LETTURE/ Il “novembre parigino” e la poesia che (non) nasce in noi

- Paolo Valesio

I fatti di Parigi hanno suscitato varie reazioni, molte delle quali si sono tradotte in parola scritta, e alcune di queste in parola poetica. Un modo di dire sì alla vita. PAOLO VALESIO

Il topos del “Dov’ero l’11 settembre del 2001” si è presto logorato — e questo è accaduto anche per le rievocazioni del 13 novembre di quest’anno a Parigi (quello che non invecchia, d’altra parte, è un bellissimo e sempre commovente inno sacro americano: “Were you there when they crucified  my Lord?”, eri là, tu, quando hanno crocefisso il mio Signore?). 

Ma vorrei soltanto raccontare una piccola cosa accaduta nella mattina del 14 novembre. Stavo preparando le carte per la riunione mensile del comitato del centro culturale che coordino a Bologna; e avevo deciso di non spendere nemmeno una parola, in apertura di seduta, sugli avvenimenti della notte prima a Parigi perché mi sembrava che ogni reazione a caldo si sarebbe immediatamente risolta in qualcosa di simile a un chiacchiericcio, anche se animato dalle migliori intenzioni. Prima di uscire, però, detti un’ultima occhiata alla mia casella di posta e fui sorpreso di trovarvi già tre testi che in qualche modo collegavano quegli avvenimenti alla poesia: una poeta e critica della California mi informava che troncava un messaggio che aveva cominciato, a proposito di alcune poesie di cui stavamo discutendo, perché gli avvenimenti di Parigi l’avevano bloccata; d’altra parte, una critica e poeta di Roma riprendeva e diffondeva sul suo blog la poesia che un noto poeta francese aveva scritto a suo tempo sull’Undici Settembre; e infine un critico e poeta mi inviava da una piccola città lombarda una sua breve poesia appena scritta a proposito degli assalti di Parigi; dunque, tre reazioni molto diverse nel giro di pochi minuti…

Risposi subito alla collega californiana ricordando un famoso verso di W.H. Auden: “Poetry makes nothing happen” (la poesia non fa succedere niente) — ma subito ricordando a me e a lei che Auden sembra anche suggerire il contrario nei versi immediatamente seguenti; quanto alle due poesie, le stampai, le misi in cartella, e mi avviai alla riunione. Pensavo di non condividerle pubblicamente, perché mi sembrava che non avrebbero modificato la situazione di possibile cicaleccio; ma a metà dei nostri lavori cambiai (quasi) idea: feci fotocopiare i testi lì per lì, e li distribuii ai membri, avvertendo al tempo stesso che non ero sicuro della loro qualità, e che comunque proponevo di non parlarne in quell’occasione. Il  che accadde, con il risultato però di lasciare tutti (compreso me) vagamente perplessi e vagamente scontenti. Ecco: non sapevo esattamente che fare di quei testi, non avevo per il momento niente da dire a proposito di Parigi — eppure non volevo rinunziare a condividere quelle poesie, e inoltre non mi sentivo di ignorare completamente il massacro. Una sorta di “atto mancato”, dunque, come dicono gli psicologi? Forse — e forse no. 

Ciò che emergeva in quell’episodietto era l’impulso a trovare parole che non cadessero su di noi come pesi morti; anche perché il vero peso era ed è quello dei morti di Parigi. Distinguere fra i vari tipi di silenzio è altrettanto difficile che distinguere fra i vari tipi di parola. C’è un silenzio che nasce dalla nausea — per esempio, dalla nausea verso le parole fruste delle reazioni mediatiche e automatiche, che proclamano qualcosa e al medesimo tempo il suo contrario, tanto per riempire in qualche modo il vuoto: “Le cose non saranno mai più le stesse” (ma abbiamo subito cominciato, ed è comprensibile, a rifugiarci nella routine), “dobbiamo continuare la nostra vita normale” (ma che cos’è la vita normale, in queste circostanze?), “siamo di fronte a un odio allo stato puro, un odio incomprensibile” (ma l’odio ha sempre delle cause e ha — purtroppo — un elemento di razionalità; è l’amore, che è sovra-razionale), eccetera eccetera.

Eppure, il silenzio indirettamente chiede di essere interrotto dalla parola, anche se dovrà aprire lo spazio in cui la parola sorge, e accompagnarla nel suo sviluppo, e concluderla poi con una sorta di sigillo. Questo silenzio incorniciante è quello della poesia (e, in modo analogo ma non uguale, della preghiera). Certo, non bisogna farsi illusioni: la maggior parte delle poesie nate dal novembre parigino — così come la maggior parte di quelle nate dal settembre newyorchese — risulteranno abbastanza tenui (è il problema di ogni poesia che nasce troppo a ridosso degli eventi che la ispirano). Ma il punto qui non è scrivere recensioni o compilare graduatorie; si tratta di riconoscere in ogni forma espressiva un atto sorgivo, che rifiuta silenziosamente quella pericolosa mescolanza di odio,  paura e depressione — o di passività  cupa — che nasce quando l’incolumità del privato cittadino è messa brutalmente in questione. E’ un atto che ha un suo valore di inizio, piccolo ricominciamento di vita (e che potrà portare a un prodotto finito oppure essere in ultima analisi scartato, ed è quasi lo stesso, nei termini dell’esperienza di base: un certo effetto  psicologico è stato raggiunto).

Ho qui sulla scrivania tre testi scritti uno dopo l’altro nei tre giorni immediatamente successivi al 13 novembre, da una giovane che ha studiato negli Stati Uniti e in Canada, che negli ultimi anni ha cominciato un’attività di scrittrice a Parigi, e che la sera del 13 si trovava a pochi bar e poche strade di distanza dai luoghi del massacro. Ciascuno dei tre testi appartiene a un genere diverso: il primo è un breve articolo scritto in quelle ore e subito apparso in una pubblicazione online; il secondo è una lettera personale; e il terzo (il più lungo e ambizioso) è una poesia di tipo sperimentale, che integra la scrittura dell’autrice con un brano di altro autore.  

Non so quale sia il testo più riuscito e non so nemmeno, a questo punto, quale dei tre testi sia il più propriamente poetico. Ma quello che è stato necessario che io percepissi — per sollevare un poco da me il peso di quei corpi e per avere una piccola possibilità di condividere con altri quel sollevamento, quel relativo sollievo — era il messaggio di vita implicito in una esplosione di parole. 

E’ vero che poi queste parole rivelano la consapevolezza del loro limite e della loro lacerazione; soprattutto se esse riflettono il senso di colpa che sorge quando (e parafraso alcuni di quei versi che somigliano a prosa) la sopravvissuta si rende conto della divaricazione fra il comprendere l’orrore e sentirlo nella propria carne. Sono parole ferite che parlano di corpi e di anime ferite; e ci vorrà tempo prima di vedere le parole consolidarsi, i corpi cicatrizzarsi e le anime sanarsi. Ma non c’è molto altro che si possa fare; e intanto la poesia — nonostante la sua ingannevole apparenza di gratuità — è uno dei  modi con cui si crea un’alternativa quando le alternative si rivelano essere assai poche.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori