LETTURE/ Derrida e Agostino, la “formula” della vita ci sfugge sempre

- Silvano Facioni

Nel “dialogo” tra Geoffrey Bennington e Jacques Derrida emerge la struttura aperta dell’io: nessuna formula può esaurirlo, la sua memoria e il suo cuore rimandano all’Altro. SILVANO FACIONI

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V. Carpaccio, Agostino nello studio (1502) (Immagine dal web)

Geoffrey Bennington, uno dei più importanti studiosi dell’opera di Jacques Derrida, dichiarò un giorno al filosofo francese (siamo alla fine degli anni 80) che aveva deciso di scrivere un libro in cui avrebbe tentato di raccogliere, come dentro un sistema, i concetti e le parole-chiave che erano stati disseminati per quasi trent’anni lungo libri e seminari. Derrida, solitamente restio nei confronti di qualsiasi forma di imbrigliamento (soprattutto concettuale), non soltanto accolse la sfida di Bennington, ma la rilanciò: avrebbe partecipato al volume scrivendo un testo fuori da ogni possibile schema per “sabotare” il pur lodevole tentativo di scrivere un’introduzione al suo pensiero.
Una sfida e un contratto sono dunque alla base di un libro che porta la doppia firma Bennington-Derrida dal titolo Derridabase. Circonfessione (pubblicato in italiano da Lithos a cura di E. Ferrario), e che è composto per i due terzi di ogni pagina dalla presentazione del pensiero del filosofo, mentre nella parte inferiore del volume scorre, come un interminabile nastro, Circonfessione, uno dei testi più singolari del pensiero filosofico del nostro tempo.
Jacques Derrida, che all’epoca aveva 59 anni, divide il testo in 59 capitoli nei quali ripercorre alcuni momenti della sua vita intrecciandoli con il percorso filosofico compiuto fino a qual momento. Il testo convoca immediatamente, quasi fosse un deutero-agonista o un comprimario, S. Agostino e, in particolare, le famose Confessioni (riprese in parte anche nel titolo), ma tale richiamo non è esteriore o fortuito: Derrida, inseguendo la struttura profonda dell’opera del vescovo di Ippona, si interroga sul senso del “fare la verità” (veritatem facere) che trasforma il “parlare di sé” in qualcosa di diverso da una semplice autobiografia (genere letterario che, nel migliore dei casi, può tutt’al più aspirare, illudendosi, a “dire la verità”).
La posta in gioco è quasi impossibile: si tratta di abbandonare l’idea di poter controllare se stessi e il racconto di noi che facciamo agli altri proprio nel punto di massima concentrazione tra quanto crediamo sia la “nostra” verità (i desideri, le speranze, lo sconforto, le proiezioni più o meno riuscite) e quanto invece si insinua in noi e, proprio come dice Agostino, è “più intimo a noi di noi stessi”. Ecco allora che “la memoria e il cuore” (i quali, “confessa” Derrida, sono tutto ciò che per lui conta realmente) diventano il punto unificante di un me stesso più radicale e più antico di qualunque sapere, un luogo non dominabile ma che, tuttavia, mi suscita e mi sostiene. La memoria e il cuore non sono un sentimento a lato del discorso, magari più profondo del discorso, ma il luogo dove sono generato e, dunque, il luogo dove incontro la verità di me.
 

Non è certo un caso se Derrida, come recita la prima parte del titolo del suo testo, parla di “Circonfessione”: il rimando semantico è, da una parte, alla ripetizione, al “circolo” di un ritorno su di sé che non riesce ad agguantarsi e, dall’altra, alla “circoncisione” che, in qualità di ebreo, ha segnato la sua storia dalla nascita avvenuta a El-Biar (non lontano dalla Tagaste dove nacque Agostino). La circoncisione, gesto centrale della definizione dell’ebreo che avviene otto giorni dopo la nascita, rimane come la traccia di un passato di cui non si ha un ricordo consapevole, ma che pure segna in modo indelebile l’agire: laddove Agostino rimette a Dio il mistero del suo essere stato creato, Derrida rimette ai suoi lettori l’enigma di un’esistenza che, anche se completamente affidata alla dimensione “pubblica”, non si lascia compendiare o ricomprendere in essa.
In Circonfessione, Jacques Derrida non censura o nasconde nessuna delle sue debolezze, nessuno dei suoi timori, ma nelle sue parole non c’è ombra di compiacimento o di sfacciata esibizione, perché “fare la verità” significa lasciare che quanto accade intorno e dentro di noi non si trasformi nello strumento di un dominio, nel principio di una sovranità, ma nel riconoscersi — come avrebbe detto Ungaretti — “immagine passeggera presa in un giro immortale”.
Il tentativo di Bennington, pur compiutamente realizzato, rimane sospeso, aperto: in Circonfessione Derrida mostra come nella sua vita (come in quella di ogni uomo) ci sia sempre “altro”. Un “altro” imprevisto, inatteso, sempre al di là delle nostre fantasie: un “altro” che “fa la verità” di noi stessi e verso il quale possiamo solo confessare il nostro debito, vale a dire verso il quale possiamo solo confessare la nostra incapacità di confessarci fino in fondo.


L’articolo anticipa la relazione dell’autore in occasione dell’incontro “Circonfessione”, secondo appuntamento (6 febbraio) di un ciclo di cinque letture organizzate da Prologos. Il ciclo ha per titolo “Derrida lettore dei filosofi. L’evento del testo”. Dettagli e date su www.prologos.it

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