LETTURE/ Armin Mohler, la critica ai liberali e le domande ai cattolici

- Giuseppe Reguzzoni

Esce in traduzione italiana “Contro i liberali” di Armin Mohler, che fu allievo di Jaspers e consigliere di Franz Josef Strauss, leader della Csu. Ecco perché va riletto. GIUSEPPE REGUZZONI

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Roma, infophoto

In tempi di crisi delle grandi ideologie, ci si dimentica che anche il liberalismo, la risposta, ancor oggi più di moda e più invocata persino dalla neosinistra politica, è, in realtà, un contenitore ideologico. Proprio perché (quasi) tutti ormai si dicono “liberali” non è sempre agevole cogliere ciò che accomuna tendenze tanto diverse. 

Se lo era chiesto, tratteggiando una sua particolare critica del sistema liberale, uno dei massimi pensatori della nuova destra europea, lo svizzero Armin Mohler (Basilea, 1920-2003), con il suo saggio Contro i Liberali

Mohler, già allievo di Jaspers e segretario di Ernst Jünger, è scomparso nel 2003, un anno dopo la prima pubblicazione in volume della sua raccolta Gegen die Liberalen. Ora, XY Editore pubblica la traduzione italiana di quest’opera, all’interno della sua collana Antaios (Armin Mohler, Contro i Liberali, XY.IT Editore, Arona 2015, 94 p.) . Mohler, che per anni fu anche consigliere politico e ghostwriter di Franz Josef Strauss, leader indimenticato della Csu bavarese, aveva vissuto da vicino la «rivoluzione culturale» della fine degli anni Sessanta, con l’avanzata della sinistra marxista e postmarxista e i primi tentativi di reazione identitaria delle destre. 

Mohler aveva capito che non ci si poteva limitare a guardare indietro e, proprio in proposito, aveva ridefinito la distinzione tra “reazionario”, nostalgico e legato al passato, e “conservatore”, che si radica in ciò che è permanente, ma guarda avanti. Mohler, che per un breve tratto era stato anche lettore e ammiratore di Carl Schmitt, conosceva bene quella tradizione di critica del liberalismo, che aveva percorso gran parte del pensiero cattolico sino al concilio Vaticano II. 

Eppure, proprio in Gegen die Liberalen si lascia sfuggire un’espressione decisamente sferzante nei confronti del suo vecchio maestro, Schmitt, liquidandolo come “romano”, cioè “cattolico”. Per un figlio della Basilea protestante e riformata quell’espressione era quasi un insulto, ma, soprattutto, l’indizio della volontà di avviare una nuova critica del modello liberale, associato a un pensiero “astratto” e generalizzante. Mohler sapeva anche che è esistita ed esiste una critica marxista al liberalismo e la conosce alla perfezione, ma, come afferma nelle prime pagine del saggio, «il comunismo resta un’ideologia per popoli sottosviluppati». Nel suo scritto Mohler si chiede, piuttosto, se quella in cui viviamo sia davvero democrazia o non piuttosto un democraticismo, un insieme di principi astratti, spesso impliciti e intoccabili, insomma quel che noi, oggi, potremmo chiamare, con un fortunato neologismo, “democratura”. 

Procedendo per presupposti tanto impliciti quanto dogmatici, il liberalismo, con la sua astrattezza e incapacità di affermare il mondo nella sua complessa condizione reale, è ormai divenuto il cavallo di Troia di tendenze e fenomeni che stanno portando all’autodistruzione la civiltà occidentale. Per Mohler il liberalismo è un sistema, una costruzione artificiale, che non pone al centro la singolarità umana, bensì una propria pretesa di costruire l’uomo nuovo secondo modelli astratti. Contro questa pretesa il rivoluzionario conservatore fa appello alla realtà dei fatti e alla solitudine eroica dell’individuo davanti alla loro crudezza. 

In questo emerge, certamente, qualcosa dell’antico allievo di Jaspers e, ancor di più, del debito che Mohler ha nei confronti di Nietzsche e Löwith, in particolare della critica al mito della storia come progresso. Lui stesso, del resto, a conclusione del suo saggio propone come soluzione una radicale svolta nominalistica, la Nominalistiche Wende, distinguendo tra pensiero universalista e pensiero nominalista, l’unico, secondo lui, in grado di prendere sino in fondo sul serio la condizione di Sterblichkheit, di esserci come “essere per la morte” e l’irriducibile individualità della persona umana. 

Mohler ritiene, senza approfondire o argomentare, che il cristianesimo sia ormai scivolato sulla linea universalista, con poche, per lui rare eccezioni in ambiti tradizionalisti, sia cattolici che protestanti. Il pensiero inquieto di Mohler non va oltre quest’amara conclusione, non cerca consolazioni in scorciatoie neopagane (come altri ambienti della Nouvelle Droite) ma, per la sua onestà di fondo, pone interrogativi che non dovrebbero essere elusi, proprio da parte del pensiero cristiano, da cui, a un certo punto, egli volle fermamente distanziarsi. Il cristianesimo non è un modello “universalista”, ma equilibrio tra esserci ed essere, tra particolare e universale e, difatti, la riduzione all’universale astratto, identificato con il progresso storico, è uno degli elementi caratterizzanti di quell’eresia che va sotto il nome di modernismo. Il modello di Mohler lascia a tratti l’amaro in bocca, ma chiede, anzi, esige che ci si confronti con esso, proprio perché si tratta di pensiero minoritario e antisistema.

Il punto, oggi, è se il “dialogo” tra cristianesimo e cultura non rischi di risolversi in confronto (o subalternità?) con la cultura “di potere”. Il modello nietzchiano-löwithiano di Armin Mohler può certamente risultare segnato da un profondo e rassegnato elitarismo, ma interpella, per la sua ansia di libertà e di autenticità intellettuale, fuori dai circuiti della cultura di massa e di potere. 

Ce lo ricorda l’Autore, in un significativo passaggio autobiografico: «Nessuno sa quel che porta la storia. Tutto è possibile. Questa dichiarazione di libertà per la persona umana non è una licenza che apre all’assenza di vincoli e all’arbitrio. Essa vuole essere solo un ammonimento a non orientarsi secondo un rigido schema di filosofia della storia. Nella sua gioventù, chi scrive ha vissuto diversi anni secondo questi schemi e ciò lo rese, allora, cieco ai colori della realtà. Che io sia riuscito a liberarmene, lo devo a tutta una serie di stimoli (…). Uno di questi stimoli fu la progressiva scoperta di quel tipo umano che sto cercando di descrivere o, quanto meno, di abbozzare, proprio qui. Era come arrampicarsi su degli ostacoli (…). Mi ritrovai a pensarci molti anni più tardi, quando mi capitò di leggere su un  muro dell’Università di Monaco la scritta, tracciata con lo spray: “Esperienza = Fascismo”». 

Ecco, appunto, che cosa significava «orientarsi secondo un rigido schema di filosofia della storia», ma, ecco, anche, il punto su cui, invece, il cristianesimo vissuto, avrebbe molto da dire proprio per la centralità che, invece, riserva all’esperienza. 

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