LETTURE/ Quando i media (occidentali) “lavorano” al fianco del jihad

- Giuseppe Di Fazio

Il libro di Monica Maggioni “Terrore mediatico” racconta come Rainews24 seguì i fatti di Parigi. E apre una seria riflessione sul mestiere del giornalista oggi. GIUSEPPE DI FAZIO

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Tra il 7 e il 9 gennaio 2015 si consuma in Francia una tragedia ad opera di seguaci di al Qaida che tiene incollata alle dirette tv l’opinione pubblica di mezzo mondo. In quei giorni, nel cuore della laicissima Francia, due fratelli di origine algerina ma cresciuti a Parigi, Chérif e Saïd Kouachi, colpiscono e decimano la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo. Un altro terrorista collegato a loro, nelle stesse ore, uccide una donna poliziotto e si barrica con ostaggi in un supermercato specializzato in cibo kosher e frequentato da ebrei.

Accanto agli spari e alle uccisioni spietate (in totale i morti di quegli attentati sono risultati 17) si realizza in quelle ore un altro tipo di terrore, quello mediatico, utilizzato dall’Isis per reclutare nuovi adepti nella “guerra” per lo stato islamico. Quei giovani jihadisti cresciuti nelle periferie di Parigi, ma educati alla violenza e all’odio, si comportano come i computer infettati da un virus, come “zombie” pronti a entrare in azione in seguito a un segnale. I fratelli Kouachi sono stati, in qualche modo, ciberterroristi.

Il libro di Monica Maggioni (Terrore mediatico, Laterza 2015), racconta come la rete all news della Rai, di cui allora era direttrice, seguì i fatti di Parigi e le scelte che dovette adottare, introducendoci così a una profonda riflessione sul mestiere del giornalista oggi.

“Je suis Charlie” fu lo slogan che d’impeto tutti i commentatori e i media occidentali, anche Rainews24, sposarono per solidarietà coi colleghi uccisi e per la difesa della libertà di stampa. Ma dopo 24 ore di diretta quasi ininterrotta, il canale informativo della Rai mette da parte il cartello che esprime grido e rabbia contro la violenza islamista. «Non si può continuare a furia di slogan — dice la Maggioni ai suoi colleghi — dobbiamo fare lo sforzo di articolare pensieri complessi, anche in contraddizione fra loro».

Ma la diretta tv, così come i messaggi in Rete, poco si adatta a “pensieri complessi”. Non c’è tempo per elaborare riflessioni. Si comunicano e si trasmettono emozioni, sensazioni, reazioni immediate rispetto a fatti visti o appresi.

La diretta della tragedia in Francia raccontata dal canale all news non è equiparabile alla cronaca in diretta che banalizza il dolore, ma pur sempre presenta un deficit di riflessione. «Non ho mai smesso — racconta la Maggioni ripensando a quelle ore — di invidiare il tempo del pensiero che comporta lo scrivere (…). E’ il grande privilegio della carta stampata, quello di poter attendere la formazione di un pensiero coerente prima di vedere le proprie posizioni tradotte in inchiostro su carta».

Nell’immediato e fino alla grande marcia di Parigi dell’11 gennaio 2015 si ragiona in termini di scontro di culture e civiltà, l’Occidente democratico e libero contro la barbarie: noi e loro.

Se è vero che bisogna stare dentro la realtà per poterla raccontare è anche vero che per poterla capire in profondità c’è bisogno di tempo e di un minimo di distacco. Nel caso dell’attentato che colpisce i redattori della rivista satirica francese, si chiede la Maggioni, “fino a che punto lo spirito di Charlie va protetto e garantito”?

Da varie parti del mondo arrivano suggestioni e contributi che aiutano a riflettere. Sul New York Times, per esempio, David Brooks scrive che se quelle vignette e quello stile irriverente verso un credo religioso fossero stati usati in un campus americano “non sarebbero durati più di 30 secondi”. E lo stesso Papa Francesco, pur dentro un discorso di salvaguardia della libertà di espressione, durante una conferenza stampa coi giornalisti in aereo afferma: «Se qualcuno dice una parolaccia contro mia mamma, gli spetta un pugno». E, infine, lo scrittore libanese Dyah Abou Jahjah offre un ulteriore argomento: «Io non sono Charlie. Sono Ahmed, il poliziotto morto. Charlie ha preso in giro la mia fede e la mia cultura e io sono morto per difendere il suo diritto a farlo».

La riflessione mette meglio a fuoco i fatti. Non è più in gioco, soltanto, l’universo jihadista: siamo noi. Ci tocca riflettere (vedi la Grande Marcia di Parigi) sui valori in cui crediamo e che accomunano le nostre realtà europee, sul senso del nostro lavoro e della nostra azione.

Siamo chiamati a ragionare sul valore simbolico della nostra libertà, che se rimane vuota di contenuti e di responsabilità, diviene strumento per giustificare qualsiasi scelta.

Un mese dopo i fatti di Parigi, il Corriere della Sera pubblica un intervento di Julián Carrón che pone alcune domande scottanti: «Ma un mese dopo, quando il tran tran della vita quotidiana ha preso di nuovo il sopravvento, che cosa è rimasto? (…) Quando coloro che abbandonate le loro terre arrivano da noi alla ricerca di una vita migliore, quando i loro figli nascono e diventano adulti in Occidente, che cosa vedono?” (J. Carrón, “La sfida del vero dialogo dopo gli attentati di Parigi, Corriere della Sera, 13 febbraio 2015). In Occidente, è vero, abbiamo la libertà, la democrazia, i diritti, ma se questi valori non vengono resi vivi da uomini e donne che ne facciano vedere la desiderabilità, essi restano pura astrazione sopraffatta dalla concretezza di una vita contrassegnata da cinismo, corsa al successo, consumismo, noia.

La riflessione si può spostare anche sul lavoro giornalistico, che non è mai un lavoro neutro. Noi giornalisti non siamo uno specchio che riflette passivamente la realtà. Siamo un filtro, ma possiamo essere anche — per usare l’espressione della Maggioni — “agenti inconsapevoli della riproduzione del reale”. 

I jihadisti, infatti, non solo tagliano le gole ai loro nemici, o colpiscono senza pietà i “miscredenti”, ma si preoccupano anche di creare attraverso filmati e racconti “un’epica della lotta armata dell’Islam contro i crociati dell’Occidente”. Diffondere i loro filmati, perciò, equivale ad amplificare nell’opinione pubblica il loro messaggio. Ecco perché si può opportunamente decidere, come qualcuno già ha fatto, di non mandare più in onda integralmente i video dell’Isis. «Si tratta non solo — sostiene la Maggioni — di togliere la dirompente forza del racconto dalle mani sapienti di chi lo sta trasformando nello strumento più potente di tutti», ma anche di destrutturare la narrativa del nuovo regime jihadista.

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