LETTURE/ Gender, tutti i “profeti” del mondo nuovo da Huxley a Clinton

- Egisto Mercati

Chi si chiedesse quando nelle scuole si è iniziato a introdurre l’educazione sessuale, certamente rimarrebbe di stucco venendo a sapere che la pratica risale al 1932. EGISTO MERCATI

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Aldous Huxley (1894-1963) (Immagine dal web)

Chi si chiedesse quando nelle scuole si è iniziato a introdurre l’educazione sessuale, certamente rimarrebbe di stucco venendo a sapere che la pratica risale al 1932. Così come, in nuce, tutta l’ideologia gender vede la luce in quel romanzo di Aldous Huxley, Il mondo nuovo. Aldous, fratello di Julian Huxley co-fondatore dell’Unesco, fu scrittore mediocre, ma nel suo amaro cinismo ebbe una visione profetica di come le cose sarebbero andate, per gli uomini e per il mondo dominato da Dieci Consiglieri. Gli uomini di questo mondo nuovo sono divisi in caste, dagli uomini alfa, fortunati e ben pasciuti, sino agli uomini epsilon, smagriti, flosci, vestiti di nero. Sono tutti fabbricati in serie in modo extrauterino con tecnica fordista e secondo un numero che risponde a quote assegnate, per evitare sovrappopolazione o disagi conflittuali. Sesso libero, ad ogni età e per ogni…orientamento. Per evitare effetti indesiderati legati a promiscuità, occorre una solida Educazione forzata. “Che lezione c’è oggi pomeriggio?” — chiese il direttore. “Abbiamo fatto Sesso elementare per i primi quaranta minuti” — rispose la governante…”.

La rivoluzione sessuale e l’ideologia gender sono esempi straordinari di operazioni di marketing che poteva concepire e attuare solo una mente astuta e fertile come quella di Hunter Madsen, genio americano di semiotica e comunicazione. Già nel 1968, W. Dannemeyer si adoperò per realizzare un formidabile slittamento semantico del termine omosessuale, che non godeva di buona fama tra la gente e l’America istintivamente ghettizzava chi aveva tendenze o conduceva comportamenti sessuali non ortodossi. Allora, partendo dai luoghi di ritrovo abituali per gli omosessuali (pub, discoteche, cinema, librerie, ecc.), luoghi nei quali ognuno si ritrovava con altri per bere, divertirsi, conversare allegramente, perché non chiamarsi “gay”, gai, felici di essere quello che si è: il termine ebbe fortuna e, lentamente, tolse quel velo di forte ostilità verso gli omosessuali. 

Non solo. Il ’68 è l’anno delle rivolte studentesche e per i diritti civili in molte parti del mondo: legare la questione omosessuale a quella di Black Power, porterà a considerare i gay come “minoranza civile” alla pari della minoranza di colore, per cui la rivoluzione degli omosessuali acquisisce la stessa dignità della minoranza etnica in lotta per il riconoscimento dei propri diritti civili. E chi si pone contro, viene tacciato di razzismo, fascismo, omofobia, eccetera. 

Da gay a gender: questo passaggio fu certamente un gran colpo di fortuna per il movimento omosessuale e femminista. Grazie a Bill Clinton, nel 1993 fu nominata alla Corte Suprema degli Usa Ruth Bader Ginsburg, pasionaria radicale delle femministe, e questa, con un escamotage, riuscì a far inserire il termine gender al posto della parola “sesso”. Da quel momento anche l’Onu e poi l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) adottarono la nuova parola “gender”, inizialmente sconosciuta ai più (vedi conferenze del Cairo e poi Pechino). 

Così “i Poteri Forti” — osservano Enrica Perucchetti e Gianluca Marletta (Unisex, 2014) — “avevano già deciso quale sarebbe stata la linea ideologica da seguire nei decenni successivi e, all’insaputa della stragrande maggioranza del genere umano, una rivoluzione linguistica e culturale senza precedenti” cominciava a mettere solide radici e a pretendere nuovi diritti. Da semplice minoranza numerica (gli attivisti LGBT sono più o meno lo 0,4% della popolazione americana e occidentale) possono accampare pretese egemoniche capaci addirittura di demonizzare chi non si riconosce nel loro credo: l’acquiescenza della magistratura europea e italiana in tal senso se non fosse vera sembrerebbe incredibile.

Vi è una logica stringente in tutto quello che l’ideologia gender produce nel (quasi) riuscito tentativo di trasformare una pseudo-cultura di gruppo in senso comune universale, invasivo, suadente, apparentemente innocuo.

I casi Barilla, Findus, Ikea e centinaia di altri contribuiscono alla causa gay in modo egregio: non si tratta di avere a che fare con gente “diversa”, ma con uomini e donne che mangiano come noi, mettono su casa allo stesso modo, amano i surgelati, le creme di bellezza, i saponi anallergici, le calze sottili e griffate, la pelle scamosciata. Non solo non è gente “diversa”, ma è più sensibile della norma, ha più successo, più charme, più intelligenza: bisogna benedire questa nuova omologazione che annullerà i conflitti e porterà la pace; “fate l’amore, non la guerra”.

E così la teoria Queer è venuta allo scoperto: come hanno a suo tempo dichiarato Marshall Kirk e Hunter Madsen, “non si tratta di far accettare al mondo i gay, ma occorre che tutto il mondo diventi gay: così il (cattivo) sogno profetico di Aldous Huxley sembra chiudere il cerchio.

Un uomo che crede di autogenerare felicità e benessere, che faustianamente irride ogni limite biologico e naturale, condannato ad un perpetuo narcisismo, è destinato ad assumere una identità fluida, a-morfa, funzionale al Potere onnivoro dei nostri tempi che manipola a piacere e divora i suoi sudditi.

Se la ragione non è del tutto sopita, ad ogni uomo, chiunque egli sia, è dato uscire dallo tsunami dell’ideologia gender e vedere l’alba di un mondo nuovo, che non è quello di Huxley: le rovine non interessano oramai a nessuno.

(2 – fine

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