SALONE DEL LIBRO/ Perché andiamo cercando (chi più, chi meno) libri di carta?

- Daniele Gigli

Oggi si chiude a Torino la 27esima edizione del Salone Internazionale del Libro. Luogo di materia più che di idee, e come la materia segue perciò la legge di Lavoisier. DANIELE GIGLI

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Il Salone del Libro è luogo di materia, più che di idee, e come la materia segue perciò la legge di Lavoisier: non si crea, non si distrugge, al massimo — parcamente — si trasforma un poco. La trasformazione di quest’anno, che percorre un filone iniziato già nelle ultime edizioni, è l’attenzione al dover essere delle tendenze editoriali: anche quest’anno, quindi, cucina ed editoria digitale la fanno da padroni nell’organizzazione degli spazi e degli incontri.

Editoria digitale, ma cucina rigorosamente di carta. E in effetti il primo dato che investe chi si avventuri a zonzonare per un paio d’ore tra gli stand è la quantità impressionante di carta che si continua a imbrattare e vendere. Ma se siamo ormai completamente assorbiti in un’antropologia digitale — per cui se ci si ferma la connessione siamo letteralmente impossibilitati a lavorare e gravemente menomati nel vivere — chi compra oggi i libri? I libri di carta? E quali libri compra? 

A uno sguardo parziale e fieramente non statistico (perché diciamoci anche questo: il data-journalism è il modo più elegante per non giudicare la realtà che si vede, nell’illusione di renderne una versione oggettiva e scientifica), sembra che anche qui come altrove la classe media sia la vittima privilegiata. È vero, è vero, tutta la giusta retorica sui medi editori che sono gli unici a fare ancora il proprio mestiere, eccetera eccetera, ma quel che si vede in giro è lo stesso fenomeno che si annusa anche sul web: la reggenza dei colossi, che tendono ad accorparsi e assorbirsi in una brama da ipermercato; e la resistenza, anzi la fioritura dei microbi, di maison da due-tre impiegati e dodici-quindici libri all’anno, fortemente specializzate o comunque costruite attorno a un main topic, possibili a reggersi solo in virtù della loro struttura agilissima e del traino generale dei corpaccioni mondadoriani e rizzoliani. Chi sta in mezzo, sembra oggettivamente sempre più compresso tra spese di struttura e di produzione insostenibili se si debba dare da vivere ad almeno cinque-sei impiegati e un mercato che oggettivamente non può sostenere tutta quella produzione nel classico prodotto libro. E ciò di cui parlo non è saturazione del libro, ché uno può anche comprarselo e non leggerlo mai, ma della saturazione che ne sta alla radice, quella della produzione e trasmissione di contenuti. 

Torniamo così alla questione originaria: perché la gente ancora oggi, quando sempre più frequentemente i contenuti desiderati sono immaginati e cercati ab origine e non trovati, inventati (da invenio) in azione; e quando questi contenuti — sempre più spesso di qualità eccellente — si trovano gratuitamente o con poca spesa nella rete organizzati secondo un modello ipertestuale e non sequenziale, quindi teoricamente più a portata di tempo realmente disponibile, rispetto a un ponderoso tomo; perché, ci si chiede, le nicchie e le masse cercano ancora libri di carta? 

Vengono in mente quel gesuita finissimo e geniale che fu Walter Ong e il suo Oralità e scrittura, libro profetico e capitale che nel 1982, leggendo la storia della parola e del passaggio dalla parola orale alla parola scritta, definì la scrittura come tecnologia. Una tecnologia, aggiungeva, ormai talmente interiorizzata da non apparirci più tale, sì da marcare una svolta antropologica irreversibile, quella tra il pensiero orale e il pensiero scritto, ben superiore sul piano qualitativo alle svolte avvenute con l’avvento della stampa e con l’allora incipiente avvento dell’informatica.

Proprio oggi infatti, in un tempo in cui forme ibride di oralità risorgono imponenti a mezzo di finta scrittura — pensiamo agli sms, alle e-mail e alla messaggistica istantanea di vario genere — possiamo intuire meglio l’artificialità della scrittura che Ong asseriva e sottolineava, non intendendo al termine artificiale una connotazione negativa, ma un semplice dato di fatto. Scrivere, informare una visione in una sequenza di suoni e organizzare questa sequenza in segni che la fissino e la trasportino per sempre al di là del qui e ora, è un atto eminentemente artificiale, o meglio, non innato; e così la narrazione sequenziale che nasce con il nascere della scrittura, sostituendosi a quella circolare e psico-musicale. 

È forse questo il motivo per cui oggi ancora si scrivono e si leggono libri di carta? Perché le nuove forme di scrittura non possono — al di là di ogni strategia di marketing — sopperire integralmente a quell’artificialità del sapere scritto e sequenziale ormai così interiorizzata in noi da divenire necessaria? Quando tra qualche anno la prima generazione di nativi digitali prenderà le redini del potere avremo le prime risposte reali, che confronteremo con i sociologismi pigri che oggi ci appannano la vista. Vedremo se sapremo adattarci a un’oralità di ritorno travestita da scrittura (e allora né colossi né microbi faranno più gli editori) o se — in qualche forma ancora nei pensieri di Dio, magari al chiuso di un nuovo monastero come quello di Un cantico per Leibowitz — riscopriremo il miracolo della parola pensata e scritta, del dare i nomi alle cose per sempre. Qui e ora. Ovunque e sempre.

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