DDL CIRINNA’/ Se la “natura” non basta più

Davanti ai frutti del nichilismo in molti si appellano all’ordine che “per natura” dovrebbe assicurare il compimento della persona. Non dimenticano qualcosa? COSTANTINO ESPOSITO

17.02.2016 - Costantino Esposito
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— Di fronte al dibattito e alla polarizzazione delle posizioni provocati dal disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili sorge una domanda: ma perché nell’immaginario collettivo coloro che perseguono con più decisione il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali, si presentano come quelli che stanno combattendo per una maggiore libertà delle persone? È una percezione diffusa, sia che si concepisca tale libertà come la possibilità che ciascuno si auto-determini a partire dai propri desideri, sia che la si concepisca come il pericolo di ridurre all’arbitrio soggettivo l’ordine oggettivo della verità e della natura. Che la si invochi a gran voce, per accelerarla, o la si tema preoccupati, cercando di limitarla, è la libertà — a ben vedere — il nucleo infuocato della questione. Questo il vero interesse e la più profonda posta in gioco.

Nella nostra tradizione filosofica, che ha radici antiche nel pensiero classico e nel dibattito medievale, ma nel mondo moderno ha trovato una codificazione che vige ancora oggi, anche se in forme e contesti diversi, si sono delineate due posizioni sulla libertà. Non si tratta solo di modelli teorici, ma di possibilità intessute per così dire nella nostra esistenza, che danno come la forma alla nostra stessa esperienza. 

Vi è una concezione minimale dell’essere libero che è semplicemente il non essere condizionati da altro, cioè avere la possibilità di scegliere quello che si vuole. Si tratta di quella che alcuni pensatori (come Isaiah Berlin) chiamano la “libertà negativa”, perché appunto esprime il non essere determinati nelle proprie scelte se non da se stessi. Accanto ad essa vi è però un’altra concezione della libertà, questa volta “positiva”, secondo la quale si è liberi, o meglio si diventa liberi, non solo perché – in astratto – si può scegliere indifferentemente una cosa o un’altra, bensì perché si vuole un qualcosa di determinato (e non qualcos’altro), in quanto lo si riconosce come un bene oggettivo che merita il proprio assenso. 

Tutto il dramma della libertà moderna sta nel fatto che, con il tempo, queste due concezioni si sono sempre più divaricate tra loro, per cui può capitare — come è in effetti capitato nelle discussioni recenti — che la rivendicazione della propria autonoma capacità di scelta non arrivi mai a riconoscere, realisticamente, che tale autonomia è ancora troppo poco per fare un’esperienza di libertà: insomma, che il nostro libero arbitrio è una condizione certamente necessaria, ma non ancora sufficiente per sentirci effettivamente liberi. E d’altronde: che cosa potrebbe mai essere sufficiente, che cosa potrebbe mai bastare per sentirsi veramente liberi? Neanche il riconoscimento giuridico di un diritto da parte dello Stato può garantire il nostro percorso verso la felicità. Possiamo forse immaginare o addirittura stabilire una “misura” per la libertà? È quello che si chiedeva, e ci chiedeva, Julián Carrón nel suo articolo su “Diritti tradizionali e valori fondanti” apparso il 24 gennaio scorso sul Corriere della Sera

D’altra parte, il richiamo a un ideale oggettivo di bene, o alla verità di un dato quale è l’ordine della creazione, che “per natura” dovrebbe assicurare il compimento della nostra persona, è spesso ormai costretto a proporsi come un “dovere” da accettare, senza prendere sul serio fino in fondo il fatto che molte volte a mancare è proprio la libertà per aderire a quel bene o per accettare quel dato. La cosa può rincrescere, e provocare la contro-obiezione che in ogni caso questa è la verità naturale delle cose! Ma con questa riaffermazione del vero non è affatto detto che sia nuovamente suscitata nelle persone l’adesione ad essa. E difatti, si può anche sostenere tranquillamente tale posizione di verità sulla propria natura, senza però avvertire, grazie a questo, un maggior compimento e una liberazione della propria esistenza.

Ma arrivati a questo punto del problema, non ci si può fermare: ciò che urge è la domanda su cosa possa permettere la libertà come un’esperienza di compimento o di “soddisfazione” reale della vita. Può il semplice riconoscimento di un ordine naturale renderci liberi? Può un ideale morale attrarre il nostro volere in modo da liberarci? Con questo non sto per nulla contestando la verità della natura creata da Dio, né sto relativizzando i valori morali, ma mi sto solo chiedendo che cosa permetta di aderire ad essi liberamente, non solo in quanto doveri (Kant), ma in quanto esperienze di soddisfazione e di liberazione della vita. Senza l’assenso della libertà la verità non diviene mai certezza.  

Il fatto che, nelle società dell’occidente relativista, molti dei valori “morali” della tradizione siano irreparabilmente decaduti dipende forse proprio dal fatto che essi, di per sé, non ci rendono ancora liberi. Al contrario, c’è bisogno di un’esperienza di libertà in atto per poter tornare a riconoscere e aderire ad un valore. E lo stesso discorso può valere per coloro che si appellano ad un dato oggettivo di natura come la fonte della soddisfazione: non possiamo infatti dimenticare che la libertà non è un mero prodotto dell’ordine naturale, il quale può al limite soddisfare i nostri delimitati bisogni, ma non riesce a compiere il nostro desiderio infinito di compimento e di vita. C’è bisogno dell’incontro con un uomo libero per diventare liberi a nostra volta; c’è bisogno di uno sguardo che sia più grande della natura per accogliere con gratitudine quello che siamo per natura.

È per questo che l’esperienza originale del cristianesimo — l’incontro con la presenza viva del Mistero, in una forma e in un’amicizia umana desiderabili — costituisce un principio di vera e propria rivoluzione culturale. E questo non innanzitutto a motivo dei valori trasmessi nella grande tradizione cristiana, ma molto di più — e addirittura proprio nel momento in cui quei valori e quella tradizione sembrano ormai tramontati — per l’incontro con Cristo, colui che solo, come scrive ancora Carrón, «è in grado di liberare l’uomo dalla sua riduzione» e «fargli desiderare e sperimentare quella pienezza per cui è fatto».

Senza aver mai fatto, anche solo per un istante, questa esperienza di liberazione — anche solo per desiderio o per nostalgia —, restiamo incastrati in una concezione ancora formale della libertà, in cui siamo liberi sì di fare quello che ci pare, ma senza riuscire a liberarci da quella sottile insoddisfazione (di cui ancora parlava Carrón) che tiene paradossalmente sempre imprigionata la nostra libertà di decidere di noi stessi. E tuttavia — questa è forse la cosa più interessante e imprevista — ciò a cui Cristo si rivolge, ciò che Egli intercetta è proprio quella capacità che noi abbiamo di fare quello che ci “piace”.

Quello che i cristiani oggi sono chiamati a testimoniare è allora forse proprio il contrario di ciò che ci si aspetterebbe da loro nel gran teatro della dialettica mediatica: non tanto rivendicare la solida dottrina su Dio e sull’uomo come argine al relativismo e al soggettivismo post-moderno, ma far comprendere che la verità infinita di sé e del mondo intero ha bisogno della libera scelta di ogni singolo soggetto per attuarsi.

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