PASQUA 2015/ Cristo muore mentre noi attendiamo di diventare “altro”

- Fabrizio Sinisi

Ne “Ambiguità cristiana” di Diego Fabbri il limite che l’uomo incarna non costituisce un’obiezione sensata alla vita di Cristo nel mondo, ma ne è la condizione. FABRIZIO SINISI

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Marc Chagall, Crocifissione bianca (1938) (Immagine dal web)

Nel 1951 usciva, presso l’editore Studium di Roma, un libretto smilzo, di un centinaio di pagine. Il titolo era Ambiguità cristiana; l’autore, il forlivese Diego Fabbri, uno dei drammaturghi italiani più importanti della sua generazione. Ambiguità cristiana, però, non è una commedia: è invece un testo di saggi e conferenze in cui l’autore — dichiaratamente cattolico fin dai suoi esordi — dava forma a questioni nate dalle sollecitazioni del suo lavoro di artista. Quei saggi costituiscono tuttora uno tra i più straordinari documenti di quello che può essere il rapporto fra un artista e la sua fede. O meglio, come direbbe lo stesso Fabbri: il rapporto fra un artista e Cristo stesso. 

Così infatti Fabbri: «L’incontro con Cristo è un fatto serio, o non è. E così, spesso, si preferisce che non sia. Questa ostinazione dilatoria è, d’altronde, la misura dello scrittore. Dal momento che il metro per misurare l’importanza, la durata e, diciamo pure, la grandezza di uno scrittore è solamente uno, ed è proprio questo: se, cioè, alla radice di tutta la sua attività vi sia — esplicita o latente — l’aspirazione a scrivere un libro, un certo libro che, in un modo o nell’altro, possa essere una vita di Cristo. Chi non ha mai avuto questo assillo, o chi ha saputo scartarlo una volta per tutte senza troppi rimorsi, non potrà mai essere un grande scrittore; sarà appena uno che scrive». 

Ma le questioni che Fabbri pone non riguardano solo “lo scrittore”; o meglio: riguardano lo scrittore nella misura in cui esse toccano l’uomo intero. Ed è proprio ai cristiani— a quei cristiani convinti che il cristianesimo debba essere innanzitutto una prassi, un impegno sociale, un fare storico — che Fabbri rivolge una delle sue più accese lettere pubbliche, nel 1944, dal titolo emblematico di Cristo tradito: «All’uomo politico, cioè “storico”, cioè “materiale”, non si può opporre un “uomo-politico-cristiano”: bisogna opporre un “uomo cristiano” soltanto. Il resto è dialettica storica; e rischia allora di aver ragione chi prevale. E chi prevale, su questo piano storico, non sarà mai “l’uomo-politico-cristiano”. Paura di vivere è, insomma, paura d’essere “cristiani solamente”; d’essere strenuamente fedeli all’uomo e a Cristo». E aggiunge: «Questa perplessità di fronte a una realtà sconcertante e turbativa com’è la nostra nasce non già dalla scaltrezza di non voler scegliere, di non voler impegnarsi, ma dalla necessità intima d’impegnarsi con tutto se stessi in virtù di una autentica persuasione. (…) Quella lontana, puerile, affettuosa intuizione di Dio si è fatta, forse, non tanto più vera, ma più astratta. Vorremmo scoprire che cosa noi veramente siamo (quel che veramente crediamo con tutto noi stessi) perché vorremmo poter decidere qualcosa di sincero in merito a noi stessi». 

Il problema non è, dunque, “agire di più”, ma agire sulla base di una «autentica persuasione», «con tutto noi stessi»: pieni di un ideale che corrisponda a tutto il nostro essere così com’è. Anche con le fragilità di cui l’uomo è costituito. Non è una precisazione da poco: «La debolezza degli uomini, la loro personale peccabilità, la loro maggiore o minore statura morale non dovrebbero influire sulla impostazione cristiana dei problemi; semmai influire sulla deficienza dei risultato. Il Santo e il peccatore cristiani debbono impostare intenzionalmente e idealmente i problemi di vita della comunità allo stesso, identico modo. Perché è Cristo che li ha impostati per tutti, da “allora”, ed esplicitamente, a quel modo». 

Il limite che l’uomo incarna e letteralmente è non costituisce, per Fabbri, un’obiezione sensata alla vita di Cristo nel mondo. Anzi: solo una presa di coscienza precisa di quel che si è, dell’essere fatti così, introduce ad una comprensione reale di cosa sia Cristo per l’uomo. È un tema, questo, che le opere di Fabbri non faranno che ribadire: «È l’equivoco più inquietante della cristianità: aver aspettato che l’uomo diventasse un altro, diverso, per le parole di Cristo. Ma Cristo è venuto per salvare l’uomo così com’è». È dunque questo che Fabbri provoca ad accogliere come dato: non un maggiore impegno, ma solo una maggiore coscienza può essere un vero elemento di missione: «Crediamo (…) di poter guadagnare a Cristo gli uomini se non abbiamo il coraggio di guardare noi una buona volta la faccia di Cristo intera?». 

Scriverà ancora Fabbri: «La verità non è qualche cosa che si possa scoprire e possedere soltanto razionalmente, ma che si possiede per intero solo rischiandone l’attuazione, cioè vivendola. Soltanto da questa esperienza personale della verità può sgorgare l’ultima, sostanziale, determinante prova che farà di una realtà probabile, una realtà persuasiva — cioè una realtà che soddisfi tutte le nostre esigenze. L’ultima, decisiva prova ci viene, dunque, da questo atto, da questa esperienza della verità, da questo passaggio dalla speculazione all’azione». 

La verità non è quindi una nozione da pensare, ma un rapporto — in cui bisogna inoltrarsi, e rischiare, per poterne avere reale certezza. Insorge, ai fini di una certezza, il rischio di un passo e di una compromissione personale con l’oggetto. Diego Fabbri, che si potrebbe definire — con le stesse parole che lui stesso usò per Maurice Blondel — «essenzialmente un pensatore per il quale Cristo esiste», proprio per questa presenza, questo dialogo, questo continuo assillo di Cristo nella vita ha saputo sperimentare (e perciò testimoniare) uno tra i punti decisivi dell’epoca sua e nostra: che quella di Cristo non è uno schema ma un’esperienza; non un messaggio, ma una vita.

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