LETTURE/ Bertolini, quell’intreccio (in versi) tra Dio e l’uomo

- Francesco Roat

Non è un errore grammaticale il titolo dell’ultima silloge poetica di Maddalena Bertolini, “Corpus homini”, pubblicato da puntoacapo Editrice. Ma un punto di partenza. FRANCESCO ROAT

michelangelo__adamoR439
Michelangelo, Adamo (Giudizio Universale, 1535-41)

Non è un errore grammaticale il titolo dell’ultima silloge poetica di Maddalena Bertolini — Corpus homini, pubblicato da puntoacapo Editrice —, giacché non intorno al corpo dell’uomo sono incentrate le poesie dell’autrice, bensì sul corpo dato all’uomo; giacché l’esistenza non è una sua proprietà bensì un dono e un miracolo, ossia cosa meravigliosa e ammirevole (i due termini derivano giusto dal verbo latino mirari: ammirare), che desta o almeno dovrebbe destare stupore, gioia e gratitudine.

È pur vero altresì che noi contribuiamo al perpetuarsi della vita tramite quella che è stata chiamata, con parola che oggi i più considerano desueta, procreazione. Non a caso nelle poesie di Bertolini v’è sempre un duplice piano discorsivo: quello relativo all’umano e quello relativo al divino. Ma i due ambiti finiscono per risultare paralleli e per intrecciarsi. Come la figura di Cristo si riverbera in quella del coniuge dell’autrice. Scrive infatti la poetessa: “Tu sei lo specialista dell’abbraccio, quando stringi / forte il mare batte e sento affannarsi il vento: / penso che ogni sconvolgimento è una domanda / di riempimento che pretendo e non ci riesco / non sola, non senza la tua benevolenza”.

Così, qui e altre pagine, conta poco strologare quale sia il soggetto di molti versi duplicemente interpretabili, ovvero se si parli di Dio o dello sposo di Maddalena. Ciò che conta è l’amore ed il patto di alleanza che si stabilisce fra entrambi e l’io narrante. Un io, comunque, privo di narcisismo e incline piuttosto al dono e all’accoglienza. Non va scordato infatti che Bertolini ha quattro figli, fa l’ostetrica e la sua preghiera è “fammi / tornare madre, sempre a ogni / avvento nuovo a ogni uomo che vedo dare / alla luce”.

Però in queste pagine appare alla ribalta un tragico contraltare rispetto a questa devozione/dedizione alla vita. Il disamore/rancore — si potrebbe anche usare un altro vocabolo, anch’esso desueto: il peccato — che si traduce in odio, violenza omicida che la vita spegne: propria e altrui. (“E intanto loro esplodono, nei parchi-gioco tra le / altalene, tra le bancarelle, tra le mani dei cristiani / ebrei, musulmani, tra le braccia di dio dicono / e esplodono. Io no”). Ma attenzione, c’è poco da illudersi che il male provenga sempre e solo da altrove, che noi si possa sbarazzarcene proiettandolo sull’altro. Sarebbe fatale autoinganno, in quanto “i barbari non vengono da fuori”. Come non va mai sottovalutato il pericolo di inaridirsi a causa di quello che in lingua tedesca viene detto Weltschmerz: il dolore cosmico o la sofferenza del mondo.  

Può capitare allora di vacillare e rifiutare talvolta, come confessa Bertolini: “la grazia della tua presenza”; anche se poi di questa presenza davvero coniugale — lei lo ammette umilmente —: “non posso farne senza”. Resta al contempo, come un leitmotiv, il timore: “di non amare abbastanza”, di rimanere schiavi del proprio egocentrismo meschino ad onta di ogni buona volontà o dichiarazione d’intenti; rimane la paura di scivolare pericolosamente. “su di un piano / inclinato ognuno declinato al moto proprio”.

Altrove qui si fa riferimento all’umiltà (all’urgenza di ricordare/riconoscere la nostra provenienza dall’humus: dalla terra da cui tutti deriviamo) quale requisito indispensabile per una vita autentica. In questa prospettiva ogni atto, a partire dal più semplice e banale, diviene fecondo/essenziale; specie se agito senza spocchia alcuna. Vedi i seguenti autoironici ma veritieri versi: “ogni giorno faccio qualcosa di / indispensabile alla sopravvivenza / (lavo stiro cambio le lenzuola)”. Altrove l’accento è posto sulla riflessione intorno all’umana fragilità e finitudine; in una meditazione che si fa consapevolezza del doverci noi misurare ogni giorno con una ineludibile necessità quale dura superficie delle cose (per dirla rubando le parole a Simone Weil), da cui invano vorremmo distogliere lo sguardo, anche se invece: “ci serve sapere che le montagne crolleranno / sopra le nostre ossa e i nostri figli se ne andranno”.

Consapevolezza dolorosa ma benefica se aggiunta a quella certa che “noi non siamo quello che lasciamo”. A cui va aggiunta la virtù dell’accettazione, in primo luogo quella consistente nel non pretendere, come pretese Giobbe, di chiamare in giudizio Dio in un tribunale umano affinché ci indichi la ragione dei mali che colpiscono l’innocente. Tracotanza somma, tale richiesta di teodicea, vera e propria hybris a cui Bertolini contrappone una speranza fiduciosa, quella nell’eucaristia, che qui è al contempo dono gratuito e ringraziamento. Così, in chiusa della silloge, il Corpus homini conduce, come era prevedibile, al Corpus Domini — che è poi il titolo dell’ultima poesia —, mediante un’umanissima/dolcissima invocazione: “Il tuo sapore mi stia addosso possa / nell’erba della bocca mia restare la tua scia”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori