mio Dio, e come deve amare il mio cuore, visto che vivo in Colui che amo, ricolmo, permeato da Lui, avvolto nelle sue opere! Come sei buono! Come sono felice! (…) San Francesco d’Assisi, nel nome di nostro Signore Gesù Cristo, prega per me, così che io, con te, ami Dio, il Suo Cristo e le Sue opere!” (Charles de Foucauld). Anche i chiari no — contro il nominalismo delle dichiarazioni, o contro il narcotraffico, o contro le colonizzazioni ideologiche a riguardo della famiglia — che il Santo Padre ha pronunciato nel suo discorso all’Onu o nell’enciclica stessa, nascono da questo grande sì: sì all’opera tutta di Dio. 

Questo fa di lui un uomo “radicale e scomodo” (sempre D. Deckers), che con chiarezza dice cosa stiamo facendo alla nostra “casa comune”: “Questa sorella (San Francesco la chiamava: “nostra madre terra”) protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr. Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora” (LS, 2).

Che Francesco sia un “radicale e scomodo” si vede anche nella mancata ricezione dell’enciclica da parte dei vescovi tedeschi e da parte della Cdu. I primi vengono confrontati con un modo di argomentare del papa che non permette di nascondersi dietro frasi vagamente filosofiche, ma in cui lui difende concretamente la diversità biologica, la molteplicità delle arti nella natura e lotta contro precise forme di produzione (per esempio con l’estrazione del carbone) che danneggiano la nostra “casa comune”. I politici della Cdu in Sassonia vedono invece nell’enciclica del papa un’ingerenza in cose di questo mondo, che non possono essere affrontare con il Vangelo in mano. 

Michael Beleites, di estrazione evangelica, a cui fu vietato nella Ddr di studiare biologia perché non assimilato alle esigenze del socialismo di stato, in un suo libro di biologia alternativa (Umweltresonanz), senza criticare in modo unico Charles Darwin, di cui riconosce la grandezza di osservatore della natura, fa vedere che la legge primaria nella natura però non è quella della “concorrenza” (idea questa che Darwin assimilerebbe, dice l’autore, dal primo capitalismo inglese), ma quella della “cooperazione”. Egli vede nella posizione del papa una parentela con la sua “biologia alternativa”, che non può per nulla piacere invece a chi vede in fondo la natura come puro “materiale” da usare per i propri bisogni. 

Forse il più grande tentativo filosofico cattolico del ventesimo secolo a livello ontologico, a partire da Homo Abyssus. Il rischio della domanda sull’essere (1961) di Ferdinand Ulrich, ha posto all’attenzione dell’uomo pensante l’idea concreta dell’essere finito come dono. Solo approfondendo questa idea, secondo l’autore, è possibile comprendere cosa sta succedendo nella nostra attualità. In questo suo tentativo, del tutto non referenziale, in cui pensa guardando negli occhi Hegel e Heidegger, Ulrich riesce a penetrare il senso della realtà in modo più profondo di Heidegger, che in fondo vede nell’essere dimenticato “qualcosa” di cui avremmo dovuto essere i pastori, mentre Ulrich vede in esso quell’atto che è avvenimento e forma, in cui Dio ci dona “quell’atmosfera di amore in cui Dio ci ha posto”. Ciò che nel linguaggio filosofico è l’essere comune a tutti, papa Francesco lo traduce nella metafora della “casa comune”. Nell’antropocentrismo moderno l’uomo pian piano perde lo sguardo per l’essere come dono e vi sostituisce un sguardo manipolatore.

“L’antropocentrismo moderno, paradossalmente, ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà, perché questo essere umano non sente più la natura né come norma valida, né come vivente rifugio” (LS, 115). Solo un essere considerato come dono in atto, non come qualcosa che semplicemente manca, può superare, come voleva Heidegger, una ragione “tecnica al di sopra della realtà”. Solo ciò che è dono, che accade ora, sveglia una logica completamente diversa. Quella di una responsabilità integrale come risposta ad un amore donato; una risposta che però non sostituisce quel che “viene prima”, cioè il dono, ma lo rispetta e lo vede come il “cuore” ultimo di ciò che fa.

Qui viene espresso il nucleo ontologico della “fine della modernità” di Romano Guardini, il filosofo italo-tedesco che Francesco cita nell’enciclica per le sue proprie conoscenze (voleva scrivere un dottorato su questo autore) e per l’indubbia santità dell’uomo. Nella modernità vi era ancora un sensorio per questo dono dell’essere che vien pian piano perso quando la tecnica diventa la sola logica unidimensionale intrinseca per affrontare il reale. 

“Il problema fondamentale è un altro, ancora più profondo: il modo in cui di fatto l’umanità ha assunto la tecnologia e il suo sviluppo insieme ad un paradigma omogeneo e unidimensionale” (LS, 106). Qui il pontefice capisce il problema più grande, al cospetto del quale si trova l’umanità: l’omogeneità e unidimensionalità del paradigma tecnologico. In questa “omogeneità” siamo confrontati con una hybris. Perché solo il movimento (l’atto come l’ho chiamato prima), in cui l’essere come dono si rende finito, nella molteplicità degli enti (pietre, acqua, animali, uomini) può “pretendere” per se una tale “unità”. Il dono dell’essere è uno. E da questa unicità, che è liberante, nasce la molteplicità, che a sua volta è dono stesso. Mentre dall’omogeneità e unidimensionalità tecnica nasce quell’unico stile di vita, dalla pedagogia alla medicina alla giurisprudenza, che vede nei problemi non la rivelazione di possibili vie di soluzione, perché molteplici ed unici sono gli uomini; ma l’ambito di esercizio di una “tecnica”, che non si impara contemplando il dono dell’essere, ma è frutto dell’efficienza del professionista (tra parentesi, questo è uno dei disastri più grandi del mondo della scuola — e lo dico da insegnante: non si ha a che fare con individui, che concretizzano in modo irripetibile l’unico dono dell’essere, ma con “generalità”, con “problemi generali”, che vanno risolti dallo specialista di turno). 

Decisivo, nella nuova enciclica del papa, mi sembra anche il legame tra il problema ecologico e quello dei poveri. Il problema ecologico diventa segno profetico per una diseguaglianza tra poveri e ricchi a livello mondiale. Solo la filosofia come sguardo che sa contemplare “l’uso medesimo di ricchezza e povertà nell’essere come dono” (F. Ulrich), può diventare un’alternativa reale all’omogeneo sguardo della tecnica. La filosofia, non come metodo del pastore di un essere ridotto a “ipostasi” (persona astratta) perduta (Heidegger), ma come ancella di un essere che, annullando ogni “privilegio”, si fa povero nella ricchezza della molteplicità degli essenti, è e rimane l’unica ipotesi gnoseologica ed antropologica adeguata per capire ciò che è come ciò che viene prima della dimensione tecnica.

Su questa base ci si accorge che il magistero di Francesco è un avvenimento “filosofico”. Egli capisce che il dono dell’essere è infinitamente ricco, così ricco che non vi è nulla di più sublime che l’atto in cui Dio dona l’essere. È anche però infinitamente povero, perché in quanto tale questo atto non è nulla. Hanno sussistenza le singole persone, hanno sussistenza — in modo meno pieno — le farfalle, non l’atto di donazione. Eppure senza esso non vi sarebbe nulla di ciò che è.

Anche se non posso approfondire ulteriormente, spero che ora risulti più chiaro il rinvio, per comprendere l’attenzione preferenziale ai poveri di papa Francesco, alla contemplazione, seguendo Ulrich, del “medesimo uso di ricchezza e povertà nell’essere come dono”. Il filosofo invece che cerca solamente la “ricchezza” (un dio veramente divino, come lo chiamava Heidegger), che rimpiange come persa, e che si fa “pastore dell’essere” (anche nelle sue versioni teocon giornalistiche attuali), non potrà che difendere una “ipostasi dell’essere”, una personificazione dell’astrazione. Chi pensa così non potrà che accusare il papa di pauperismo, perché il suo ideale è la sola “ricchezza”. Mentre, come ha spiegato Guzman Carriquiry in un’intervista a Radio Vaticana, “Quell’amore del pastore per i poveri non ha nulla di ‘pauperismo’ e men che meno di ‘pauperismo ideologico’”. 

Il papa è pastore che vede e si commuove in ogni incontro con i poveri, il suo è lo sguardo del pastore che fa sue le sofferenze dei poveri che portano nelle proprie piaghe ciò che ancora manca alla Passione di Cristo. Se non c’è questa commozione nel cuore e nell’anima, allora il rapporto con i poveri diventa assistenzialista o politico-ideologico. Francesco sa bene che questa situazione di povertà, di disuguaglianza che soffrono i poveri, si spiega all’interno di un sistema idolatrico del denaro che è alla base di queste disuguaglianze, di questi sfruttamenti, di queste situazioni di povertà, di violenza e di distruzione della natura.  Nella distruzione della “casa comune” e delle sue molteplici forme, legate le une con le altre in una rete ecologica, il papa vede una perdita della percezione dell’essere come dono. Così, al realismo che vede nella molteplicità una “sinfonia” si sostituisce “un paradigma omogeneo e unidimensionale”.

Infine ancora un punto. Il percorso del papa non è una “assoluta novità” nel magistero cattolico. Papa Benedetto XVI, con un altro stile teologico, ma non con un altro contenuto, aveva fatto un primo passo verso l’ecologia integrale di papa Francesco quando parlò, nel suo discorso al parlamento tedesco (22 settembre 2011) della necessità di una “ecologia dell’uomo”: “Vorrei però affrontare con forza un punto che — mi pare — venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”. 

Quella libertà che per l’appunto è in gioco nella grande sfida lanciata da Francesco (cfr. l’intervento all’Onu) sulla responsabilità, anche al cospetto delle generazioni future, per la nostra casa comune, cioè per la natura e per la natura dell’uomo (ecologia integrale); fonte di quella gioia che Charles de Foucauld ha voluto portare fino ai Tuareg. 

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