LETTURE/ “Dono” contro “possesso”, le due culture al bivio

- Danilo Zardin, Andrea Caspani, Stefano Bertani

A oltre 50 anni dalla conferenza sulle “due culture” di Charles P. Snow, il dibattito sul rapporto fra cultura umanistica e scientifica è ancora aperto. S. BERTANI, A. CASPANI, D. ZARDIN

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Leonardo Da Vinci, Uomo vitruviano, particolare (1490)

A oltre 50 anni dalla celebre conferenza sulle “due culture” di Charles P. Snow, il dibattito sul tema del rapporto fra cultura umanistica e cultura scientifica sembra lontano dall’aver trovato la sua conclusione, per quanto si stiano delineando alcuni nuovi indirizzi che lasciano intendere un cambio di rotta rispetto al conflitto che secondo Snow regnava ormai da decenni. 

L’evoluzione cui vogliamo alludere è di quelle che si impongono con i fatti, e che sono indice di un dominio culturale ben preciso, che si manifesta attraverso la diffusione e l’imposizione di un certo tipo di linguaggio rispetto ad un altro. E tutto ciò avviene ormai nella lingua comune, senza che molti se ne avvedano. Se nel 1959 Snow auspicava lo sviluppo pratico delle scienze nelle ben più socialmente efficaci tecnologie, è facile constatare quanto egli abbia avuto ragione. Nessuno può del resto negare che Steve Jobs non sia solo un geniale scienziato tecnologico, quanto invece si sia dimostrato il modello di un nuovo intellettuale tout court che, attraverso il successo sul mercato, sviluppa una vera filosofia, una vera “cultura” del vivere: think different è il concetto in cui si compendia il paradosso del suo conformismo di massa, aderendo al quale ciascuno si sente più forte nella propria individualità di consumatore progressista e felice (non certo nella propria identità di persona): I-(phone, pad, pod, book).

Lingua del successo economico, coadiuvato da una ferrea disciplina militare, per la quale si producono beni culturali per raggiungere target attraverso strategie che conducano al successo della mission. Tutto il sistema educativo europeo, coinvolto in una delle più severe e pervasive operazioni di omologazione politica, non solo è stato impotente nel conservare una pedagogia della magnanimità, dell’abbondanza, della generosità, della bellezza, della verità, dell’ozioso contemplare; ha invece perseguito con maggior fervore di altri settori questa illusione di progresso modernizzante. 

Così alla somministrazione di test per il controllo oggettivo della produttività delle aziende scolastiche e universitarie, ha aggiunto un rapporto finanziario fra docente e discente, che ora si trovano collocati in una relazione a dir poco imbarazzante. Mentre da una parte il professore di lettere, filosofia, storia dell’arte, illustra i modelli di civiltà della tradizione umanistica, fondati sul primato della conversazione, del dialogo, del sacrificio e dell’otium; dall’altra è chiamato a valutarne la prestazione secondo i rapporti matematici della finanza, tra debiti e crediti che andranno saldati. In ogni facoltà la scelta di corsi è sottoposta al rapporto qualità/prezzo, come nel miglior ipermercato: si sceglie a parità di crediti e a minor quantità di materiale di studio. L’interesse (il manzoniano inter-esse, l’esser nell’argomento, nello studio, nel diletto con cuore e ragione) è trasformato nell’interesse della convenienza utilitaristica, secondo una mal riposta fiducia in una visione scientista del mondo delle cose di natura e di cultura. 

Il fisico e scrittore inglese Snow aveva avuto dunque ragione, richiamando il tema che denunciava la contrapposizione tra la cultura umanistica e quella scientifico-tecnologica (invitando all’epoca a valorizzare la dimensione culturale della scienza e quella sociale della tecnica), e dando luogo a svariate correzioni e proposte di successivi aggiustamenti teorici. Egli stesso cominciò a parlare di una conciliazione in tre culture, cui seguirono innumerevoli contributi, sino alla recente proposta di Jerome Kagan, che distingue più opportunamente fra “campi del sapere”, piuttosto che “culture”, salvaguardando in tal modo la metafora originale (cultura viene da “coltivare”), e soprattutto alludendo all’unitarietà della cultura umana, ancorché distinta in “campi” disciplinari. 

Ancor più profondo era stato il significato attribuito allo schema delle “quattro culture” proposto da O’Malley, che così di fatto però rovesciava il paradigma di Snow a favore di una pluralità di “stili culturali” in dialettica tra loro: “stili” che, pur nella loro marcata diversità, esprimerebbero caratteristiche comuni ai modi dell’agire e del pensare umano, senza che, per queste oggettive differenze, si trovino spinti a combattersi in una guerra totale. Il vero dibattito fu insomma quello che cominciò quando si volle riconoscere il prezzo pagato dal cedimento a una nuova edizione del conflitto polemico fra Antichi e Moderni, come appunto avviene nelle facoltà umanistiche, sottoposte sempre più a snaturare i loro statuti epistemologici di tipo storico e artistico in nome delle “scienze umane” (si veda il saggio integrale su Le due culture di Finkielkraut, parzialmente riprodotto nel dossier di Lineatempo).

Per non dire di nuove facoltà che sono passate da corsi di filosofia della biologia a quelli di biologia della filosofia. Il monumento di tale indirizzo è forse, qui in Italia, la recente enciclopedia del sapere della UTET, la cui dimensione antropologica spazia dalle scienze alle lettere alle scienze sociali, biologiche e antropologiche, ma alla cui direzione non è più il filosofo storicista crociano o gentiliano (evidente è la specularità, e quindi la implicita concorrenza con i paradigmi fondativi della Treccani); né tanto meno potrebbe esserlo l’enciclopedico umanista o l’illuministico philosophe, ma il genetista Cavalli Sforza, che conduce a piena naturalizzazione le due culture, conciliandole nella visione evolutiva delle neuroscienze.

Ci sembra inoltre che il dibattito sul tema registri anche una frequente insistenza, con accenti spesso molto espliciti, sul desiderio di una ricomposizione dell’unità della cultura: oggi si moltiplicano gli interventi che invitano gli uomini con formazione scientifica ad appropriarsi della strumentazione logico-letteraria necessaria per riflettere ed analizzare il mondo contemporaneo, poiché gli umanisti si troverebbero impreparati a svolgere analisi globali dei fenomeni contemporanei a causa della difficoltà che essi incontrano nel seguire i passi della scienza (Odifreddi). 

Alla dimensione umanistica (specie sul piano letterario) sembra che rimanga solo la possibilità di esprimere il mondo dei sentimenti: rimane così abbandonato il fatto che la dimensione umanistica, sia letteraria che filosofica, mira a porre il problema del senso vero della realtà, dei suoi fini, dell’essenza dei problemi e della relazione tra le diverse dimensioni della realtà.

Proprio per questo noi riteniamo cruciale la sfida di ripensare a una unità di fondo della conoscenza della realtà, che discende dall’unità inscindibile della ragione e, prima ancora, del soggetto umano che la muove, ipotizzando un altro modo per pensare ai possibili cammini di una ragione aperta alle diverse dimensioni o ai diversi “stili” del sapere, sulla base dell’unità di fondo della cultura.

Partiamo realisticamente dall’idea che “due culture” esistono e non sono conciliate, ma il loro dualismo non sta in una divaricazione di campi di interesse o di metodi di indagine. Non pensiamo a un anacronistico divorzio totale tra umanesimo e scienze esatte, forse mai esistito se non nelle estremizzazioni unilaterali di chi ne ha fatto una sorta di caricatura. La “dualità” con la quale oggi sempre di più ci confrontiamo è quella che tende a contrapporre due diversi atteggiamenti o “stili” culturali, trasversali a tutti i campi di espressione della cultura, delle relazioni e del discorso umano. Da una parte c’è infatti una cultura del dono, che si mette al servizio della verità della realtà (una cultura sapienziale che può essere patrimonio sia di un filosofo, sia di un letterato sia di uno scienziato); dall’altra c’è una cultura del possesso, che vuole impadronirsi della realtà (una cultura utilitaristica, che può essere patrimonio sia di un filosofo, sia di un letterato sia di uno scienziato).

Nel dossier allestito per Lineatempo intendiamo presentare una serie di interventi che mostrino come invece sia la logica umanistica (che può essere la logica di chiunque, soprattutto dei grandi scienziati) ad essere in grado di illuminare, ponendo il problema del senso (come la tradizione culturale europea ci ha sempre documentato, almeno sino alla “crisi della coscienza europea” del Settecento), i dati culturali che il continuo progresso scientifico e tecnologico ci offre. E come sia la logica scientifica (che può essere la logica di chiunque, soprattutto dei grandi umanisti) ad assicurare il rigore, pieno di rispetto per la realtà, necessario alla ricerca di quello stesso senso.

Il dibattito non si gioca più solo nelle stanze alte delle accademie. Permea ormai capillarmente tutta la nostra cultura quotidiana, decidendo del suo destino. 



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