STORIA/ Il giudice del maxiprocesso: oggi la vera mafia sta nelle centrali finanziarie

- int. Alberto Di Pisa

A trent’anni dall’avvio del maxiprocesso alla mafia, un protagonista, il giudice ALBERTO DI PISA, rievoca il processo e il suo lavoro al fianco degli uomini simbolo di quel periodo.

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (Foto dal web)

A trent’anni dall’avvio del maxiprocesso alla mafia, abbiamo chiesto un ricordo ad un protagonista di quegli anni: il giudice Alberto Di Pisa, che da poco più di un mese ha lasciato la magistratura per raggiunti limiti di età. Di Pisa faceva parte, insieme al collega Vincenzo Geraci, del pool antimafia costituito presso la Procura della Repubblica di Palermo, al quale in seguito si aggiunsero Giuseppe Ajala, Domenico Signorino e Giusto Sciacchitano. Ha lavorato quindi per molti anni alla istruzione del maxiprocesso in stretto collegamento con il pool dell’Ufficio Istruzione, di cui facevano parte Falcone, Borsellino, Di Lello, De Francisci ed altri. “E’ finita l’epoca in cui la mafia veniva identificata con personaggi come Totò Riina — dice oggi Di Pisa al sussidiario —. Dietro uno come lui oggi si muovono personaggi dell’alta finanza, banche, imprenditori di alto livello, vere e proprie centrali finanziarie”.

Come e perché si giunse ad un evento così grande e importante, anche dal punto di vista mediatico?

Due fatti più di altri influirono sulla nascita di quell’evento, frutto della risposta dello Stato alla quantità incredibile di delitti di mafia accaduti dal 1976 in poi, che avevano trasformato la Sicilia, e Palermo in particolare, in un’autentica mattanza: il rapporto così detto “dei 162” redatto dal prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e il grande apporto fornito dalle “confessioni” di Tommaso Buscetta.

Cosa diceva il rapporto Dalla Chiesa?

Denunciava un numero elevato di persone che facevano parte dell’organizzazione mafiosa e sulle quali era necessario a quel punto che indagasse la magistratura. Infatti, fu presentato alla procura nel luglio del 1982 e da lì, possiamo dire, iniziarono le nostre vere e proprie indagini. Ma la svolta fu data dalle notizie fornite da Buscetta.

Perché le confessioni di Buscetta furono così importanti?

Perché fino a quel momento non avevamo un’idea preciso di cosa fosse e di come funzionasse “Cosa nostra”. Tommaso Buscetta,una volta estradato in Italia, nell’estate del 1984, venne interrogato senza soluzione di continuità per due mesi da Falcone e dai pubblici ministeri della Procura di Palermo presso la Questura di Roma dove si trovava sotto custodia del capo della Criminalpol del Lazio, Gianni De Gennaro. Egli, che pur da semplice “soldato” era stato molto vicino ai capi di Cosa nostra, svelò le trame e i crimini dell’organizzazione mafiosa fino a quel momento ignote.

Cosa si può dire del Buscetta di quegli anni?

Buscetta teneva a precisare che lui non era un traditore: traditori piuttosto erano coloro che avevano consentito la degenerazione della mafia, “sì da rendere incompatibile con i principi tradizionali di Cosa nostra l’epoca in cui viviamo”. Nutriva infatti un grande rispetto ed ammirazione per Stefano Bontate, che rappresentava la mafia di un tempo e l’omaggio nei confronti di quest’ultimo era tale che Buscetta era arrivato a chiamare un suo figlio con lo stesso nome. Un solo rimprovero muoveva a Bontate: di avere fatto trapelare la sua intenzione di uccidere Totò Riina piuttosto che eseguirla subito.

Ma Buscetta mostrò subito la sua forte personalità e l’ascendente che aveva tra i componenti di Cosa nostra. Perché vi siete fidati di lui?

Le dichiarazioni di Buscetta furono sottoposte ad un’attenta e minuziosa attività di riscontro, e questo costituì l’ossatura su cui si resse tutto l’impianto accusatorio, peraltro confermato dalla sentenza della Cassazione. Solo così si poterono emettere 360 mandati di cattura nei confronti di altrettanti mafiosi. Si poteva dire che era crollato il mito invincibile dell’omertà di Cosa nostra ad opera di uno dei massimi esponenti della organizzazione. Dopo Buscetta vennero numerosi altri collaboratori tra cui Salvatore Contorno, che era il temuto killer di Stefano Bontate. Proprio di lui ricordo che prima di decidersi a collaborare ebbe bisogno del “permesso” di Buscetta. Con queste collaborazioni crollò il mito dell’omertà e della impenetrabilità della mafia. Ma c’era un’altra importante e significativa novità.

 

Quale?

Gli imputati non erano solo i mafiosi per così dire “tradizionali”, ma tra essi c’erano i cugini Nino ed Ignazio Salvo, potenti ed intoccabili gestori delle esattorie siciliane. Costoro avevano ospitato Buscetta nel loro albergo di Santa Flavia e lo avevano invitato a venire a Palermo per invocarne l’intervento pacificatore nella guerra di mafia degli anni 80. Indubbiamente il successo giudiziario che seguì alle indagini fu essenzialmente merito di Falcone e della tecnica investigativa da lui attuata, in ciò agevolato dal processo inquisitorio allora in vigore. Di fronte alla mole di prove raccolte, Falcone ironizzava sul fatto che il maxiprocesso si era ridotto ormai ad un processo di Pretura.

 

E dopo le rivelazioni di Contorno cosa accadde?

Dopo le rivelazioni di Contorno il processo fu pronto per la requisitoria, che venne depositata nel luglio del 1985 a firma del Procuratore della Repubblica Vincenzo Pajno e dei sostituti Di Pisa, Geraci, Signorino, Ayala e Sciacchitano: gli ultimi tre nel frattempo entrati a fare parte del pool. Si tratta di oltre 10 volumi che può vedere alle mie spalle (nello studio in cui ci troviamo, nda). Ricordo che in occasione di tale deposito venne a Palermo il ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro per manifestare la sua vicinanza ai magistrati palermitani, come testimoniato da una foto che immortalò l’avvenimento e che conservo ancora nel mio studio. Ma voglio ricordare ancora un aspetto significativo.

 

Quale?

L’8 novembre1985 intervenne l’ordinanza di rinvio a giudizio del giudice istruttore Falcone. Mentre la Procura aveva richiesto il rinvio di 351 imputati, il giudice istruttore ne rinviò 476. L’enorme numero degli imputati pose dei problemi logistici dato che non vi erano aule idonee per contenerli tutti. Falcone fece pressioni perché si costruisse ex novo un’aula spiegando che il processo “doveva” essere celebrato a Palermo per riaffermare l’autorità dello Stato che la mafia aveva sfidato. Grazie al sostegno del ministro della Giustizia Mino Martinazzoli venne realizzata l’aula bunker, che fu completata il 31 dicembre 1985.

 

E veniamo al processo. Come ricorda quei giorni, soprattutto l’inizio? Quali furono le difficoltà più grandi da superare?

Erano tante, anche per il grande numero di persone presenti in aula, tra cui tanti giornalisti. Il primo scoglio fu dato dalle numerose eccezioni sollevate dagli avvocati, prima tra tutte quella di procedere alla lettura di tutti gli atti, come previsto dal codice di procedura penale allora vigente. Lo scopo era quello di allungare i tempi e giungere alla scarcerazione degli imputati prima della sentenza. Si trattava di milioni di carte la cui lettura avrebbe richiesto anni. Il Parlamento ci venne incontro tempestivamente e su iniziativa degli onorevoli Nicola Mancino e Luciano Violante vennero emanate due leggi con le quali si allungavano i termini di custodia cautelare e si introduceva l’art. 466 bis del codice di procedura penale, con il quale si sostituiva la lettura degli atti con la semplice loro “indicazione”. Se si fosse verificata la scarcerazione degli imputati sarebbe crollata la credibilità dello Stato.

 

La sentenza di primo grado fu certamente una vittoria su tutto il fronte, mentre in appello ci fu una riduzione delle pene inflitte. Questo fatto come venne percepito?

In un primo momento certo lasciò un po’ perplessi. Ma la conferma avuta in seguito dalla sentenza della Cassazione rimise, per così dire, le cose a posto. Ciò che più confortò fu la conferma del cosiddetto “teorema Buscetta”, per cui i componenti della “cupola” rispondevano insieme di tutti i reati compiuti dalla mafia, per il fatto stesso che facevano parte della “commissione”. La mafia si rese conto dell’importanza e della gravità di quanto accaduto e non perdonò, riprendendo in pieno la propria attività criminale che portò poi alle stragi del 1992. Ma voglio ricordare un’altra cosa.

 

Prego.

In tutta la mole degli imputati ci fu un solo caso di omonimia che provvedemmo subito a chiarire. Anni dopo, in un analogo processo a Napoli, ci furono oltre cento casi di omonimia. Questo fu un ulteriore segno della serietà con cui lavorammo per anni, tutti.

 

La mafia aveva sperato fino all’ultimo che un intervento in Cassazione del giudice Corrado Carnevale avrebbe potuto ridimensionare, e di molto, i risultati cui il processo era giunto fino a quel momento. Ma Carnevale aveva in effetti questo potere o era piuttosto una sorta di mito che si agitava secondo le circostanze e le parti interessate?

Io credo che il giudice Carnevale non fosse né un colluso né un giudice “ammazza sentenze” come veniva definito. Io lo ritengo un giurista molto attento, che rilevava in Cassazione tutti gli errori di diritto che possono verificarsi in un processo. Figuriamoci poi in uno come quello di cui stiamo parlando.

 

Il maxi processo segnò anche una divisione interna alla magistratura palermitana tra quanti in passato avevano fatto abbondante uso, per assolvere tanti mafiosi, della motivazione “per insufficienza di prove” e tutti voi che eravate invece riusciti a condannarne così tanti. O no?

Dobbiamo dire con chiarezza che fino a quando non si spezzò il clima di omertà che era regnato fino a quel momento, e che Tommaso Buscetta iniziò a demolire con i suoi racconti, era pressoché impossibile condannare i mafiosi. Diciamo che noi avevamo strumenti, i pentiti appunto, che altri non avevano potuto avere in passato. Anche se gli strumenti tecnologi di allora sembrano ruderi se confrontati con quelli disponibili oggi; basti pensare che tutti gli atti processuali venivano battuti a macchina e che l’archiviazione richiedeva enormi quantità di armadi e scaffali. Il primo aiuto ci venne dalla possibilità di microfilmarli. Ma anche questo richiedeva spazi e la consultazione non era poi così semplice.

 

Quale tipo di reazione ebbero le istituzioni e la politica allo svolgimento del maxiprocesso?

Le istituzioni innanzitutto ci agevolarono notevolmente, soprattutto all’inizio e durante la celebrazione del processo, per esempio con la costruzione in soli 10 mesi dell’aula bunker, o con l’emanazione dei decreti di cui ho detto prima, che diedero innanzitutto credibilità allo Stato. Quanto alla politica, va detto che in seguito il livello di collusione tra mafia, politica ed alta finanza ha fatto un notevole salto di qualità, giungendo a livelli di coinvolgimento impensabili per quegli anni.

 

E la gente come percepì la conclusione del maxiprocesso?

La società civile ci fu vicina sia durante lo svolgimento del processo che dopo. Certo dopo le stragi del 1992 la situazione cambiò e di molto. Dopo il processo non ci fu lo stesso atteggiamento che ci fu dopo il 1992. Dopo le stragi assistemmo ad una sorta di sollevazione che poi però si è pian piano attenuata fino ad oggi. Occorre anche dire che i giovani che incontrammo successivamente, soprattutto nelle scuole, non erano più testimoni diretti, nascevano dopo quel periodo, avevano appreso degli avvenimenti di quegli anni dai racconti, dai giornali, dalla televisione e questo non è un elemento secondario.

 

Lei è stato certamente la vittima più eccellente, per le vicende che l’hanno coinvolta personalmente, per le quali è stato accusato e assolto. Come le giudica dopo tanti anni? 

Quando si interviene in determinati settori o si toccano determinati interessi si corrono due rischi: o si viene eliminati fisicamente o si viene delegittimati. Nel mio caso fortunatamente è stata scelta la seconda possibilità. Io avevo in quel periodo, sia come componente del pool antimafia che come singolo, tutte le più grosse inchieste: massoneria, omicidio del sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, grandi appalti di Palermo gestiti allora dal ben noto “comitato d’affari”, le speculazioni delle lottizzazioni abusive di Pizzo Sella in cui erano presenti personaggi del calibro di Michele Greco, e il processo Ciancimino, che ho iniziato io e che mi fu affidato come singolo e non come componente del pool. Solo per dirne alcuni. 

 

E nella vicenda specifica che la portò ad essere identificato dall’opinione pubblica come “il corvo” delle lettere anonime?

Sono stato assolto definitivamente nel dicembre 1993 “per non aver commesso il fatto”, cioè non ho mai scritto alcunché di anonimo. Sulla vicenda, che riguardava Totuccio Contorno, avevo detto al procuratore, ai carabinieri e quindi pubblicamente che bisognava indagare e approfondire le indagini in ordine alla presenza di Contorno in Sicilia, dato che lo stesso Contorno, quando venne arrestato in una zona in cui si erano verificati vari omicidi, avrebbe dovuto trovarsi invece in America. Chiedo allora: ma è plausibile che dopo che ebbi avanzato questa richiesta mi fossi messo a scrivere lettera anonime per dire “fate indagini su Contorno”? Purtroppo molti sono saliti su questo carro, politici, magistrati, servizi, perché l’intento era la mia delegittimazione. Fu sufficiente un articolo su un quotidiano per togliermi immediatamente tutte le inchieste che avevo sul tavolo. E quindi l’obiettivo fu subito raggiunto. Non a caso alcune di quelle inchieste furono immediatamente archiviate.

 

Quindi non fu una semplice invidia tra colleghi?

No! Ci fu un gioco pesante, soprattutto sulla tematica degli appalti, che rimane sempre la madre di tutte le inchieste, e quindi degli interessi economici, in Italia e nel mondo. Basti ricordare, solo per citare due casi eclatanti e noti, l’omicidio di John Kennedy e quello di Enrico Mattei.

 

Dopo tanti anni che sensazione prova?

Certo, ormai è acqua passata, ma furono anni molto duri che hanno lasciato il segno. Se poi si pensa che nella sentenza con cui sono stato assolto “per non aver commesso il fatto” si indica da chi potevano provenire quelle lettere e che i servizi segreti, come si legge nella sentenza, hanno creato la famosa impronta da cui nacque tutto, l’amaro in bocca rimane ancora. In definitiva: io non sono stato, ma nessuno è stato inquisito o condannato, anche se dalla sentenza si può chiaramente evincere la provenienza degli anonimi.

 

Ma in quegli anni le è mai venuta la tentazione di mollare tutto?

Tutt’altro. Nella consapevolezza della mia assoluta estraneità alla vicenda, più si accanivano più mi incaponivo. Mollare significava dare soddisfazione a chi voleva togliermi di mezzo. 

 

In quegli anni nasce anche il fenomeno dell’antimafia, a partire dal famoso articolo di Leonardo Sciascia sui professionisti dell’antimafia. Ma prima di giungere alle degenerazioni odierne, com’era l’antimafia di quel periodo? 

Era un’antimafia seria, non di facciata. Lavoravamo giorno e notte, facevamo tutti i riscontri, e i risultati d’altra parte si sono visti. Negli ultimi tempi si è verificato questo fenomeno dell’antimafia di facciata. Ricordo che anni fa un pentito della mafia disse: fate attenzione perché l’antimafia è una strategia della mafia. Disse più o meno così: noi facevamo i convegni antimafia organizzati dalla mafia. L’antimafia seria è quella che lavora in silenzio, senza andare sui giornali, senza andare ai convegni dei partiti per fare professione di antimafia, quella che fa il suo mestiere e basta. Poi c’è questa antimafia delle parole, impegnata a promuovere convegni organizzati magari da soggetti vicini o collusi alla mafia.

 

Che giudizio dà oggi degli strumenti giuridici a vostra disposizione? Cos’altro si potrebbe fare per aiutare il lavoro della magistratura?

Certamente abbiamo una legislazione antimafia di tutto rispetto. Certo, come altri miei colleghi sostengono, bisognerebbe intervenire anche sui cosiddetti “reati collaterali”.

 

Cioè quali?

Lo spiego con un esempio. Se indago su un reato di corruzione che coinvolge un pubblico ufficiale, è possibile che scopra che a monte vi è un’infiltrazione mafiosa che ha messo in moto una serie di reati. Se non si interviene adeguatamente anche su questi reati non strettamente mafiosi, la catena non si spezza e il meccanismo non si interrompe all’inizio. Si pensi a cosa accade nel settore degli appalti pubblici, un settore particolarmente permeabile all’infiltrazione mafiosa. Qui il pubblico ufficiale talvolta agisce in concorso con l’esponente mafioso e nell’interesse di quest’ultimo oltre che proprio.

 

Uno storico della mafia, Giuseppe Carlo Marino, ha dichiarato: “…non fu la vittoria definitiva di uno Stato tornato ai suoi valori di stato democratico, piuttosto fu l’inaugurazione di una guerra tra la parte sana e civile e quella insana, perché corrotta”. Cosa ne pensa?

Posso dire che certamente il maxiprocesso segnò l’inizio di una guerra finalmente combattuta tra parte sana, e noi magistrati facciamo parte di questa parte sana della società, e la parte malata. Sapevamo che sarebbe stata una guerra lunga, anche se avevamo vinto la prima e più grande battaglia. Dopo trent’anni tutto ciò è ancora più vero. C’è poi da aggiungere…

 

Cosa?

Che la lotta alla mafia è una guerra lunga che cambia anche connotazioni, modalità, soggetti e personaggi. Oggi le infiltrazioni nella pubblica amministrazione, nella politica e soprattutto nella finanza sono ancora più insidiose. Insomma è finita l’epoca in cui la mafia veniva identificata con personaggi come Totò Riina. Dietro uno come lui oggi si muovono personaggi dell’alta finanza, banche, imprenditori di alto livello, insomma quelli che chiamiamo “colletti bianchi”. E’ impensabile che Totò Riina o Provenzano o Matteo Messina Denaro possano riciclare l’enorme fiume di denaro che proviene dalle loro attività illecite senza avvalersi di strutture finanziarie, politiche o amministrative. Ricordo che abbiamo appreso che in America ci sono banche che hanno un bilancio superiore a quello dello Stato italiano. Ai vertici ci sono soggetti insospettabili, ma in realtà amministrano capitali di provenienza illecita. Insomma oggi siamo di fronte ad una mafia più raffinata.

 

Qual è stato a sua avviso il contributo che ha dato la Chiesa siciliana negli ultimi vent’anni alla lotta alla mafia?

Indubbiamente c’è stata una presa di posizione aperta da parte della Chiesa siciliana, sia attraverso i pontefici che si sono succeduti, che attraverso i vescovi, soprattutto quelli che si sono avvicendati nella diocesi di Palermo. Ma soprattutto ci sono tanti sacerdoti che quotidianamente hanno svolto e svolgono il proprio ministero e in tal modo combattono la mafia, più di tanti che fanno proclami. Don Pino Puglisi, oggi beato, non era conosciuto quasi da nessuno, eppure in quello stesso periodo c’erano cinque o sei sacerdoti che a Palermo avevano la scorta. Nessuno di loro fu mai toccato. Puglisi, che in silenzio faceva il suo mestiere di prete, dava alla mafia più fastidio di quelli che la combattevano magari a parole.

 

(Francesco Inguanti)

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