LETTURE/ Cristo e il male del “secolo”, da dove nasce il dialogo

- Roberto Graziotto

“Domando ai ‘cristianisti’ se la fede che ha fatto del bene alla loro civiltà non potrebbe fare del bene anche a loro” (R. Brague). La “natura” e il sacrificio di Cristo. ROBERTO GRAZIOTTO

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Piero della Francesca, Resurrezione (particolare; 1465) (Immagine dal web)

LIPSIA —  In una recente intervista di Remi Brague a Repubblica, il filosofo francese, intervistato sul problema delle unioni civili e in genere sul comportamento di quei cristiani che egli chiama “cristianisti”, dice con chiarezza ironica che li apprezza ma pone ai medesimi la domanda se la loro speranza ultima sia Cristo vivente oggi o i valori dell’occidente. Per citarlo letteralmente: “I cristianisti hanno almeno il vantaggio di riconoscere l’evidenza storica che il cristianesimo ha svolto un ruolo positivo nello sviluppo dell’Occidente. Non li biasimo. Domando loro se la fede che ha fatto del bene alla loro civiltà non potrebbe fare del bene anche a loro”. Al giornalista, Paolo Rodari, che voleva provocarlo ad un giudizio netto sulle persone che si sono incontrate recentemente a Roma per il Family day, Brague ha risposto di non sapere cosa stia nel cuore di così tanta gente. 

Anche questo mio articolo, scritto da chi osserva dalla distanza il dibattito in Italia su questi temi, vuol essere nulla più che una piccola “nota a margine”, con l’unica pretesa di tornare su alcuni momenti dei temi discussi, per un approfondimento non polemico. Come tutti i tentativi di riflessione, necessita da parte di chi legge di un previo atteggiamento di apertura, quello necessario in realtà per comprendere tutte le cose; un dialogo accade quando si è davvero interessati ad entrare in dialogo con l’altro, con il suo linguaggio ed esperienza di pensiero. 

Questa mia riflessione parte da una certezza. La verità, che gli uomini hanno sempre cercato con l’arte, la scienza, la filosofia e la religione si è incarnata come persona, come Logos personale di Dio, Amore gratuito, nell’esistenza storica. Quest’ultima è “gravida” della Sua presenza, una presenza che è stata percepita come incarnazione del bello, della bontà e della verità, in un contesto “teodrammatico” (Hans Urs von Balthasar), cioè di scontro (non solo di incontro) tra la volontà di Dio e quella dell’uomo. Una bellezza che si presenta potente nell’impotenza, ricca nella povertà, armata nell’essere disarmata (Julián Carrón). Questo Logos, che io chiamo, parlando con i miei scolari, Gratis Liebe (Amore Gratis) e che ha già salvato il mondo, è nato in forza del sì di una donna, Maria, e del sì “rappresentativo” di un uomo, Giuseppe, è nato in una famiglia, che da subito ha dovuto fuggire dalla propria patria verso l’Egitto, per il pericolo del potere mondano, rappresentato dal violento Erode. Egli però, il Logos di Dio, e non la famiglia è da considerarsi come la salvezza.

Come qualcuno ha scritto su queste pagine, questo Amore Gratis diventa avvenimento anche ora in un mondo della “destrutturazione postmoderna” e “nichilistica”. Essendo forse lo stato di “secolarizzazione” in Germania più avanzato che in Italia (ho modo di constatarlo in  particolare nella Sassonia-Anhalt, dove insegno da 14 anni) mi sono sempre chiesto come fosse possibile testimoniare Cristo nell’unico mondo datomi per esprimermi.  

Nell’incontro con von Balthasar e attraverso di lui con Adrienne von Speyr, già nei miei giovani anni mi sono confrontato con la verità teologica del “Sabato Santo”, che Adrienne sperimentò realmente come totale abbandono da parte di Dio e come assenza di ogni forma di consolazione. Già sulla Croce Cristo ha vissuto il mistero dell’abbandono di Dio, ma da essa ha potuto ancora contemplare la forma amicale e sponsale di amicizia con Giovanni e Maria. Nella discesa all’inferno non vi è più nessuna forma, ma la melma del peccato del mondo. Quando alle cinque del mattino di domenica si svela il Mistero della Risurrezione, essa viene sperimenta dal Figlio come pura grazia (sola fides).

Il Risorto incontra poi i suoi, li conforta (“non abbiate paura”) e dà loro una missione. Andate e battezzate tutte le genti, nella coscienza che sarò con voi, come si esprime Matteo, fino alla fine del mondo. Questa missione è il cuore della presenza del cristiano nel mondo. Quando Julián Carrón dice che Cristo educa il “senso religioso” dell’uomo, fa comprendere che questa missione di evangelizzazione non è solo una questione “nominale”, confessione di un nome, ma educazione di ciò che nell’uomo c’è di più profondo: il suo bisogno di Mistero. 

Anche nell’esperienza del Sabato Santo non si tratta in primo luogo di un’esperienza “etica”; la von Speyr, a differenza di Dante, non vede persone nell’inferno che hanno fatto il male, ma solo delle “effigi”; vede l’orma del peccato, che diventa sempre più melma e sempre meno forma. Essere vivo nell’inferno accade nella modalità di un’obbedienza “cadaverica”, di Chi ha preso così sul serio il Gratis dell’Amore che diventa, per usare l’espressione forte di Paolo, “peccato” per noi. La liberazione della Risurrezione accade nel Mistero della discesa all’inferno. Questa certezza liberatoria permetterà al cristiano, quando agisce sul palcoscenico del mondo, di non cercare nessun nemico da combattere, visto che il nemico è stato già abbattuto dall’interno, ma potrà scoprire, in tutto e in tutti, momenti di verità per un dialogo di misericordia. Un dialogo che non sorgesse però dal mistero del “descensus ad inferos” sarebbe destinato alla infecondità più assoluta.  

Quando si dice che la questione sollevata dal Family day non è né politica né religiosa, ma antropologica si ha forse ragione, ma si rischia di non vedere che per il cristiano ciò non potrà mai essere motivo di sentimenti di superiorità nei confronti del fratello. Per quanto egli possa essere lontano da Dio deve essere incontrato a partire da una vera comprensione di chi sia l’uomo. L’uomo è colui che ha bisogno dell’Amore gratis, che ha bisogno di chi è disposto a scendere fino all’inferno per salvarlo.

Questo non esclude certo la legittima considerazione della “natura” dell’uomo. La questione su cosa corrisponda o meno per “natura” alla dignità singolare dell’uomo è e rimane un aspetto che non può essere dimenticato.  Il concetto di natura ha certamente una valenza per combattere “catastrofi” contro l’umano come lo sono state le purghe staliniste, lo sterminio degli armeni e degli ebrei, come lo è ora la trasformazione del Mediterraneo in un cimitero di profughi, la mercificazione dei bambini nel mondo e il loro massacro da parte di Boko Haram e di altri gruppi terroristici, o la vendita e prostituzione forzata di ragazze yazide nella pianura di Ninive. Per quanto riguarda il nostro occidente si pensi ai tanti casi di bambini abortiti, con il conseguente calo demografico che ha invecchiato l’Europa e l’ha resa debole nell’affrontare le nuove sfide del mondo globalizzato. E che l’ha resa debole perché ha compiuto spesso questi aborti senza il benché minimo appello a considerazioni di ordine medico o psicologico, ma in ultima istanza a causa di quella “secolarizzazione” che — come dice Brague — se vissuta conseguentemente, porterebbe il mondo, in un “secolo”, alla sua fine. 

C’è però un modo di parlare della “natura” dell’uomo che è troppo poco sensibile alle difficoltà esistenziali delle persone e che quindi blocca ogni tentativo di dialogo trasversale a priori. Inoltre, se esaminiamo la storia europea dell’ultimo secolo, si constata che l’uso politico del concetto di natura ha spesso indebolito le forze del centro cristiano. Una tale debolezza si è storicamente verificata per esempio in quei politici che hanno usato l’astratto consenso ai valori naturali dell’uomo per perseguire la loro politica poco sensibile ai valori umani concreti del Vangelo. Per questo aspetto rinvio al saggio di M. Borghesi sulla fine della teologia politica, in cui l’autore mostra come il “centro” cattolico tedesco non è riuscito a fermare l’ ascesa politica di Hitler, pur avendo questi dato il suo assenso concordatario ai valori “giusnaturalisti”. 

Spostiamo un attimo l’accento dall’antropologia all’ontologia, come lo ha fatto Antonio López in un’intervista apparsa su questo giornale. Un tale spostamento di accento richiede a mio avviso un’ ulteriore radicalizzazione per far vedere che l’essere stesso non è un tesoro da conservarsi in modo geloso. Esso è Amore Gratis, che include un atto di radicale “nullificazione”. L’essere si rende finito come dono, tanto è vero che una riflessione ontologica aperta al Vangelo può scoprire ciò che Ferdinand Ulrich chiama la reciproca conversione di ricchezza e povertà, di essere e nulla. Ora questo nulla non è ovviamente quello nichilista, ma quello della gratuità disarmata. La scommessa cristiana nell’epoca nichilista consiste proprio in ciò: il “nulla” dell’amore gratuito, cioè la testimonianza, come unica risposta “misericordiosa” al nulla del nichilismo. 

Quanto qui espresso a livello ontologico deve essere ovviamente riflettuto anche a livello politico, giuridico, etico, quotidiano, ma in tutte queste riflessioni esso rimarrà la tonalità ultima dell’agire cristiano. Ha ragione Marco Pozza quando dice che la verità non può rimanere nell’astrazione; ricordiamoci che dire che la verità non deve essere astratta è ancora un’affermazione astratta. Johann Wolfgang Goethe ha ben espresso in una sua poesia un movimento dell’anima quando ascolta qualcosa di “preconfenzionato”: “man spürt die Absicht und man ist verstimmt“, “ci si accorge dell’intenzione e si è di cattivo umore”. Non credo che questioni talmente complesse come lo sono i rapporti tra uomini e donne o tra donne e donne, eccetera permettano al filosofo o al giornalista una soluzione facile a tutto campo. Non so se, come dice Brague, basterebbe un “aggiustamento al diritto di successione” per risolvere la questione delle unioni civili. So invece che ogni persona nel suo ambito (politico, giuridico…) dovrà cercare un “dialogo trasversale” (cfr. Papa Francesco a Strasburgo) per contribuire alla concordia e pace tra i cittadini che la pensano diversamente su tanti temi. Qui sarà necessario tener conto del fatto che “anche il contenuto del diritto naturale non prescinde dall’esistenza storica” (Ernst-Wolfgang Böckenförde). L’attenzione dovuta all’esistenza storica richiede per esempio una riflessione seria sul significato del referendum irlandese in cui il 62 per cento di battezzati, non di pagani, non ha seguito le indicazioni dei propri vescovi sulla questione del “matrimonio” degli omosessuali. È certo che gli scandali di pedofilia in Irlanda (e non solo lì) rivelano una dimensione di abisso “infernale” se ripensati al cospetto di una teologia del Sabato Santo e pongono una domanda seria sulla credibilità della Chiesa nella sua giusta difesa della famiglia (e lo dico ben consapevole delle polemiche ipocrite di tanti che hanno criticato la Chiesa su queste questioni).

Nella quotidianità infine potrebbe anche accadere che ci venga chiesto concretamente cosa pensiamo sul fatto che due donne omosessuali desiderano avere un figlio. Non credo che sia compito del cristiano, tanto più se fossero le stesse interessate a chiederci tale opinione, di far loro una lezione di diritto naturale, ma di testimoniare, anche in questo dettaglio concreto, la presenza dell’Amore Gratis. Forse ciò potrà anche rivelarsi in un chiaro giudizio altrettanto forte come quelli che dà Gesù stesso. A volte siamo per amore o per educazione chiamati a darli, ma ci si dovrà ricordare che Egli per questo suo giudizio forte era disposto a scendere fino all’inferno per la salvezza del mondo e della singola persona. Meglio ricordarsi che quando il giovane ricco se ne andò, Cristo lo guardò con uno sguardo di amore infinito. A questo sguardo ci vuole educare, io credo, Papa Francesco in questo anno giubilare della misericordia, perché non ci accada ciò che mi ha scritto qualche tempo fa un amico con un po’ di amarezza per i tanti “giudizi arrabbiati” che circolano trai a cattolici: “in fondo non amano la salvezza del mondo, perché non amano la propria e non la amano perché non l’hanno incontrata oppure avendola incontrata Le hanno detto di no”.

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