LETTURE/ “La reliquia di Costantinopoli”, un impasto di sangue, bellezza e santità

E’ in libreria, per i tipi di Neri Pozza, il romanzo “La reliquia di Costantinopoli” di Paolo Malaguti. Un grande romanzo storico sulla caduta dell’impero d’oriente. ROBERTO GRAZIOTTO

19.12.2015 - Roberto Graziotto
istanbul_costantinopoli_santasofiaR439
Istanbul, Santa Sofia (Foto dal web)

Riprendendo un suo testo su Reinhold Schneider, lo scrittore cattolico che più di ogni altro in Germania aveva riflettuto sul mistero del potere e della santità, von Balthasar ha scritto una frase che mi è stata sempre presente leggendo l’ultimo romanzo di Paolo Malaguti, La reliquia di Costantinopoli (Neri Pozza 2015): “La vita appartiene al compito, non alla biografia”. “Biografia” è una somma di fatti che in quanto tale, cioè come somma, può essere anche senza senso. “Compito” (“missione” è l’altra parola usata sia da Balthasar sia da Malaguti) è quel filo conduttore che dà ai fatti di una vita un loro ultimo senso, anche se non possiamo anticiparlo durante la nostra vita e neppure in ogni momento percepirlo come tale. Mi piace ricordare che l’ultima parola del personaggio chiave del romanzo, su una nave che lo porta a Venezia, è una variante della parola “compito”: servizio. “Al só servissio, siór“, sorrido asciugandomi gli occhi.

In questo grande epos, fatto di 198 giorni che raccontano una grande avventura dell’umano (amore, amicizia, guerra…), e in essi i cinquanta giorni dell’assedio e della caduta di Costantinopoli, detta la Città, il compito è chiaro: salvare alcune sacre reliquie della cristianità, quelle che riguardano Cristo stesso e che erano state nascoste nel corso dei secoli. Come per Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, si tratta — anche nella Reliquia — di un manoscritto, ritrovato dal discepolo di Gregorio Eparco, l’autore greco, personaggio chiave dell’opera, mercante in Costantinopoli, che ha lasciato tutta la storia in un suo diario. In esso vengono raccontati in modo avvincente, ma anche senza trascurare la forza contemplativa di un romanzo, il ritrovamento delle reliquie e la caduta della città. Alla fine le reliquie ritrovate sono cinque: la coppa dell’ultima cena, la lancia che ha trafitto Cristo in croce, la corona di spine, i chiodi ed infine la “parte superiore della Santa Croce”. 

Scoprendo l’ultima Gregorio dice: “ad un tratto mi sembra di aver sempre vissuto per quel momento, e nient’altro”; per quel compito, che dà a tutti i fatti, visti nei cinquanta giorni dell’assedio e della caduta, ma in vero anche i fatti di tutta una vita, un senso, forse anche una “speranza”, anche se il dramma finale fa dire a Gregorio: “non ho né la forza né la volontà di sperare in nulla”. Eppure quella missione e quel compito, uniti al sacrificio dell’amico, gli danno la forza, nell’ultimo inseguimento da parte dei turchi entrati nella Città, di mettersi in salvo. Una “biografia” di per sé non scopre mai lo scopo di una vita; ci vuole un compito, tanto più quando il tempo in cui si vive è drammatico. 

Nelle settimane di lettura del libro è capitato molto nel mondo, per esempio gli avvenimenti parigini di novembre, e spesso mi sono detto che non era certo un caso che leggessi proprio questo libro, proprio in questo tempo. Ovviamente né spero né temo, per ora, che la società occidentale stia cadendo com’è caduta Costantinopoli, in fondo abbandonata dai potenti cristiani di allora. Ma questo tempo, che ha fatto dire a papa Francesco che siamo in una terza guerra mondiale a pezzi, mi interroga profondamente e questo romanzo, che certamente prima facie è la lettura di un racconto avventuroso, è stata una compagnia adeguata. Adeguata perché non descrive l’identità cristiana come il perverso bisogno di un nemico (quasi che se questo non ci fosse, noi non fossimo nulla), ma tiene conto che un nemico, che dei nemici esistono, e che anche al loro cospetto abbiamo bisogno di un senso e di un compito che ci permetta di vivere e di morire. 

Nella Reliquia di Costantinopoli il senso è narrato, non solo nella ricerca delle reliquie, ma in primo luogo in un certo senso nella grande amicizia “trasversale”, per così dire, del romanzo, tra il cristiano greco-ortodosso Gregorio e l’ebreo veneziano Malachia (questo personaggio permette a Malaguti di usare con maestria anche in questo romanzo il dialetto veneto), entrambi mercanti ed amici dalla prima infanzia. L’ebreo alla fine sacrifica la vita per l’amico cristiano perché questo porti al termine il suo compito. L’ultima scena del loro rapporto di amicizia, che mi ha strappato le lacrime, perché in fondo si tratta del “suo unico amico”, dell’unica persona che in questa terribile solitudine della caduta gli è vicina, viene iniziata con una delle frasi che spesso nel libro mi hanno portato a sorridere o ridere: “Va’ via, mona!”. In questo “va’ via, mona” c’è tutta la percezione e la tenerezza non sentimentale dell’amico: lo so che anche tu daresti la vita per me, ma adesso allontanati, in modo che il compito venga portato al termine. Allontanati senza fare di me un “mito” — come non lo faccio io che penso che tu sia un mona ingenuo: chi se no, a parte un “mona”, si mette a cercare reliquie in mezzo ad un assedio? Negli ultimi momenti della Città, di Costantinopoli, della Nuova Roma, Gregorio riesce, proprio in casa di Malachia, dove erano state nascoste le altre quattro reliquie, a vivere un momento di preghiera e contemplazione aprendo il reliquiario in cui è contenuta la reliquia più importante: quella della croce. “È caduto per me, per la reliquia di fronte alla quale sono inginocchiato: penso che, in fin dei conti, svelare a casa dell’amico l’ultimo mistero, chiudere il cerchio della nostra missione, sia il meno che possa fare: ‘Se non sei nella Geenna’, mormoro, ‘goditi lo spettacolo, maledetto veneziano'”.  

Non posso neppure per accenni provare a tenere conto di tutti gli “strumenti” di tutte le “melodie” della grande sinfonia del libro, che nel veloce scorrere del tempo, tipico di un’avventura, riflette sulla vita e sulla morte, “estrema conciliatrice” e sul mondo e su Dio, di cui verso la fine del manoscritto si dice: “non mi interessa che sia il mio, o quello del Papa, o quello di Malachia, o addirittura quello dei nostri nemici”. Certo leggendo i sacri testi o guardando le diverse liturgie e norme non si tratta dello “stesso” Dio — tante cose diverse vengono raccontate di Lui —, ma certo del “medesimo”, per usare la riuscita formula di R. Spaemann, a cui si rivolge il nostro umano bisogno di Amore-Gratis, di Misericordia. Una misericordia che durante la caduta di Costantinopoli viene percepita come mancante, in entrambi le parti coinvolte nel conflitto. Il che non vuol dire che per Gregorio le due parti siano uguali; una rappresenta la sua patria, l’altra no. Anche i sovrani vengono percepiti diversamente: Costantino Paleologo, l’ultimo imperatore, che come il primo, Costantino il Grande, con cui comincia la storia della Città, aveva una madre che si chiamava Elena, è descritto come l’uomo che è vicino alla sua gente, di cui Gregorio fa parte, e alla quale negli ultimi giorni dona forza, prima a cavallo di una mula e poi di un destriero bianco. Maometto II viene visto come il nemico, sempre presente, ma come “lontano” e “brutale”. Quando il suo stendardo sarà issato sulla Città, per questa non ci sarà donazione di “forza”, ma distruzione e stupro. 

Con la figura della prostituta Cora, che nel corso della storia riappare per almeno otto volte in momenti essenziali, di cui Gregorio si innamora, il romanzo, nella nostra società “trasparente e pornografica” (Byung-Chul Han), presenta tra le pagine “erotiche” più belle. In queste pagine Cora diventa “come una sacra reliquia”, memoria di un amore così gratuito che non cerca il possesso, ma contemplazione di una bellezza che, come nel caso di un monaco che durante l’ultimo assedio è “coraggio disarmato”, è anch’essa inerme; Gregorio Eparco la vede ancora una volta dalla galea che lo porta salvo a Venezia, in una barca, mentre “tiene in grembo una bambina, di non più di un anno, che piange spaventata”. 

Alla fine la Città verrà occupata ed anche la più santa delle icone mariane, quella della Odighìtria, pitturata da san Luca quando la Vergine era ancora sulla terra, non la salverà, anzi l’icona stessa cadrà durante una processione solenne nel fango, come ulteriore segno, dopo l’eclisse della luna e il temporale durante l’ultima processione per invocare aiuto dal cielo, che ormai la Città non verrà salvata dal suo Dio. Ma il tutto non finisce in un lamento, bensì di nuovo in un compito.  

L’anziano discepolo di Gregorio, alla fine della lettura del manoscritto, nell’epilogo, vuole già “domani” iniziare la ricerca delle cinque reliquie, ancora una volta nascoste, che sono immagine della presenza dell’Amore Gratis nel mondo, di quel Cristo che “pur essendo nella condizione di Dio” non ha considerato come un “privilegio”  “l’essere come Dio”, ma “svuotò se stesso assumendo una convinzione di servo” (cfr. Fil 2, 6-7); al modo che la Città, per la quale nel romanzo si possono leggere stupende dichiarazioni d’amore (“cesellata tra le morbide cupole, Costantinopoli, la bella! Costantinopoli, la santa!”), con tutte le sue reliquie e preghiere, assume dopo la conquista turca una “condizione servile”. E nondimeno, in questa sconfitta rimane “gloriosa”. Ciò non toglie nulla alle grandi figure di soldati che hanno cercato per cinquanta giorni di salvarla: il compito del cristiano non è mai la difesa di “qualcosa”, ma la memoria di “qualcuno” che solo può salvare il mondo, proprio perché ha assunto la “condizione di servo”.

Forse come nel caso di Reinhold Schneider (autore del Bartolomeo de Las Casas) per l’anima tedesca, ci troviamo con Malaguti di fronte ad un autore, che consapevole della sua identità regionale, quella “veneta”, ha presentato al pubblico italiano la sua anima più autentica, quella cattolica (universale), in un’opera di valore europeo, ambientata sullo sfondo di quella ultima lotta tra santità e potere che è stata il cuore dell’autore tedesco. 

Gli auguriamo però di non finire la sua vita nella depressione di un “inverno viennese”, come accadde a Schneider, ma di esser fedele alla forza intravista di Dio nella storia ieri, oggi e sempre, come “memoria” e non come “temporalismo”; eventualità dalla quale risulterebbe soltanto il continuo “lamento” di una grandezza perduta. Mentre Cristo è annuncio di “vittoria” (l’Agnello macellato è il vincitore, dice l’Apocalisse di Giovanni), incarnata sempre in culture particolari, che si muovono le une verso le altre con conflitti — tra latini e greci, tra veneziani e genovesi — ma anche e ancor di più nell’amicizia trasversale e gratuita degli amici, come Gregorio e Malachia. 

La vita, manifestazione dell’essere come amore e dono, appartiene davvero ad una missione, non ad una biografia. A livello biografico rimarrebbe tra i due amici un’ultima estraneità. Nella missione si rivela un’ultima intimità, disposta anche al sacrificio di sé: “Sono sgusciato dalla trappola del nemico per un soffio ed unicamente grazie al sacrificio del mio amico”. Solo con esso la missione viene infine compiuta: conservare e donare la memoria di Colui che, sulla croce, ha salvato il mondo. 

I commenti dei lettori