CORRUZIONE/ La lezione di Francesco e le “inadempienze” della seconda Repubblica

Le inchieste sulla corruzione svelano “zone grigie” estesissime. Una risposta convincente può venire solo da una nuova idea di assetto tra pubblico e privato. FLAVIO FELICE e FABIO ANGELINI

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Le parole pronunciate da Papa Francesco in occasione della sua recente visita a Napoli, il suo appello per una conversione all’amore e alla giustizia ed il suo richiamo al lavoro come elemento della dignità umana, ci interrogano profondamente. L’inchiesta sulle grandi opere, il sistema corruttivo che sembra emergere dagli atti di indagine e la percezione di vivere in un Paese inquinato da una spasmodica sete potere, fatta di comportamenti individuali, di leggi ed arbitri corrotti, nonché di conflitti di interesse più o meno macroscopici, che limitano la mobilità e l’inclusione sociale, offrono una chiave di lettura delle parole del Pontefice ancora più profonda e allarmante.

“Mai fidarsi di chi ha un potere eccessivo”, ci insegnava lord Acton, poiché “il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”. Come si legge in uno dei passaggi più noti del The Federalist Papers, infatti, “se gli uomini fossero angeli non occorrerebbe alcun governo. Se fossero gli angeli a governare gli uomini, ogni controllo esterno o interno sul governo diverrebbe superfluo. Ma nell’organizzare un governo di uomini che dovranno reggere altri uomini, qui sorge la grande difficoltà; prima si dovrà mettere il governo in grado di controllare i propri governanti, e quindi obbligarlo ad auto controllarsi”. Le democrazie non possono funzionare se incontrollate, non disciplinate e, soprattutto, se non limitate. È da tale principio che deriva l’idea secondo cui sia il sistema economico sia quello politico debbono operare in una sfera di freni e di limiti.

In questo solco antiperfettista si inserisce a pieno titolo la riflessione cattolica di pensatori come Rosmini, Sturzo ed anche di Giovanni Paolo II. “L’uomo [Centesimus annus, 25] tende verso il bene ma è pure capace di male; può trascendere il suo interesse immediato e, tuttavia, rimanere a esso legato […] Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un’organizzazione sociale perfetta che rende impossibile il male, ritengono anche di potenziare tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla”. La direzione indicata dalla dottrina sociale della Chiesa è ben sintetizzata dalle parole di Papa Francesco, pochi giorni dopo la sua elezione al soglio di Pietro: “Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce”. È evidente che il potere, in quanto servizio illuminato dalla Croce, rimanda alle nozioni di “limite” e di “azione di governo” come “amministrazione”, piuttosto che come imperium

L’istanza etica sin qui rappresentata interpella chi scrive e ci invita a ricercare una possibile cura che tenti di guarire i mali di una politica balcanizzata da interessi affaristici che nulla hanno a che fare con l’autentico interesse imprenditoriale e da smanie di potere di matrice neo-feudale. 

Una balcanizzazione che, corrompendo l’idea stessa di politica come subsidium, ancorata alla competenza, ossia al limite, ci restituisce la stessa trasfigurata, ad esempio, dalle enormi zone grigie della normativa appalti in cui si annidano prassi amministrative scorrette, dove permeano interessi affaristici che nulla hanno a che fare con l’interesse pubblico. Ebbene, in virtù di tali zone grigie e di simili cattive pratiche emergono i comportamenti scorretti degli operatori economici cui conseguono sbalorditivi incrementi nei costi di realizzazione, ritardi nell’esecuzione e dinamiche corruttive.

Per ciascuna zona grigia e cattiva pratica, bisognerebbe rintracciare le cause di sistema che alimentano l’azzardo morale e soluzioni tecniche che sappiano affrontare, non solo in superficie, il circolo vizioso della discrezionalità amministrativa. Ad esempio, è illusorio pensare che la rotazione degli incarichi dirigenziali e la creazione di un’anagrafe online di incarichi, di nomine e di fornitori della Pa possano rappresentare risposte convincenti. Si tratta di tematiche su cui si gioca l’equilibrio costituzionale dei rapporti tra Stato e mercato. Tematiche che la seconda Repubblica avrebbe dovuto affrontare e risolvere e che sarebbe un errore oggi derubricare nel solo ambito della corruzione individuale, rinunciando a proporre una nuova idea di assetto tra pubblico e privato, tra politica e amministrazione. 

Proprio cogliendo l’occasione del recepimento delle direttive europee 2014/23-24-25/CE, si parta dalla semplificazione della normativa italiana sulla scelta dei contraenti della Pa, rafforzando l’indipendenza e l’autonomia dei Rup (Responsabile Unico del Procedimento), riducendo i margini di discrezionalità delle stazioni appaltanti nella scelta delle procedure, dei criteri di valutazione delle offerte e nella nomina delle commissioni aggiudicatrici. Si introduca un divieto assoluto di sottoscrivere contratti in assenza di copertura finanziaria e un obbligo di motivazione e di pubblicità di tutti gli atti concernenti l’esecuzione dei contratti. 

Si può pensare di fare tabula rasa del sistema vigente, ridisegnando il sistema delle partnership pubblico-privato, ridefinendo il ruolo della giurisdizione amministrativa e contabile nel controllo della fase post-aggiudicazione, individuando ex lege un efficiente sistema di incentivi e di disincentivi ai comportamenti degli attori coinvolti nel sistema degli appalti pubblici, responsabilizzandoli sulle conseguenze delle proprie azioni.

Questa volta non servono scorciatoie mediatiche, ma un ampio e coerente progetto di riforma teso a rendere finalmente inclusivo il nostro sistema amministrativo e a liberare la nostra malconcia democrazia.

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