LETTURE/ Benigni e Recalcati, quando il tradimento “colpisce” a sinistra

- Paolo Gheda

Benigni, dopo il suo endorsement per il Sì al referendum, è stato accusato di tradimento dalla sinistra Pd. Recalcati vi ha dedicato un pezzo su “Repubblica”. Il commento di PAOLO GHEDA

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Roberto Benigni (LaPresse)

Nella concitata fase politica che stiamo attraversando, appressandoci alla fatidica data del referendum costituzionale, mentre sui media televisivi impazzano le interviste, i confronti a due in alcuni casi sui contenuti e in diversi altri semplicemente “muscolari”, e si leggono i resoconti più o meno neutrali delle convention organizzate dai vari comitati pro Sì e pro No, il mondo intellettuale italiano sembra essere scosso da un’inconsueta vitalità, che ha spinto e tutt’ora spinge molti a coinvolgersi direttamente o almeno a pronunciarsi con interventi piuttosto diretti (per onestà verso i lettori del sussidiario, chi scrive ha aderito al comitato presieduto da Lorenzo Ornaghi e coordinato da Giovanni Guzzetta “InsiemeSìCambia”). È recentissimo il caso di Roberto Benigni (a cui ormai oggi in Italia, tra ammiratori e detrattori, nessuno toglierebbe la qualifica di intellettuale), che ha suscitato una vasta discussione, in primis per il peso specifico che le sue prese di posizione possono assumere nell’orientamento dell’opinione pubblica nazionale. 

Non è la prima volta che Benigni si pone al centro di un turbinio di polemiche a causa di sue scelte pubbliche (partecipazioni a programmi e manifestazioni, interviste…), certamente questa è quella con la sua maggiore esposizione politica di sempre. Eppure la sua osservazione-battuta secondo cui una vittoria dei No “sarebbe peggio della Brexit” manifesta semplicemente la propria opinione personale, e rimarca semmai una posizione rispetto al referendum pure da altri intellettuali abbracciata (certo non da tutti): cioè semplicemente quella per cui — al di là di una valutazione del merito specifico sui singoli punti di modifica introdotti nel testo costituzionale in ratifica referendaria (rispetto ai quali ci sarebbe naturalmente molto da dire in altra sede) — sopra ogni altra considerazione viene avvertita fortemente la preoccupazione che la mancata approvazione della legge, in mancanza di un’alternativa disponibile a breve, vada letta come un segno negativo nella politica interna e nelle relazioni internazionali, la quale appaleserebbe sostanzialmente un quadro storico di irriformabilità istituzionale nel nostro Paese, degradandone l’immagine attuale e le aspirazioni di crescita. Sarebbe, semmai, da riprendere il termine di paragone utilizzato da Benigni nel frangente in chiave negativa, ovvero appunto il recente referendum britannico, ma questo, di nuovo, è un altro discorso. 

Il No nel referendum come un “no” al futuro dell’Italia è naturalmente un punto di vista assai dibattuto, il quale, ad esempio, al di là del florilegio di battute “fuori campo”, mi è parso costituire pure il nucleo centrale del contendere nell’altrettanto recente dibattito televisivo a “Otto e mezzo” da Lilli Gruber tra la ministra Maria Elena Boschi e il leader della Lega Nord Matteo Salvini. Ma pare che a Benigni — a cui è sempre stato “concesso” tutto, dall’anticlericalismo d’antan dei tempi più giovanili sino alle “sceneggiate amorose” in diretta con Raffaella Carrà — questa presa di posizione così netta non sia stata proprio “perdonata”. Sarebbe pertanto interessante domandarsi come mai si sia in questo frangente prodotta quest’alzata di scudi in difesa di un’onestà (questa volta intesa in senso molto poco intellettuale…) eventualmente compromessa dal suo implicito endorsment al Sì. 

Assodata l’autorevolezza del personaggio — e se la riflessione fosse fatta risalire alla di lui professione di comico, bisognerebbe per coerenza far notare quanto scrive Lorenzo Giarelli su Linkiesta: “eppure nessuno ha detto nulla quando Paolo Rossi si è espresso per il No” —, ho trovato assai stimolante l’interpretazione che di questo atteggiamento di condanna moral(istico) ne ha restituito su Repubblica del 7 ottobre scorso Massimo Recalcati, noto psicanalista (e a sua volta intellettuale) italiano, interprete del modello psichiatrico di Lacan, dandone una versione appunto di tipo comportamentale. Secondo Recalcati la critica “da sinistra” all’endorsement referendario del comico toscano sarebbe un sintomo riconducibile ad una “una grave malattia che ha da sempre storicamente afflitto la sinistra” (e che ora sarebbe stata pienamente ereditata dal M5s), ovvero una “malattia (ideologica) del ‘tradimento'”, affliggente peraltro la destra come la sinistra dell’inconsueto fronte del No. 

Gli argomenti che Recalcati — auto-confessatosi giustamente, nell’occasione, a sua volta come uomo di sinistra —, chiama in causa per spiegare questo atteggiamento mentale, prima ancora che culturale, sono indubbiamente interessanti, applicandovi egli le proprie categorie di pensiero quando viene a sostenere che “l’accusa patologica di tradimento implica innanzitutto l’idea di una degradazione antropologica del traditore, di una sua irreversibile corruzione morale”; ovvero, una forma mentis politico-culturale che viene  intesa in questa lettura come psicologicamente distorta, in quanto non riesce a intendere la diversa intenzione affermatasi in un medesimo schieramento semplicemente quale la posizione di “uno che cambia idea”, forzandola invece nello stereotipo di “colui che ha venduto la propria anima al potere, al regime, al sistema”. Un atteggiamento di condanna (appunto un moralismo, potremmo chiosare) che viene rivolto all’interno della sinistra nei confronti di coloro che (come eventualmente lo stesso Benigni) sostengono le ragioni del Sì, finendo per definirli tout court “venduti, servi, schiavi dei poteri forti”, e seguendo una logica che, in effetti, si potrebbe attribuire nell’altro campo politico anche alla vicenda delle accuse che a suo tempo ricevette da destra Angelino Alfano, dopo il suo “abbandono” di Berlusconi. 

Riconducendo questa interpretazione di Recalcati da una lettura di sensibilità psicologica ad una di carattere storiografico, direi che la categoria equivalente che essa chiama in causa è quella della delegittimazione dell’avversario, in questo caso internamente ad una parte (partito, movimento, schieramento che siano), che procede ad ammantare il responsabile di una difformità di pensiero con la definizione moral(istica) di “nemico”. Ciò vale a dire, che chi si comporta così in ambito politico, ovvero si esprime in termini non allineati con ilmainstream culturale della propria tradizione ideologica, con ciò stesso esce dal “recinto istituzionale” della propria formazione, perché rompe il patto di fidelizzazione totale dove un’opinione difforme non può essere contemplata. È una mentalità costruita sul meccanismo appunto del tradimento, che Recalcati attribuisce più fortemente a sinistra — e questo è l’altro rilievo di carattere storico di un certo interesse — perché in essa vi troverebbe un “suo terreno di attecchimento più fertile”. 

E la spiegazione di questo atteggiamento prevalente, prima culturale che politico, starebbe nella “radice profondamente stalinista” della sinistra italiana, una “radice oscena”, uno schema comportamentale quasi istintivamente anti-liberale e anti-libertario. Aggiungo io, un modo di pensare che a sua volta potrebbe pure ascriversi storicamente al paradigma della “superiorità morale” espresso a suo tempo da una parte del Pci, e che non a caso Recalcati viene a definire come una forma di fondamentalismo insito nel concetto “marxista” di militanza.

Insomma, uno “stalinismo culturale” che tende ad operare, persino in parte inconsapevolmente, secondo la logica della delegittimazione dell’avversario (nemico) interno attraverso la diffamazione, solo perché di più non potrebbe in un sistema democratico, mentre un tempo il “magnifico georgiano” lo fece direttamente attraverso la svelta e drammatica prassi epurativa dei “traditori della Patria” nel gulag. In quest’ottica delegittimante, Benigni, appunto, si sarebbe scostato dalla sinistra PD solo “per avere contratti, soldi, potere”. 

Certo si tratta di una lettura piuttosto tranchant eppure provocatoria, che parlando della storia della “Seconda Repubblica” si potrebbe persino arrivare ad applicare ai processi di delegittimazione pubblica (e privata) di Berlusconi e di tutto il centrodestra italiano da parte della sinistra, così come fors’anche a quelli che oggi lo stesso Renzi sta affrontando in quanto denunciato come non appartenente alla radice “pura” della medesima sinistra (si veda l’ultima, da questo punto di vista efficace, performance imitatoria di Crozza sull’appartenenza “biologica” del presidente del Consiglio ad una tradizione politico culturale appunto non di sinistra in Dimartedì del 27 settembre.

A Recalcati avrei però infine solo una cosa da chiedere: non è che i puristi della sinistra italiana, a forza di operare distinguo sulla vera appartenenza ideale di ciascuno di loro, rischino di finire come quei protestanti che dopo Lutero e la Riforma continuarono a spezzettarsi nei secoli a venire, per potersi dire — uno scisma dopo l’altro — i più autentici interpreti della Parola di Dio… e ora nel mondo si contano più di mille diverse denominazioni confessionali protestanti – alcune per il vero anche piuttosto curiose, come quella, con rispetto parlando, dei devoti della New Denver Church?! 

In fondo, anche a colui che oggi si erge a difensore del No in quanto padre tutelare della “vera” tradizione della sinistra italiana (quella “riformista”, si diceva una volta, vero?), ovvero Massimo D’Alema, tempo fa (nel film “Aprile”) un altro intellettuale di sinistra come Nanni Moretti dedicò un quadretto simpatico, implorandolo dal televisore di “dire qualcosa di sinistra”. 

Anzi, più semplicemente, di “dire qualcosa”.

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