LETTURE/ Da Petronio a Villalta, i “furbetti” sono ancora tra noi

- Silvia Stucchi

Si ispira al capolavoro di Petronio l’ultimo lavoro di Gian Mario Villalta, “Satyricon 2.0”, che coglie perfettamente i segni del degrado spirituale dei nostri tempi. SILVIA STUCCHI

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Mosaico romano del I secolo a.C. (Immagine dal web)

“Smettila di fare il furbetto. E affronta i tuoi fantasmi. Tu saresti capace di riscrivere il Satyricon (…)”. Così un compagno d’avventure si rivolge al protagonista di Satyricon 2.0 (Gian Mario Villalta, Mondadori 2014). Ma più che di riscrittura, si potrebbe parlare, per questo affascinante romanzo, di libera reinvenzione del più moderno fra i classici latini. 

Com’è noto, Petronio, al centro del suo romanzo, mette un terzetto di avventurieri, picari ante litteram che si muovono in una società degradata, corrotta e senza altri valori che non siano sesso, cibo e denaro, ma senza per questo essere, per contrasto, portatori di una virtù o di un’integrità particolari. Protagonista del Satyricon è Encolpio, narratore-mitomane, secondo la felice formula coniata da G.B. Conte (L’autore nascosto, Bologna 1997), un giovane intellettuale che, dopo tanti studi, non ha saputo trovare una collocazione adeguata, e pertanto frustrato — inquinatus litteris, dice Petronio — ovvero irrimediabilmente guastato dalla troppo approfondita frequentazione con la grande letteratura e dall’insegnamento impartito nelle scuole di retorica, nelle quali l’apprendimento avviene in forme talmente estranee alla realtà della vita che i giovani, una volta entrati in un tribunale vero, in una situazione viva e reale, si troveranno smarriti, come in alium orbem delati, “come precipitati in un altro mondo”. 

E se Petronio ci presenta la crisi della cultura e della scuola (e siamo nel I sec. d.C.!), Villalta prende a protagonista del suo romanzo un giovane ricercatore in attesa di un posto fisso nel dipartimento universitario in cui si è laureato e in cui spadroneggia il suo maestro e mentore, Michele Colot. In luogo del terzetto amoroso prospettato da Petronio, che costituisce la parodia in chiave omosessuale dell’amore idealizzato e puro che era tipico del romanzo greco (ossia della letteratura sentimentale e avventurosa di largo consumo del mondo antico), Villalta presenta un terzetto costituito dal protagonista, dal suo compagno di studi e ricerche (?) Giorgio e da Lucia, giovane e affascinante laureanda che adempie a quella funzione di catalizzatore del desiderio rappresentata nel romanzo di Petronio dal giovane Gitone. 

Passando da un ambiente degradato all’altro, l’Encolpio petroniano interpreta la squallida realtà in cui si muove alla luce dei parametri sublimi dell’epica e della tragedia, i generi “alti” della letteratura latina; allo stesso modo, in Satyricon 2.0, Villalta coglie i segni del degrado (ma è proprio vero?) culturale e sociale dei nostri tempi, con una libera reinvenzione e, pur tenendo lo sguardo ben rivolto verso il capolavoro latino, concepisce una storia, per così dire, ad alto tasso di autonomia creativa, godibilissima anche per chi non conoscesse, per sua sfortuna, Petronio.

Così, con un occhio al Satyricon e uno a Stevenson — poiché motore delle avventure diventa il tentativo, da parte di un gruppo di cinesi di recuperare a tutti i costi, è il caso di dirlo, una tavoletta d’oro massiccio su cui sono incise le indicazioni per recuperare un tesoro — l’autore costruisce una sorta di lunga caccia al tesoro al contrario, in cui il quartetto di protagonisti passa non dai meandri dell’Urbs Graeca, forse collocata in Campania, e poi fino a Crotone, ma dal Nord-Est per arrivare, previa tappa a Roma, alla Sardegna della mondanità e del lusso.

E in luogo di Eumolpo, poetastro senza fortuna, ma con un bel piglio da novelliere e modi che dal disinvolto scivolano facilmente nel truffaldino, Gian Mario Villalta mette al centro della seconda parte dell’intrigo Michele, intellettuale di successo, barone universitario dai modi disinvolti, con una sua peculiare nozione della verità e della menzogna: cfr. p. 195: “I fatti parlano da sé (…) Il punto debole della bugia è la parola. È quando dici le bugie che crei tutta una serie di possibili indizi, a cominciare dal tono della voce, a causa dei quali rischi poi di essere smascherata. È vero, no? Chi ha mai sentito dire che fai una bugia? Le bugie si dicono. E allora, se dici il meno possibile, anzi se non dici niente, non sono bugie”. Troviamo l’equivalente di Quartilla e dei suoi riti, qui incarnata nella grottesca, ma anche tragicomica, figura della professoressa Grimaldi, ordinaria di filologia germanica di giorno, e la notte sacerdotessa a capo di una strana setta ispirata equanimemente agli antichi riti pagani e all’ultimo film di Stanley Kubrick; c’è il novello Trimalchione, un imprenditore ricchissimo, tale Gazzo, che, alla megafesta per il suo sessantesimo compleanno, offre agli invitati non l’esibizione degli Omeristi, ma un concerto di Tiziano Ferro; e c’è, in luogo della Crotone funestata dai cacciatori di eredità in cui è ambientata l’ultima sezione del Satyricon, una cittadina della Sardegna più mondana, abitata dalle bellissime e sfaccendate amanti di uomini ricchi e potenti, che le passano a trovare a intervalli regolari, lasciandole annoiate e oziose per lunghi giorni. 

Lì il quartetto dei protagonisti metterà in scena una commedia (l’equivalente del mimum componere di Satyricon 117), in cui Michele, alla maniera di Eumolpo, distribuisce i ruoli fra i suoi giovani assistenti-allievi: il professor Colot vestirà i panni non più di un magnate senza eredi, sbattuto sui lidi cittadini da un naufragio, ma di “un tenebroso ricco signore costretto a un breve annoiato soggiorno nell’attesa che si concluda un affare importante” (p. 197), e il protagonista-narratore, Giorgio e Lucia saranno, rispettivamente, le sue guardie del corpo e la sua affascinante assistente personale fasciata in un tailleur scuro. 

E se la trama imbastita pare banale (Lucia fa notare come, più che il sogno di un intellettuale, sembri piuttosto “la parodia di un romanzo serie-Harmony”, p. 197), il suo mentore-capocomico la rassicura circa il fatto che “proprio perché è così banale, è irrealizzabile” (ibid.): in altre parole, la fantasia della gente viaggia su binari estremamente prevedibili e i suoi sogni sono tanto basici quanto vaghi. E se, nella realizzazione del piano, il protagonista si imbatte nell’equivalente del duo Criside-Circe (laddove l’ancella diventa una seducente segretaria in abito Chanel alla guida di una Bmw bianca che cerca di soddisfare i capricci della sua “padrona”, p. 228), il finale è molto meno cruento di quanto non immagina Petronio. In luogo infatti di un preannunciato banchetto cannibalico, in cui i cacciatori di eredità sono pronti a divorare il cadavere del vecchio poeta Eumolpo, il suo omologo in Satyricon 2.0 risulta, nelle ultime righe, effettivamente spolpato, ma dal punto di vista finanziario, anzi, sotto di tremila euro rispetto ai cinquantamila che aveva incassato dalla gang cinese.

Godibilissimo a più livelli di lettura, e testimonianza della vitalità di Petronio, però, il romanzo di Gian Mario Villalta è anche forte di una scrittura agilissima e di un’inventiva verbale sbrigliata: memorabile — un piccolo capolavoro di umorismo e sottigliezza — la sua reinterpretazione del Carpe, carpe con cui Trimalchione chiamava a un tempo lo scalco e gli dava ordini (p. 174). Così Villalta strizza anche l’occhio ai lettori avvezzi a frequentare Petronio (ce ne sono ancora, per fortuna), dimostrando di aver colto la sottintesa citazione oraziana dell’autore latino. 

Insomma, un romanzo nato da un’idea ambiziosa, che l’autore sa condurre con mano sicura, dotta e divertita a un tempo: un romanzo, insomma, da leggere e rileggere.

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