LETTURE/ In Jung e Kerényi il “segreto” dell’ultimo Pavese?

- Sergio Cristaldi

Nel suo libro dedicato a Pavese, Antonio Sichera mostra un approccio al “classico” (e llo scrittore piemontese) che andrebbe oggi recuperato. Ne parla SERGIO CRISTALDI

cesarepavese_profiloR439
Cesare Pavese (1908-1950) (Foto dal web)

«A metà degli anni novanta, scrivevo che il tempo della fortuna di Pavese era ormai finito, come testimoniava il vistoso calo di interesse critico. Mi accorgo ora che avevo torto». L’ammissione è di Antonio Sichera; e inaugura il suo Pavese. Libri sacri, misteri, riscritture, pubblicato di recente da Olschki, nella collana Polinnia. Al suo attivo, Sichera ha un’esperienza quasi ventennale di confronto con lo scrittore piemontese; questo volume, ripresentando saggi già editi, aggiungendo nuovi contributi e raccogliendo gli uni e gli altri in una prospettiva unitaria, rappresenta un consuntivo o, magari, la debita messa a punto prima di riavviare l’avventura interpretativa. In ogni caso, l’esame personale, unito alla verifica, in presa diretta, della risposta dei lettori, specie dei più freschi, ha maturato un riconoscimento fermo, indipendente dagli umori alterni della critica: Pavese è vivo «perché i suoi testi, portati nelle aule, universitarie o scolastiche che siano, parlano ancora ai loro giovani interlocutori», riuscendo «a coinvolgere, ad emozionare, a farsi sentire attuali». Il classico si annuncia per la sua capacità di farsi contemporaneo; così come lo scrittore prigioniero della sua epoca diviene con l’andar degli anni sempre meno leggibile, ammesso e non concesso che lo sia mai stato (emblematico il caso di qualche preteso “maestro” novecentesco, già oggetto di convegni e tesi di laurea, e adesso appannaggio di cultori fuori tempo massimo, magari con la superstite pretesa di propagandare un gusto degno di definitivo pensionamento).  

Il libro di Sichera sonda fasi successive e versanti complementari di una produzione tanto omogenea nelle tensioni di fondo quanto diversificata per approfondimenti e per generi: l’esordio di Pavese e la sua maturità, la poesia e i romanzi. Sullo sfondo, le guide cui lo scrittore si rivolgeva a preferenza: gli americani ovviamente, su tutti Whitman, Steinbeck e Hemingway, ma anche gli europei Dostoevskij e Joyce, poiché l’apprendista stregone sensibilissimo alle novità d’oltreoceano non trascurava per questo il vecchio continente, come comprovano le sue scelte in campo filosofico e antropologico, l’attenzione a Nietzsche, Frazer, Jung, Kerényi, senza dire che sul suo scrittoio c’erano pure la Bibbia e (solitamente non lo si nota) Francesco Petrarca. Grazie al vademecum che Sichera offre, ogni appassionato di Pavese potrà constatare, se non l’ha già fatto, che leggere Lavorare stanca o Paesi tuoi controllando, con la coda dell’occhio, la grande letteratura occidentale, e magari la mitologia comparata e la psicoanalisi, porta a un effettivo incremento della comprensione, e perciò del piacere della lettura.

La stretta finale di questa indagine riguarda La casa in collina e La luna e i falò, i due romanzi realizzati in rapida successione e strettamente appaiati dal punto di vista tematico, in quanto romanzi della guerra. Il primo è inaugurato da uno scenario di solitudine, che è l’opzione e lo stigma di Corrado, l’intellettuale cinicamente contento di non avere affetti, di non essere legato a nessuno, eppure destinato a subire il contraccolpo inatteso di un incontro che si rinnova a distanza di anni, quello con Cate, la donna amata in giovinezza e adesso madre di un ragazzo, Dino, forse frutto dell’antica relazione. 

Sichera asseconda in maniera aderente le scansioni di un’irrisolta nostalgia di appartenere, che sembra aperta all’avvenimento della presenza, disponibile a compromettersi fino in fondo, eppure si incrina e finisce per decadere di fronte alla pressione di un’ora drammatica, in cui una retata dei tedeschi porta via Cate e i suoi amici. La responsabilità del passo indietro, della fuga angosciata di Corrado, in cerca di un rifugio dove sentirsi al sicuro, andrà attribuita all’eccesso di riflessione che segna questo personaggio, distinguendolo da chi vive con spontaneità e coraggio? L’antinomia di conoscenza e azione è centrale nel romanzo, che cerca il chiaroscuro tra il sapere del maturo professore e l’inconsapevolezza felicemente ardita dei giovani partigiani; eppure va riscontrata, e Sichera lo sottolinea, anche l’articolazione tra un pensiero che esclude e un pensiero che partecipa, presenti l’uno e l’altro, con alterna incidenza, in Corrado: il problema non è dunque il sapere come tale, da redimere, se possibile, nel solco di una ritrovata immediatezza. 

Con analoga precisione, Sichera valuta l’avvicendarsi, nel protagonista, di una preghiera-rifugio e di una preghiera risveglio, quella che nasce di fronte ai tedeschi uccisi in un agguato dei partigiani: non ricade necessariamente, la preghiera, nella contemplazione inerte che congiura con la passività, ma può essere, lasciamo la parola allo studioso, «spazio di un affidamento, di una speranza, di una tensione dell’anima verso l’Altro, per altri». L’esperienza fatta da Pavese a Casale Monferrato nel 1943-44, quando era ospite sotto falso nome dei Padri Somaschi, doveva possedere questo spessore, come assicura padre Baravalle nella testimonianza pubblicata da Gianfranco Lauretano (La traccia di Cesare Pavese, Rizzoli). 

Ha ragione, Sichera, quando associa La casa in collina a un capolavoro della letteratura della crisi come Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij; così come coglie nel segno sottolineando l’incidenza sulla Luna e i falò di un’opera centrale nella cultura di pieno Novecento, i Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, esito della collaborazione fra Carl Gustav Jung e Károly Kerényi. Proprio Pavese aveva portato in Italia, promuovendone la traduzione presso Einaudi, quel libro a quattro mani, dove una nuova terapia analitica si sposava con l’antropologia religiosa. I miti, sosteneva Kerényi, sono l’infanzia dell’umanità; la risalita a quei primordi, faceva notare Jung, è analoga al lavoro dell’analista, proteso verso l’infanzia del singolo. E in effetti, la struttura della Luna e i falò s’impernia sull’avvicendamento di stagione infantile ed età adulta, di immedesimazione inconsapevole col mondo e distanza critica al tempo stesso accorta e infelice; né manca un tentativo di integrazione, il tentativo che il protagonista, Anguilla, tornato nelle Langhe dall’America, si sforza di attuare, ritrovando i luoghi dei suoi primi anni, rispecchiandosi nell’adolescenza di Cinto. 

Indubbio che Pavese abbia tenuto presente l’indicazione di Jung sulla necessità di integrare l’Io cosciente con l’imprescindibile sostrato dell’inconscio collettivo e dei suoi archetipi, fino al traguardo del Sé, la personalità non più unilaterale, ma finalmente intera. Ugualmente certo che lo scrittore piemontese si sia impegnato a ricondurre in quest’alveo la stessa testimonianza biblica, assumendo il peccato originale come transizione dal non sapere al sapere, e curvando in questa direzione il richiamo evangelico a ritornare come bambini. Su tutto questo, non si può che consentire con Sichera; il quale raggiunge una conclusione inevitabile, quando evidenzia la volontà di Pavese di reinterpretare, attraverso il nuovo romanzo, lo spartito della Casa in collina.  

In questo modo, l’analisi di Sichera ci conduce alla soglia di un nuovo problema, tutto da sondare: se il traguardo conoscitivo rappresentato dall’incontro con Jung e Kerényi, possa davvero costituire, a ritroso, la chiave per intendere tutta la produzione terminale di Pavese, come sembra indicare l’intentio dell’autore. Non è, evidentemente, un nodo che si possa sciogliere in questa sede; ma ci sono, a non dir altro, sporgenze della Casa in collina che eccedono la griglia mitico-analitica. Limitiamoci a un punto (non secondario). All’altezza della Luna e i falò — il romanzo che celebra la vittoria delle stagioni sugli anni e che riconosce nei roghi accesi dai contadini un ancestrale rito propiziatorio, in vista dell’eterno ritorno di fioriture germinate dalle ceneri — la morte è riassorbita entro la vicenda circolare delle mutazioni dell’essere; in sostanziale accordo coi Prolegomeni, dove lo spegnersi della singola esistenza rientra in un ciclo sopraindividuale, nel continuo riequilibrio delle morti attraverso le nascite, secondo il ritmo di un mondo sussistente in perpetuo. Ma come conciliare quest’ottica con il sussulto che chiude la Casa in collina, lasciando intatto lo squarcio e lo scandalo? «Ora che ho visto cos’è la guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: — E dei caduti che facciamo? perché sono morti? — Io non saprei cosa rispondere». Sarebbe, peraltro, improprio segnare un confine troppo marcato tra romanzo e romanzo: il discrimine che abbiamo intravisto passa in realtà all’interno di tutto l’ultimo Pavese (e forse, era in incubazione già prima). 

Potrà sorprendere che il volume di Sichera si concluda con una Lettera a Pavese, nella quale il critico si mette in gioco radicalmente, si spinge fino a un paragone personale coi loci infiammati dell’autore in esame (puntando, in particolare, sui Dialoghi con Leucò). Sorprenderà sicuramente. Siamo eredi, magari a nostra insaputa, di alcuni dogmi novecenteschi: il carattere autoreferenziale del testo, la morte dell’autore, il dovere del critico di spogliarsi, nell’analisi, di ogni personale sentire, di ogni intima convinzione e domanda sulla realtà. Da parte sua, Sichera è convinto che l’ermeneutica comporti invece un coinvolgimento intero dell’interprete, coinvolgimento, beninteso, non come destituzione del testo di partenza, in una lettura mirante a farsi abusivamente creazione, ma come effettivo dialogo.

In altra sede, Sichera ha tematizzato questa impostazione: «primum della lettura», scrive in Ceux qui cherchent en gémissant, inchiesta sul Deus absconditus e sulla ricerca tentata dalla scrittura letteraria, è «il dialogo intimo, serrato, fra un io che ascolta e reagisce e un tu — la parola del testo, appunto — che chiama, che inquieta e vuole parlare “oggi”». Questo dialogismo dell’interprete mira a sorprendere, nel libro-interlocutore, «una parola “buona”, una parola autentica, per sé e per altri». Se la letteratura oggi è in pericolo, come avvertiva Todorov, a motivo di una teoria che ne ha decretato la presunta separatezza rispetto al reale, l’incompatibilità con l’universo dei discorsi vivi, c’è fondata ragione di credere che la scelta di dialogare con l’autore possa aprire una stagione diversa, dove il libro sia l’occasione di un incontro, aiuti a vivere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori