SINDONE/ Il mistero di quel Volto scolpito nella pietra (fotogallery)

Nell’entroterra ligure un misterioso volto di pietra scolpito nella roccia appassiona studiosi e ricercatori: è il volto della Sindone? Intervista allo studioso DUILIO CITI

10.06.2015 - int. Duilio Citi
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Il volto sulla roccia (Immagine dal web)

Con i suoi sette metri di altezza e quattro di larghezza è in assoluto la scultura rupestre su roccia più grande d’Europa e forse del mondo. E’ un mistero che dura da secoli e che oggi, grazie agli studi del professor Duilio Citi, trova nuove emozionanti sviluppi. Sui monti della Val Penna, a pochi chilometri nell’entroterra dalle cittadine costiere turistiche di Chiavari e Sestri Levante, in Liguria, si erge un’incredibile testimonianza avvolta appunto in un mistero su cui forse solo oggi si comincia a far luce.

Ad accorgersene per primo in epoca moderna un assessore del comune di Borzonasca (Armando Giuliani) che stava facendo dei rilievi per la costruzione di un nuovo percorso stradale. E’ il 1965 e la notizia appare anche sulla stampa. Il Corriere Mercantile del 1° febbraio1965 scrive: “…un colossale volto di uomo è apparso impresso su di una parete rocciosa, facente parte del gruppo montuoso denominato Rocche di Borzone”.

Un volto inequivocabile spuntava su quella roccia. L’assessore fece disboscare al meglio la collina perché la roccia fosse il più possibile visibile. Ma quel volto era opera d’uomo o una configurazione formatasi in modo naturale, come succede spesso? E chi raffigurava quel volto? Duilio Citi, che da diversi anni studia il caso, ci dice di un ex abate della vicina abbazia di Borzonasca che sempre negli anni sessanta si recò ai piedi della roccia, la toccò e poté accertarsi che si trattava di opera di mani d’uomo, si poteva capire dove era passato lo scalpello e dove no, toccando la roccia. Ma Duilio Citi ha alimentato questo mistero scoprendo un’impressionante analogia con la sacra Sindone di Torino: “Non si può negare che il volto di Zolezzi assomigli alla Sindone compresi i segni della passione sul viso stesso”.

Professore, davanti a questa immagine le obiezioni sono essenzialmente due: è opera dell’uomo o della natura? E nel primo caso, a quando risale?

Di quest’opera, perché di un’opera si tratta, pochi si sono limitati a vederne il frutto dell’erosione naturale della roccia. La maggior parte di coloro che se ne sono interessati hanno constatato la lavorazione da parte dell’uomo. Don Vittorio Gotelli, canonico della cattedrale di Chiavari che negli anni sessanta è stato parroco e abate di Borzone, è salito a toccarla riconoscendo e distinguendo molto bene la parte della roccia lavorata da quella ancora grezza. Chi scrive, in una serie di diapositive 135 mm fatte parecchi anni fa, ha constatato il confine netto tra la parte del volto vero e proprio e la parte esterna rimasta naturale.

E nel primo caso? Su wikipedia ad esempio si dice che si tratti di una scultura paleolitica, risalente tra i 20mila e i 12mila anni fa.

Purtroppo è quanto si legge quasi ovunque, un’indicazione chiaramente di parte che risale a quando il comune di Borzonasca incaricò un giornalista di scrivere un libro, con l’intenzione palese di escludere il coinvolgimento dei monaci nella realizzazione dell’immagine. 

 

In effetti non esistono testimonianze di sculture rupestri risalenti al Paleolitico fatte in questo modo, cioè un ritratto frontale…

Infatti. Tutte le immagini risalenti a quelle epoche sono sempre dei volti molto stilizzati, pensiamo ad esempio alle sculture dell’Isola di Pasqua. Nel libro di cui dicevo prima, l’autore pone a dimostrazione della sua tesi una testa ritrovata in Corsica che secondo lui sarebbe analoga al volto di Zolezzi. Per prima cosa le misure sono imparagonabili, la testa trovata in Corsica è di appena quaranta centimetri e poi anche in questo caso abbiamo un ritratto stilizzato che non è assolutamente un ritratto. C’è poi un altro dato indicativo: a lungo davanti a questo volto nella roccia le popolazioni della valle si sarebbero trovate a pregare e ringraziare, una sorta di pellegrinaggio persosi nel tempo quando i monaci di Borzone vennero allontanati dalla loro Abbazia.

 

Chi ha scolpito allora quel volto?

Io, ma non solo, sosteniamo che siano stati i monaci dell’Abbazia di Borzone, intorno all’anno mille o anche prima, nel IX secolo dopo Cristo. E il volto che si vede è quello del Cristo, con un’impressionante somiglianza al il volto della Sindone.

 

Come potevano quei monaci di un posto tanto isolato conoscere il volto della Sindone? Avevano visto una copia? Si erano basati su informazioni orali dell’epoca?

Va intanto detto che la somiglianza tra i due volti è del tutto certa. Mi aveva sempre colpito la somiglianza, ma in queste ultime settimane ho provato a sovrapporre le due immagini dopo avere fatto due negativi. Ho fatto le scansioni, li ho sovrapposti e sono venuti esattamente uguali. Più osservi la scultura rupestre e più ti accorgi di cose nuove. Lo zigomo destro gonfio, ad esempio, esattamente come quello della Sindone con il gonfiore che va sopra l’occhio. Pensavo fosse un particolare non finito, invece è proprio identico all’occhio destro della Sindone. Vista la coincidenza tra il volto della Sindone e quello della sindone di pietra si può dire con quasi assoluta certezza che gli “scultori” hanno copiato il volto della sindone o la sua “fotocopia”.

 

Chi non è d’accordo dice anche che il volto dà le spalle all’Abbazia, cosa che i monaci non avrebbero fatto.

Invece è giusto così. Si tratterebbe infatti di un ex voto dei monaci dopo che avevano finito l’evangelizzazione di quelle valli e il volto guarda proprio la valle dove allora e ancora oggi vive più gente che nella zona dell’abbazia.

 

Si parla di piccole sculture, piccoli volti somiglianti a quello della scultura rupestre che nei secoli scorsi gli abitanti della valle includevano sui portoni di casa. Le risulta?

Queste sono scoperte recentissime, degli ultimi due o tre anni, ma non assomigliano alla sindone di pietra. Questi volti, dalle apparenze minacciose che possono anche ricordare il volto di un saraceno (ai tempi scorrazzavano per le coste liguri arrivando anche nell’entroterra, una sorta di Isis del Medioevo) vennero messi durante la costruzione del monastero sui magazzini del monastero stesso a guardia di coloro che scaricavano merci. Allora da Rapallo fino alla Fontanabuona passando da Borzone si portavano sale e altre merci e questo volto inserito tra due portali del magazzino era una sorta di minaccia: voi che scaricate le spezie non rubatele. Ma si tratta di due cose diverse rispetto alla scultura rupestre.

 

C’è davvero tanto di affascinante e da scoprire in queste zone oggi semi abbandonate della Liguria, una storia ricca di fatti ed eventi.

La cultura odierna tende a frantumare, spezzettare tutto. Se vediamo una cosa per volta facciamo critiche e osservazioni che rimangono fini a se stesse. Ma se le opere e i fatti li colleghiamo impariamo a vederli come un insieme. In questo modo queste testimonianze, se ammettiamo che sono tutte della stessa epoca, e le osserviamo, possiamo capire dopo una verifica quale si scarta da sola. 

 

Certo viene da chiedersi come uomini di un’epoca tanto antica abbiano potuto fare una tale scultura. Anche oggi non sarebbe facile. 

Ho girato molti paesi, ho osservato sculture analoghe ad esempio fatte nella roccia in Giordania. Certamente non fu un lavoro facile, anzi, ma basta mettere un ponteggio in alto e poi calarsi verso il basso lavorando sulla roccia. Una fatica notevole, ma i monaci potevano giungere qui direttamente dal monastero attraverso un percorso che non era neanche troppo in salita. Si alzavano la mattina e poi passavano la giornata a lavorare sulla roccia. 

 

Rimane l’interrogativo di come questi monaci fossero a conoscenza dell’immagine della Sindone. Quando la Sindone venne portata via da Gerusalemme?

Intorno al 600 dopo Cristo, quando i musulmani cominciavano ad avvicinarsi.

 

Che via hanno intrapreso i portatori della Sindone?

Si dovrebbe escludere la via per mare perché più pericolosa per la Sindone: in caso di naufragio sarebbe andata perduta per sempre.

 

Quindi si scelse la via di terra.

Il viaggio venne pianificato minuziosamente. In ogni località che si era deciso di toccare, la Sindone rimaneva esposta alla venerazione del popolo residente, ma anche ai “viaggiatori” essendo, quella prescelta, una strada di grande comunicazione. Gli unici pericoli che può avere una tela di lino, oltre a quello del naufragio, erano quelli accidentali, frutto di una trascuratezza nella custodia. Non erano sicuramente i furti a preoccupare perché non avendo alcun valore venale — non era intessuta di fili d’oro, né aveva pietre preziose a decorarla, — sicuramente non interessava ai ladri.

 

Noie solo accidentali, come lo smarrimento oppure il rimanere coinvolta in un incendio… come in seguito è successo.

Era facile da portare: leggera, piegata sempre con la parte del viso in vista, così veniva esposta, oppure, più verosimilmente, confezionata in una custodia robusta, era esposta chiusa, con al di sopra appoggiata un’icona che  riproduceva fedelmente il volto come una fotocopia.

 

Che poi si sono diffuse fino a Borzonasca?

Questa icona devono aver visto i monaci dell’abbazia di san Colombano di Bobbio e che trasmisero a quelli del monastero di Borzone, nei vari pellegrinaggi verso Gerusalemme ampiamente documentati dalla presenza nel museo di Bobbio di ampolle palestinesi risalenti al VI-VII secolo, con le quali veniva portato in Occidente l’olio della Terrasanta. E’ molto probabile che vendessero copie perfette del volto come oggi le nostre immaginette, visto che le ampolle con l’olio di Terrasanta assomigliano moltissimo alle bottigliette con dentro l’acqua di Lourdes. 

 

(Paolo Vites)

 

 

SEGUE LA FOTOGALLERY DEL VOLTO DELLA SINDONE SU ROCCIA 

Cartolina dopo il ritrovamento del 1965

Sovrapposizione del volto della Sindone con la scultura rupestre

 

Il volto è l’ombra piccola ma più nera sul crinale che sale da destra verso sinistra quasi sul piombo della vetta.

Il pianoro dove la gente si radunava a pregare è indicato dalla costruzione bianca che ha alla destra terrazzamenti con ulivi.

 

In quel posto la sede molto probabile di un eremita, probabile anacoreta greco, che guardando la roccia inclinata verso il basso, potrebbe avere invitato i monaci di Borzone a scolpire il volto.

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