LETTURE/ Il dubbio e la certezza, istruzioni per vivere nel “terremoto” dei valori

- Sergio Cristaldi

Merita attenzione il tentativo di Rocco Buttiglione nel suo recente volume “Sulla verità soggettiva”, apparso nella collana di filosofia dell’editore Rubbettino. SERGIO CRISTALDI

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V. Van Gogh, Camera ad Arles (1888)

Merita attenzione — e certo anche una dialettica serrata, senza reticenze, ma anzitutto attenzione — il tentativo di Rocco Buttiglione nel suo recente volume Sulla verità soggettiva, apparso nella collana di filosofia dell’editore Rubbettino. In sintesi, e con tutta l’approssimazione di ogni sintesi, potremmo parlare di tentativo di dialogo con alcuni esponenti di spicco della cultura antidogmatica, quella cultura che fa del dubbio una condizione irrinunciabile del sapere e della stessa convivenza sociale, almeno nella sua forma democratica o, meglio, liberaldemocratica. Per Buttiglione, che negli anni 70 aveva partecipato alle polemiche fra laici e cattolici sul dubbio e sulla certezza, difendendo senza esitare le ragioni della verità oggettiva, si tratta di una verifica intrigante. A questa verifica può partecipare, appassionandosi, anche il lettore non prevenuto; tanto più che il tono del libro è comunicativo e affabile, per quanto è lecito a un lavoro scientificamente rigoroso: assoluta precisione ma niente gergo, sono benvenuti anche i profani.

I conti l’autore vuol farli anzitutto con Karl Popper e con Norberto Bobbio; anche se finisce per coinvolgere gli snodi cruciali di tutto il pensiero moderno, in un attraversamento che affronta a tu per tu le massime autorità della filosofia occidentale, dal Seicento in poi, interloquendo ogni volta con scioltezza, registrando spunti utili, indicando rischi. Il fatto è che Buttiglione, allievo di Augusto Del Noce, ha imparato dal maestro una nozione non monolitica di modernità, e in particolare ha imparato a valorizzare quella linea della modernità che passa per Cartesio, Pascal, Vico. Eversore intemperante, Cartesio, della cittadella medievale della verità riconosciuta e professata senza riserve? Ma non è lui ad aprire la crisi; chi promuove lo scetticismo, uno scetticismo radicale, è Machiavelli, è il libertinismo erudito, mentre il compito che il filosofo del Cogito si assume è restituire, attraverso il dubbio, una nuova base di certezze. 

Emerge già in Cartesio una mossa teoretica che per Buttiglione è fondamentale: il dubbio come desiderio di certezza, anzi come strumento per raggiungere la certezza, e magari per metterla alla prova nuovamente, ma in vista di un ulteriore approfondimento e consolidamento. Non due avversari, dubbio e certezza, non due nemici assolutamente incompatibili e destinati a una lotta mortale, in cui la vittoria dell’uno comporta l’annientamento, una volta per tutte, dell’altro, bensì due facce interdipendenti di uno stesso processo, destinato a chiudersi e a riaprirsi di continuo. Ora, la valorizzazione di Cartesio e in genere di una certa modernità, valorizzazione operata sulla scia di Del Noce, rappresenta per Buttiglione una piattaforma strategica che gli consente di prender le misure ai suoi interlocutori più attuali e diretti. Popper e Bobbio hanno reagito, a loro volta, a un’insidia; il loro contributo, perciò, è costruttivo, quando lo si sappia riportare al contesto originario. 

Nel loro caso, però, l’avversario da fronteggiare non era uno scetticismo oltranzista, ma il suo opposto, l’aspirazione a un presunto sapere assoluto, la pretesa della ragione di rispondere essa stessa, autonomamente e in maniera esaustiva, a tutti i propri interrogativi. 

Con la sua polemica contro l’irrigidimento dogmatico, Popper batte in breccia lo scientismo e la sua non dissimulata volontà di soppiantare la fede religiosa: le certezze da ridimensionare sono, in questa requisitoria, quelle del positivismo e del neopositivismo, abusive certezze, poiché, ecco il senso della critica di Popper, gli esiti delle scienze naturali non sono assoluti, potendo mutare nel tempo, e non hanno valore in altri campi, non riguardando la totalità del reale. Quanto a Bobbio, si è preoccupato di arginare il progetto totalizzante del marxismo e del Partito comunista italiano, che mirava a unificare cultura e politica sotto la guida della politica. Il dubbio di Bobbio rappresenta una protesta contro l’assorbimento della morale nella politica; da qui anche la volontà di rivendicare, in dialettica con il socialismo, le libertà “borghesi” e la dignità della persona.  

Quale spazio conserva allora la verità, nella prospettiva che Buttiglione intende accreditare? Va intanto notato che questa prospettiva, in forza di una ferma delimitazione, rimane esclusivamente filosofica: in gioco, qui, sono le certezze del filosofo, quelle insomma che la ragione umana come tale può raggiungere e professare in maniera legittima, senza rinuncia alle proprie responsabilità, senza ambiziosi e pretenziosi sconfinamenti in altri territori. L’illusione del razionalismo, che si autopromuoveva come punto d’arrivo di ogni conoscere, è definitivamente tramontata. In luogo di un simile trionfalismo, Buttiglione propone un «relativismo relativo», come approdo (è bene ribadirlo) di un arco di accertamenti squisitamente filosofico: «non tutte le verità sono assolute e incondizionate, ma molte (la maggior parte) sono condizionate e relative». 

Troppo poco? Il salto di qualità di questa posizione avviene quando essa passa dalle verità di ordine teorico alle verità di ordine pratico, raggiungendo la sponda della morale e il territorio dei valori. Ci chiedono, i valori, un’adesione incondizionata, fino al sacrificio totale. Ma detengono una consistenza effettiva? Essi sono anzitutto riconosciuti dalla coscienza. Vigono allora semplicemente entro la coscienza stessa, riguardano insomma solo l’essere pensato, o coincidono con l’essere reale, oggettivo, fuori di noi? Interrogativo non indifferente. E tanto più drammatico se si pensa che evocare i valori significa coinvolgere Dio stesso, che ne costituisce il fondamento: l’intero universo etico dipende da Dio e senza di lui non sta in piedi, crolla come un castello di carte. Dio è dunque la nostra esigenza culminante. È anche una realtà? Riguardo a Dio non si dà dimostrazione in senso stretto, ma solo scommessa, la scommessa di Pascal trasferita dal piano religioso e cristiano a un piano filosofico, sulla falsariga di una reinterpretazione di Pascal alla luce di Kant (un astro che orienta spesso il percorso di Buttiglione). «Se Dio non c’è, l’uomo è sconfitto, l’uomo è perduto. Per questo vale la pena di scommettere che Dio ci sia e agire come se ci fosse». 

Viene così esaltata la libertà, che l’uomo moderno avverte come un’esigenza insopprimibile, tanto da rifiutare una verità imposta dall’esterno, da un’autorità di qualsiasi genere: se Dio fosse effettivamente dimostrabile, la libertà non avrebbe margine; per essere davvero libera, la scommessa deve vertere su una proposizione indecidibile, «sulla quale cioè né gli argomenti a favore, né gli argomenti contro costringono all’assenso». Ecco la «verità soggettiva»: quella a cui la libertà ha dato il massimo contributo possibile. 

Sarebbe sleale nei confronti di Buttiglione trasferire senz’altro le sue conclusioni dalla dimensione filosofica alla dimensione religiosa, e attribuire il “relativismo relativo” al contegno del credente. Imponendo alla ragione una purificazione dalle oltranze totalizzanti, Buttiglione intende invece aprire proprio alla rivelazione: la ragione va sgravata dalla responsabilità di offrire la risposta ultima alla domanda umana di salvezza; «ciò è però esistenzialmente possibile solo se esiste un altro ambito in cui questa domanda può trovare risposta, l’ambito della rivelazione o l’ambito della teologia». 

Alle argomentazioni di questo libro occorrerà rispondere con altrettante argomentazioni; valutando, ad esempio, il rapporto tra la categoria di “dubbio” e quella di “problema” (che Buttiglione preferisce non tematizzare), o ancora, l’effettivo appeal dei valori in un’ora storica come la nostra, segnata dal crollo delle evidenze. Vero è, peraltro, che un discorso argomentativo fa anche ricorso a metafore e che le metafore non sono indifferenti. Buttiglione ama parlare di «penombra», osserva che «dobbiamo imparare a vivere nella penombra», dove la luce della certezza è circondata e intrisa dall’ombra del dubbio. Al pensare spetta insomma il crepuscolo, e non ci sono garanzie che corrisponda al crepuscolo dell’alba e non a quello del tramonto. 

Si accendono, però, riflettori potenti quando il sipario si riapre sulla condotta morale: qui c’è spazio per l’eroismo radioso, e Buttiglione evoca, come emblema qualificante ed esaltante, una sublime eroina ottocentesca, Senta, la protagonista dell’Olandese volante di Richard Wagner. Non esita, Senta, a dare la vita per la salvezza dell’uomo che ama, incarnando «la forma pura dell’amore disinteressato». In effetti, il melodramma è ricco di profili del genere: ha molte sorelle, Senta, dotate di non minore abnegazione, magari in chiave belliniana o verdiana. Ma è un caso che Buttiglione abbia dovuto prelevare il suo simbolo privilegiato da un’arte che dista da noi più di un secolo e mezzo? Quali sono state le metamorfosi di Senta nell’arte contemporanea, e perché ci sono state? Come ogni indagine degna di questo nome, Sulla verità soggettiva conduce non a un traguardo definitivo, ma ad una posizione da dove si scorge (prima era nascosto) un altro tratto di strada da fare. Insieme allo stesso Buttiglione, c’è da sperarlo. 


Rocco Buttiglione, “Sulla verità soggettiva. Esiste un’alternativa al dogmatismo e allo scetticismo?”, Rubbettino, 2015.




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