LETTURE/ Dalle lacrime di D’Annunzio al “cuore” dell’Innominato di Manzoni

- Valerio Capasa

Perché il piacere che proviamo ci regala solo un’illusione? E quando lo proviamo che cosa facciamo? Da Petrarca a Manzoni, passando per d’Annunzio (e Leopardi). VALERIO CAPASA

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Gabriele d'Annunzio (D) con Benito Mussolini (Immagine dal web)

Tutto cominciò con delle lacrime coraggiose. Quando Petrarca scrisse che «quanto piace al mondo è breve sogno». Era quasi un’ovvietà, ma un’ovvietà che faceva piangere («vivendo et lagrimando»): le cose ci piacciono, ma proprio quelle ci fanno piangere. Il piacere e le lacrime stavano insieme; la vita, promettente e maledetta, si svelava un ossimoro.

Il guaio iniziò quando cercarono di convincerci che se c’è il piacere non dovremmo piangere. Perché siccome tutto finisce, tanto vale buttarsi in quel che ci piace. «S’ei piace, ei lice», sentenziò l’Aminta di Tasso: se una cosa ti piace, allora falla. Veniva nascosta l’ombra del piacere, la sua natura di «breve sogno». L’ideologia dell’edonismo mise un fazzoletto sulle lacrime.

Ma il trucco non poteva — non può — durare: si sciolse, e calò dagli occhi. E fu il poeta per eccellenza del piacere, Giacomo Leopardi, a ricordare al mondo «la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l’animo», semplicemente perché «tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo». Non è un’idea, lo «proviamo» tutti: il fatto è che «nessun piacere è eterno» e «nessun piacere è immenso», e noi proprio quello vorremmo, in fondo in fondo: non «questo o quel piacere che non può essere infinito», ma appunto l’infinito; non «uno o più piaceri» ma «il piacere»

Leopardi aveva tolto il freno alle lacrime, buttato via il fazzoletto. Ci aveva detto che nemmeno mille piaceri tengono in piedi la vita, perché ci serve l’infinito. Ma gli insegnanti e gli studenti si misero d’accordo a cospirare contro Leopardi, e non solo contro di lui, ma contro il proprio stesso cuore, e a dire che non era vero, che l’infinito bisogna lasciarlo perdere, ché possiamo al massimo arraffare piccoli piaceri. E continuammo a sguazzare nelle cose piacevoli, aggrappandoci a loro come ad ancore di salvezza, e dimenticandone la brevità, la straprovata inadeguatezza al nostro desiderio. Dimenticando l’ossimoro e contrapponendo fra loro delle note esiliate dall’accordo.

Doveva arrivare d’Annunzio per rendere credibile Leopardi. Dovevano, nella festa generale, straripare le lacrime non del timido che rimane in disparte, ma dello spaccone che balla sul cubo. Doveva arrivare il mitomane della sensazione ad ogni costo per scrivere un romanzo intitolato Il piacere e gridare al mondo (e agli insegnanti che ne hanno letto solo il titolo, e un paragrafetto sull’estetismo) che ha ragione il suo amico musone: che quello che ci piace non basta, e fa schifo. E ai dilettanti dei piccoli piaceri, che sbavano appresso all’ennesima trombata di Andrea Sperelli con Elena, spiegò cosa succede quando, «con un movimento repentino, Elena si sollevò sul letto, strinse fra le due palme il capo del giovine, l’attirò, gli alitò sul volto il suo desiderio, lo baciò, ricadde, gli si offerse. Dopo, una immensa tristezza la invase; la occupò l’oscura tristezza che è in fondo a tutte le felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l’acqua amara». Altro che lacrime: ogni piacere trascina «acqua amara». Quell’acqua amara di cui nessun Cinquanta sfumature prenderà mai atto: lì c’è dilettantismo del piacere, perché manca un fiume e ristagna una pozzangherina.

Ci voleva, a rendere credibile Leopardi, il più psichedelico di tutti, per dire che no, l’insufficienza del piacere non nasce perché si gode poco, ma anche — e ancor di più — quando si gode molto. Che anche se Silvia fosse stata Elena, anche con una gobba in meno e una costola in meno, sopra un aereo o dietro una siepe, il problema rimane tale e quale. A garantirlo è Gabriele d’Annunzio, siffrediano (più che freudiano) della prima ora: «Andrea Sperelli si rituffò nel Piacere», passando quindici giorni tra «Giulia Arici e Clara Green. Poi partì per Parigi e per Londra», e a Roma «fu sùbito ripreso nel gran cerchio mondano». Ma mentre sguazzava «talvolta, in qualche stanca ora di solitudine, egli si sentiva salire dalle profonde viscere l’amarezza, come una nausea improvvisa». Guardo intanto su Facebook le foto dei maturandi e delle loro cenette per i 100 giorni prima della fine: tutte uguali, dalle Alpi alle Piramidi, tutti uguali, la violinista e il tamarro, il nietzschiano spocchioso e la shampista sguaiata, la catechista brufolosa e il viveur de’ noantri. Tutti beotamente allegri, piacioni, senza un’ombra di nausea. Il nichilismo gaio. 

Invece l’esperienza del piacere porta con sé — è inutile negarlo — l’esperienza del disgusto. E il motivo è chiaro, leopardiano: l’uomo vuole l’infinito, e senza l’infinito il piacere disgusta. Sentite Pavese: «Siccome ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità, ecco che succede che tutti i piaceri finiscono nel disgusto». Il piacere, se portasse a un infinito — e solo in questo caso —, non disgusterebbe. Ma per giungere a tanto ci vorrebbe l’ardimento dantesco di identificare il più grande «piacer» da lui provato nientemeno che con «le belle membra» di Beatrice, e poi di ribadire due versi dopo la medesima parola, ma elevata all’ennesima potenza, per indicare Dio: «’l sommo piacer». Vale a dire: quello che non disgusta, il piacere, che rende Beatrice un piacere senza disgusto. 

Non vuol essere, questo, un compiaciuto trionfo del disgusto. Anzi: il disgusto non è un destino. D’Annunzio, proprio lui, ci racconta come esso si intrometta nel bel mezzo del piacere, quanto angosci, e angusti, sotto i fiori (alla Lucrezio: «medio de fonte leporum / surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat»). Ma la fatale stonatura non sopporta anestesie, e anziché farsi passare chiede al cuore di prendere una decisione, come lo chiese ad Andrea Sperelli: «Egli era giunto a un terribile momento, incalzato dalla vita inesorabile, dall’implacabile passione della vita; era giunto al momento supremo della salvezza o della perdizione, al momento decisivo in cui i grandi cuori rivelano tutta la loro forza e i piccoli cuori tutta la loro viltà». 

Quando il cuore avverte il disgusto del piacere, lì manifesta la sua grandezza o la sua piccolezza: cosa fai quando il disgusto, inesorabile, arriva? che cuore mostri di avere? da dove attingi la forza, se forza ce n’è? Il cuore piccolo è quello incapace di avvertire più che la breve sensazione dell’amarezza, incapace di tirarsi fuori dal vischio del vizio.

È il caso del personaggio dannunziano, che «si lasciò sopraffare», e «pur essendo in balia del dolore, ebbe paura d’un dolore più virile; pur essendo travagliato dal disgusto, ebbe paura di rinunziare a ciò che lo disgustava; pur avendo in sé vivo e spietato l’istinto del distacco dalle cose che più parevano attrarlo, ebbe paura di allontanarsi da quelle cose». Un bel “no, a questa festa che tanto vi piace non vengo”, l’energia dello strappo, del soffrire una volta per tutte, ma radicalmente, di risentire l’ossimoro tremendo: invece prevalse la paura. 

E allora cosa rimane? «Sacrificò per sempre quel che gli rimaneva di fede e d’idealità; si gittò nella vita, come in una grande avventura senza scopo, alla ricerca del godimento, dell’occasione, dell’attimo felice, affidandosi al destino, alle vicende del caso, all’accozzo fortuito delle cagioni». Descrizione perfetta della disperazione, delle briciole di cui si accontentano i mondani: l’«attimo felice» è l’osso mordicchiato dalle vite «senza scopo», è il buttarsi via dei cuori piccoli, armati di bicchierini quando la sete è oceanica. Con la diabolica e malcelata convinzione, peraltro, di guadagnarsi in tal modo, poco per volta, non la felicità né l’infinito, bensì «l’ottusità»: stordire perfino il dolore, stritolare il disgusto. L’ottusità invece non arriva mai, definitivamente: «Ma, mentre egli credeva con questa specie di fatalismo cinico mettere un argine alla sofferenza e conquistare se non la calma almeno l’ottusità, in lui di continuo la sensibilità al dolore diveniva più acuta, le facoltà di soffrire si moltiplicavano, i bisogni e i disgusti aumentavano senza fine». 

Il cuore non lo butti via quando decidi di rottamarlo. E la grandezza di uno scrittore si misura anche dal saper trovare le parole che colgano un fatto, quel «fatalismo cinico» che è l’annullamento della personalità. Ci vorrebbe un cuore grande, per stare davanti al piacere e al suo inevitabile, montante, disgusto, per prendere una decisione quando l’amarezza insinuandosi ti inchioda al bivio. Ma in questo mondo di cuori piccoli, chi saprà decidere nel momento in cui serpeggia il disgusto? mentre si teorizza che nel piacere non ci sono lacrime e nelle lacrime non c’è piacere, come si fa a non invidiare chi dalla rabbia di quel fastidio punta a vedere cosa manca al disgusto? Un cuore che non ha paura di piangere perché vuol godersi il sommo piacere: un cuore grande, da innominato manzoniano!

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