LETTURE/ A Firenze 1900 studenti rileggono Saba per “ritrovare” l’infanzia

- Valerio Capasa

I “Colloqui Fiorentini”, convegno nazionale annuale di letteratura italiana per le scuole superiori, comincia oggi a Firenze. Quest’anno è dedicato a Umberto Saba. VALERIO CAPASA

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I “Colloqui Fiorentini – Nihil Alienum”, convegno nazionale annuale di letteratura italiana per le scuole superiori, è giunto alla sua XIV edizione e quest’anno è dedicato al grande poeta Umberto Saba col titolo “Ode la voce che viene dalle cose e dal profondo”. In 1.900 fra docenti e studenti da tutte le regioni d’Italia hanno deciso anche quest’anno di partecipare a questo evento di scuola e di cultura che da un quindicennio sta lasciando un segno profondo nella scuola italiana. Al convegno interverranno come relatori il prof. Pietro Gibellini dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, la prof.ssa Cristina Benussi dell’Università di Trieste, il poeta Davide Rondoni, Gianfranco Lauretano, direttore della rivista letteraria ClanDestino.

«Vi sono angoli del mondo e dell’anima umana che, dopo di aver letto Saba, si vedono con occhi un po’ diversi: e questa è per noi la sola prova della vitalità di un’opera d’arte, della sua “necessità”» (Storia e cronistoria del Canzoniere, p. 330). In altri termini: perché vale la pena leggere un libro come Il canzoniere di Umberto Saba? Perché i nostri occhi, che tanto spesso sono distratti, da queste poesie sono aiutati ad aprirsi. 

Prendiamo uno dei primi componimenti di Saba, Meditazione, composto intorno ai vent’anni. Immaginate di osservare dalla finestra una notte stellata: «Sfuma il turchino in un azzurro tutto / stelle. Io siedo alla finestra e guardo. / Guardo e ascolto; però che in questo è tutta / la mia forza: guardare ed ascoltare». Qui sta la forza di un poeta, prima che nella sua capacità di scrivere: nella disponibilità a «guardare ed ascoltare». Ma cosa guarda un poeta, cosa ascolta? «La luna non è nata, nascerà / sul tardi. Sono aperte oggi le molte / finestre delle grandi case folte / d’umile gente». Potrebbe trattarsi di una sera d’estate: sono tante le finestre aperte, siamo in tanti a guardare fuori. Ma forse solo a Saba capita, guardando, di ritrovarsi nel cuore di una verità: «E in me una verità / nasce, dolce a ridirsi, che darà / gioia a chi ascolta, gioia da ogni cosa». Qual è questa «verità»?

Poco invero tu stimi, uomo, le cose.
Il tuo lume, il tuo letto, la tua casa
sembrano poco a te, sembrano cose
da nulla, poi che tu nascevi e già
era il fuoco, la coltre era, la cuna
per dormire, per addormirti il canto.

Ecco la «verità»: noi stimiamo poco le cose, le diamo per scontate, perché le conosciamo già, ce le siamo trovate davanti. Ma è proprio questa scontatezza che lo sguardo di Saba manda in frantumi. Appunto perché queste cose c’erano «già», perché ci precedono, accendono la meraviglia: sono lì per noi. «I fatti preesistono. Noi li scopriamo, vivendoli» (Scorciatoie, 94, p. 45). Non possiamo guardare con superficialità questa casa, questo letto, questo canto, queste parole: ci rendiamo conto di cosa sono? 

Ma che strazio sofferto fu, e per quanto
tempo dagli avi tuoi, prima che una
sorgesse, tra le belve, una capanna;
che il suono divenisse ninna-nanna
per il bimbo, parola pel compagno.
Che millenni di strazi, uomo, per una
delle piccole cose che tu prendi,
usi e non guardi; e il cuore non ti trema,
non ti trema la mano […].

Quanto ci è voluto per una di quelle cose banali che prendiamo in mano, quanta storia c’è lì dentro! E noi cosa facciamo di fronte a questa vita «che è tutta un dono» (Canzonetta nuova)? Prendiamo le cose, le usiamo, e non le guardiamo: non ci «trema» la mano, non ci «trema» il cuore. Abbiamo perso «la meraviglia della cosa scoperta per la prima volta» (Storia e cronistoria del Canzoniere, p. 293). Tornare a guardare il mondo come una sorpresa e non come un’ovvietà, ricominciare a esplodere di meraviglia anziché implodere nella noia, è la posta in gioco per chi legge Saba. Ma è indispensabile, da parte nostra, essere davvero semplici: «Per fare, come per comprendere, l’arte, una cosa è, prima di ogni altra, necessaria: avere conservata in noi la nostra infanzia; che tutto il processo della vita tende, d’altra parte, a distruggere. Il poeta è un bambino che si meraviglia delle cose che accadono a lui stesso, diventato adulto» (Scorciatoie, 14, p. 13).

Il «miracolo» della poesia è l’accadere di un «occhio che illumina ove mira» (Dopo la nezza, 3). «Quando la Musa – voglio dire l’ispirazione – ti visita, da ogni cosa che tocchi ti nasce un fiore. E su quel fiore cade una tua lacrima. Una lacrima di gratitudine» (Un’appendice di scorciatoie disperse, 2, p. 887). Sorprendere quella «lacrima di gratitudine» da cui nascono le poesie di Saba rappresenta questa enorme occasione affinché ci tremi il cuore. In mezzo alla normalità di ogni giorno: perché la poesia non è una nobile parentesi in mezzo alle difficoltà della vita, ma un momento in cui scopri che la vita, «la vita di tutti», è diversa da come ti era sembrata: è più bella. 

Come quando «un uomo battuto dal vento, / accecato di neve», vede «l’aprirsi, lungo il muro, di una porta». Cosa gli succede se entra? «La poesia è per Saba quello che sarebbe, per un uomo perduto in un inverno polare, una porta che si apra improvvisamente ad accoglierlo. L’uomo entra, e vi trova “la bontà non morta”, la “dolcezza di un caldo angolo”. Quando poi, riconfortato, ritorna alla strada, anche la strada è un’altra: “Il tempo al bello si è rimesso, i ghiacci / spezzano mani operose, il celeste / rispunta in cielo e nel suo cuore…”»(Storia e cronistoria del Canzoniere, p. 295).  

Sono soltanto parole? Solo «rose a nascondere un abisso» (Secondo congedo)? La semplicità della lingua di Saba, come quella delle cose di cui parla, ci chiede di andare «fino in fondo». Perché dietro un’«erma collina», su cui sorgono appena «rade casine» e «vigneti»«si vede l’occhio di Dio, l’infinito» (Veduta di collina). 

Come guarda Saba, allora? Cosa vede più di me nelle stesse cose che vedo io? Sarà anche il «poeta più chiaro di questo mondo» (Storia e cronistoria del Canzoniere, p. 191), quasi “sanremese” nella scontatissima «rima fiore / amore, / la più antica difficile del mondo»: ma «la verità» si nasconde «al fondo» di questa semplicità. Chi può sentire «amica» la «verità»? Solo chi conosce «il dolore»: è il dolore, infatti, che permette di guardare le cose «di tutti i giorni» e le «trite parole», e di scoprirne il «fondo» (Amai).

Saba ha amato «la verità che giace al fondo», delle cose, delle parole e del cuore: «io che ho messo lo sguardo fino in fondo / al mio cuore, al mio triste cuore umano» (Fantasia), sentendo il «sorso amaro» con cui la vita interpella l’uomo (Quando si apriva il velario), e riluttando allo spavento di quando «il cuore è vuoto», perché «senza il cuore la saggezza è un gioco» (Dopo la giovanezza). Il dolore infatti è la condizione per meravigliarsi della bellezza del mondo: «guarda e adora; / guarda se il mondo è bello, / se il tuo dolor non vale» (L’incisore).

In un «pomeriggio / troppo bello» dell’autunno, quando un cielo chiarissimo iniziò a specchiarsi non solo nel mare ma anche nella sua anima, quando «tutto il mondo» sembrava «creato or ora», il contraccolpo di quella bellezza costrinse il poeta, paradossalmente, a svelare i suoi «rimorsi» e il suo «rimpianto». Chi è così semplice da stupirsi per qualcosa che è «troppo bello», e se ne lascia mettere in discussione, allora «ode la voce / che viene dalle cose e dal profondo» (Il pomeriggio). Dipende dalla semplicità del cuore che si sveli qualcosa di bello come il cielo azzurro di quel pomeriggio, promettente come una porta in pieno inverno, da cui si possa «guardare ed ascoltare» cosa ha da dirci Saba, ma ancora di più, attraverso le sue parole, cosa hanno da dirci le cose, cosa ha da dirci la profondità delle cose.

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