DON GIUSSANI/ Alberoni: è stato un mistico innamorato di Cristo

- Francesco Alberoni

E’ in libreria “Un’attrattiva che muove. La proposta inesauribile della vita di don Giussani”, a cura di A. Savorana. Anticipiamo un estratto della testimonianza di FRANCESCO ALBERONI

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Don Luigi Giussani (1922-2005) con un gruppo di giovani (Foto dal web)

La lettura della Vita di don Giussani mi ha consentito di capire in che modo questo sacerdote sia riuscito a dare vita e tanta energia al movimento nato dalla sua iniziativa, Comunione e Liberazione. Il libro è stato illuminante perché ne avevo seguito le vicende abbastanza da lontano. 

Nel novembre del 1967 c’è stata un’agitazione all’Università Cattolica di Milano, durante la quale – a differenza delle manifestazioni sindacali di quegli anni – è stato messo in discussione tutto, tutto! I movimenti collettivi hanno questa caratteristica: rimettono in discussione le fondamenta, dubitano di ciò che è dato per certo e propongono un nuovo inizio, in quello che io chiamo lo «stato nascente». 

Davanti alla Cattolica gli studenti cantavano i canti religiosi, i gospel, in particolare We shall overcome, ma in poco tempo la cultura dominante in Italia, che era marxista, ha finito per «marxistizzare» il Movimento studentesco. Mario Capanna, espulso dall’ateneo di largo Gemelli, è andato all’Università Statale di Milano, nel marzo a Roma alla facoltà di architettura di Valle Giulia ci sarà una battaglia e in tutta Italia il Movimento studentesco riceve una potente impronta marxista; le icone erano Lenin, Mao Tse Tung, Che Guevara, Fidel Castro. Quando io sono andato a Trento, nel giugno del 1968, la conversione marxista era completa. Ricordo che gli studenti cantavano dei canti anarchici come «Nostra patria è il mondo inter, nostra legge è la libertà, ed un pensier, ed un pensier, solenne in cor ci sta». 

Tutti seguivano la corrente, tranne un gruppo di cattolici. L’unica forza alternativa che in quegli anni ho visto emergere, quando ero rettore dell’Università di Trento, è stata quella di un gruppo di giovani cattolici che gli altri chiamavano «quelli di Comunione e Liberazione», a motivo dei volantini che distribuivano con quelle parole stampate sopra. Non c’era verso di considerarli diversamente: erano tranquilli e sereni; pur essendo un piccolo gruppo, avevano un’enorme fede, un grande coraggio e una grande serenità anche nei dibattiti. Nei primi mesi del mio rettorato io avevo preteso che nelle assemblee tutti potessero parlare, e loro lo facevano senza gridare, senza acrimonia. 

Come studioso dei movimenti collettivi ero affascinato da questa nuova realtà che non aveva il carattere caotico dei movimenti di sinistra, che apparivano divisi in correnti e gruppuscoli con tanti leader; c’era Lotta Continua, i marxisti-leninisti, linea rossa e linea nera, c’erano gli anarchici, i situazionisti, solo per fare qualche nome. Quelli di CL erano diversi, allora ho cominciato a informarmi su di loro. Già il nome indicava una vicinanza col Movimento studentesco e una differenza. «Liberazione» era una parola chiave del Movimento studentesco, così come di ogni movimento. La parola «comunione» poteva indicare tanto comunità quanto qualcosa di completamente differente, cioè la comunione eucaristica, la comunione con Dio. Unite insieme, però, evocano una rinascita, la libertà, l’unità, la solidarietà, la liberazione.

Comunione e Liberazione era compatta, era perfettamente organizzata e aveva un unico leader, guida culturale e spirituale, che trascinava i giovani con lezioni, corsi, libri. Che Giussani non fosse solo una guida, ma un vero e proprio maestro spirituale nonché guida, mi è apparso subito chiaro. Aveva elaborato in poco tempo un proprio linguaggio interno, i suoi giovani pensavano come lui e parlavano come lui e i suoi libri non erano rivolti al grosso pubblico, ma erano insegnamenti, indicazioni per loro. In seguito io leggerò numerosi libri di don Giussani, ma non riuscirò mai a capirli. Perché le parole più comuni avevano anche un altro significato e don Giussani usava liberamente anche le regole della grammatica e della sintassi. Occorreva una sorta di codice per cogliere adeguatamente ciò che intendeva dire; dall’esterno non era immediato riferire la parola «presenza» a Gesù Cristo, come invece era chiaro per chi apparteneva alla comunità. Ma leggendo nel libro di Savorana la storia di don Giussani e che cosa ha detto nel corso della sua vita, ho potuto capire don Giussani, ma solo perché ho visto nascere questo linguaggio all’interno dell’azione di un maestro che parla con i suoi figli, che vivono l’esperienza che quel linguaggio trasmette: un’esperienza mistica. 

Per me Giussani non è comprensibile al di fuori di un’esperienza mistica. Non c’è niente di riduttivo in questa espressione. Mi spiego. Fin dall’adolescenza, già a quindici anni, Giussani è stato un mistico innamorato di Cristo. Dal libro emerge il suo intenso e totale amore per Cristo. Egli era innamorato di Cristo e trasmetteva questo amore di Cristo a tutti coloro che venivano in contatto con lui. Per capirlo dovevi, in qualche modo, amare Cristo anche tu; se volevi diventare amico di don Giussani, ti dovevi far trascinare in questo flusso di amore a Cristo. Quello proposto da lui non è un dialogo intellettuale, non c’era spazio nella sua proposta ai giovani per un mondo intellettuale astratto: c’è soltanto Cristo, questa eredità viva! 

Occorre a questo punto evitare un equivoco. Ad alcuni la parola «mistico» fa venire in mente una persona totalmente assorbita nella meditazione, nella preghiera, indifferente perciò al mondo e alle sue necessità. Ma è una visione sbagliata. Ho studiato tanti santi che erano sicuramente dei mistici, ma erano anche incredibilmente attivi! Sto pensando, per esempio, a san Bernardo di Chiaravalle, a san Francesco d’Assisi, a santa Teresa d’Avila, tutte persone che avevano un’esperienza mistica continua che trasmettevano agli altri e che contemporaneamente costruivano ordini, conventi, «cattedrali». 

Alle scuole medie superiori prima e all’università poi, don Giussani ha insegnato ai suoi studenti l’incontro con Cristo. Tutto il resto – l’organizzazione, le regole, il successo – è niente per lui senza l’influsso rivitalizzante del rapporto personale con Cristo. 

Come tutti i movimenti, anche Comunione e Liberazione tendeva a diventare istituzione. Proprio a questo tema generale ho dedicato uno dei miei libri, Movimento e istituzione, uscito nel 1977 e ripubblicato, aggiornato e arricchito, quest’anno. Il libro sostiene la tesi che tutte le formazioni sociali che esistono – partiti, chiese, sette, nazioni – nascono da movimenti collettivi e questi, a loro volta, nascono da una esplosione iniziale: è lo «stato nascente», il momento divino della rivelazione, della scoperta, della passione, dove tutto è possibile. 

Poi diventa movimento, fissandosi delle mete, dei traguardi, dandosi delle regole, ma conservando molto dell’ardore, della fede delle origini. In seguito si fa istituzione, forma, regola, rito, abitudine e in molti casi coloro che vi partecipano compiono gli atti richiesti, perseguono i fini indicati, ma senza più provare l’esperienza vibrante della scoperta, della rivelazione, dell’amore delle origini. E questo processo di “raffreddamento” può continuare fino al punto in cui rimane solo la forma e si è perso totalmente lo spirito. 

Tutti i movimenti corrono questo pericolo. Don Giussani se ne è reso conto immediatamente. Egli ha capito subito che il suo movimento correva il rischio di cristallizzarsi in regole, gerarchie, rituali, sclerotizzandosi in una forma che espelle l’anima, in cui il ruolo assorbe talmente la persona che la rende mondana; e così si perde lo spirito, il fuoco divino delle origini. Vuole che i suoi studenti e gli aderenti a CL vivano la stessa esperienza che egli ha vissuto nel momento in cui si è innamorato di Cristo e che ha trasmesso loro come fede vivente. Contro il pericolo della pietrificazione istituzionale egli lotta per tutta la vita, e fin dall’inizio del movimento, quando si chiamava ancora Gioventù Studentesca. Dirà, infatti, nel 1962: «Si può diventare fedelissimi nell’usare un metodo come formula e tramandarlo, accettarlo, senza che questo metodo continui a essere ispiratore di uno sviluppo: un metodo che non sviluppi una vita è un metodo sepolcrale, è silicizzazione». E ancora: «Si è come fossilizzata l’esperienza originale che ci ha fatto entrare, si è cristallizzata», di conseguenza c’è «la stasi della novità» (pp. 254-255). Proprio per il suo amore totale a Cristo, Dio incarnato, Giussani è profondamente convinto che si debba sempre verificare «che il valore vada bene per il tuo momento esistenziale, quel che tu sei come uomo; non potete dimenticare la vostra carne e le vostre ossa perché siete incarnati» (p. 255). 

Leggendo il libro di Savorana ho avuto la netta impressione che don Giussani abbia passato quasi tutta la sua vita a girare per il movimento nel tentativo di farlo continuamente rinascere, di ridargli lo spirito delle origini, di far sì che in ogni momento la persona ritrovasse il gusto, il sapore, lo stupore di un nuovo inizio, che ritrovasse, che fosse sempre nello «stato nascente». Ci sono pagine chiarissime, a questo riguardo: senza questo ritorno continuo all’origine, dice nel 1977, «la persona non vien su e non vien su la trama di rapporti diversa, cioè l’inizio della società, di una società nuova». «Tanti adulti», insiste Giussani, sono così «perché non vivono nella comunità una umanità nuova e perciò una convivenza umana intera» – una umanità nuova! – «i primi anni il movimento destava “una concezione dell’uomo che adesso non desta più”» (p. 489). È come se lui volesse che ogni volta fosse l’occasione di un nuovo inizio del movimento. Quasi tutti i suoi interventi sono un invito accorato a una ripresa del movimento, che può avvenire solo nell’incontro della persona con Cristo. Egli vuole che il movimento sia in continuazione nascente, che i suoi membri diventino ogni volta un’umanità nuova. D’altra parte, tutti i movimenti rischiano l’inaridimento e durano solo se sanno riaccendere in sé il fuoco delle origini. 

Oltre che del fenomeno dei movimenti, io mi sono occupato a lungo anche del tema dell’innamoramento e dell’amore appassionato che dura. Bene, anche quel particolare movimento che è l’innamoramento spesso muore sotto il peso della routine, dei doveri quotidiani o delle regole che ci si impone. L’amore appassionato dura solo se rinasce, se i due amanti si reinnamorano, se si cercano e riscoprono a ogni incontro lo stupore, la freschezza e l’incantesimo del primo giorno. L’amore non è una cosa che dura per inerzia, ma solo se continuamente si riaccende. E grandi amori si possono riaccendere solo nella libertà, quando il tuo amato non è obbligato ad amarti, ma è libero anche di non amarti, per cui ogni volta il suo amore è dono, grazia. L’amore che dura è perciò un succedersi di incontri in cui l’amore rinasce. L’amore non dura restando se stesso identico come il sasso, la pietra, ma dura pulsando come il battito del cuore, fatto di sistole e diastole, quindi di continui incontri, di continue rinascite. Questo continuo rinascere dell’amore e della fede don Giussani voleva imprimerlo al movimento, invitandolo costantemente all’incontro con la Presenza, all’incontro con Cristo. 

Don Giussani non era un visionario, ma un lucido analista della vita. Quando è esploso il Sessantotto, che ha mandato in pezzi Gioventù Studentesca, che ha provocato l’apostasia di tanti giovani, non si è lamentato, non ha accusato nessuno, ma ha pensato come costruire. Egli sapeva di avere scoperto Cristo come qualcosa di reale e non come discorso. E, guardando il disordine urlante del Sessantotto, ha capito che quello che infiammava gli studenti del Movimento studentesco non era una ideologia, un libro letto, una concezione del mondo, tanto è vero che potevano cambiare ideologia, ma non qualcosa che era accaduto loro e fra di loro. Perciò, proprio nell’estate del Sessantotto indicherà, con la lucidità e la profondità di un profeta, qual era l’unica strada che si dovesse seguire: «Non può essere motivo per aderire al cristianesimo né la tradizione, né una teoria, né la concezione, né una teoresi; non la filosofia cristiana, non la teologia cristiana, non la concezione dell’universo che ha il cristianesimo. Almeno guardando i giovani, questo diventa evidente». Ma allora, che cosa è capace di convincere? «Quello che, adesso, mi pare, possa costituire – unicamente – motivo d’adesione, è l’incontro con un annuncio, è il cristianesimo come annuncio, non come teoria. Un annuncio, cioè un certo tipo di presenza, una certa presenza carica di messaggio» (p. 404). Cioè un fatto. 


L’articolo è una sintesi della testimonianza dell’autore contenuta ne “Un’attrattiva che muove. La proposta inesauribile della vita di don Giussani”, a cura di Alberto Savorana, Bur, 2015, ora in libreria. Con interventi di: Bertagna, De Bortoli, De Rita, Groppi, Magatti, Mauro, Mazzarella, Mieli, Modiano, Ouellet, Pisapia, Polito, Riotta, Sansonetti, Sapelli, Violante, Weiler. 

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