STORIA/ Strage di Bologna, chi ha sottovalutato la pista palestinese e perché?

- Salvatore Sechi

Perché il movente della strage di Bologna, nonostante le sentenze di condanna emesse, resta tuttora resta senza spiegazione? La risposta è complessa, ma c’è. SALVATORE SECHI

strage_bologna_orologioR439
L'orologio della stazione Bologna segna l'ora esatta dello scoppio (Foto dal web)

L’autore, docente universitario di storia contemporanea, è stato consulente  delle commissioni parlamentari d’inchiesta sulle stragi e sulla mafia presiedute dai senatori Paolo Guzzanti e Giuseppe Pisanu. Primo di due articoli.

I giudici di Bologna, Enrico Cieri e Roberto Alfonso, sono persone indipendenti. Sempre preoccupate di far corrispondere ad ogni valutazione le prove, poco e nulla sono stati sensibili alle eventuali pressioni del potere politico o facili a concedere indulgenze. Non è, questo, un sudario leggero, facilmente evitabile in una città come Bologna. Ha avuto per molti decenni, dal 1946, un partito dominante e quindi è in ogni fibra assuefatta al conformismo e al nicodemismo.

Perciò le bischerate (anche quando sono rese possibili dalle indulgenze del rettorato petroniano e avallate da Il Fatto Quotidiano) degli studenti (che studiano poco e molto prendono dei vecchi inossidabili luoghi comuni) contro il collega Angelo Panebianco, creano clamore.

Alfonso e Ceri sono, quindi, magistrati molto coraggiosi e accurati.

Negli uffici del Tribunale di Bologna (dove Alfonso ha cessato di lavorare nel luglio 2015), sono state condotte da Paolo Giovagnoli e Enrico Di Nicola le lunghe inchieste che hanno portato alla condanna all’ergastolo dei terroristi “neri” Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti nel 1995, e Luigi Ciavardini nel 2007, a 30 anni di carcere per la strage presso la stazione centrale di Bologna del 2 agosto 1980. Purtroppo poco e nulla si è potuto ricavare sul movente della strage, che finora resta senza spiegazione.

Con i limiti che gli storici hanno rispetto ai giudici, vorrei esprimere un’opinione diversa. Intendo dire che per arrivare alla conclusione ricordata (non di competenza di Alfonso e Cieri), si è sopravvalutato il sospetto, l’indizio, per cui i due esponenti del sovversivismo nero il 2 agosto 1980 sarebbero stati presenti nel capoluogo emiliano. Addirittura uno di essi vestito in costume altoatesino. In questo senso si è data la massima importanza alla testimonianza di un personaggio non molto affidabile, Massimo Sparti, un pregiudicato per reati comuni.

Si tenga conto di due elementi. Il primo: Sparti decise di fornire la sua testimonianza pochi giorni dopo (aprile 1981) che era stato arrestato per detenzione di armi. Il secondo: tra i numerosi indagati, egli risulta essere stato l’unico (si badi bene, anche all’interno dell’intera famiglia che lo contraddice platealmente) ad asserire l’episodio cruciale, cioè la presenza a Bologna dei due killer dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar). Dichiarò, infatti, di essersi — il 4 agosto 1980 — recato a Roma, lasciando il paese delle vacanze, nel Viterbese, per procurare a Fioravanti e Mambro dei documenti falsi di identità.

Mi pare opportuno precisare che, malgrado la debolezza della “prova” costituita da Sparti, la colpevolezza di Fioravanti e Mambro si fonda su elementi non inventati, cioè reali. Le Sezioni unite penali di Cassazione ne hanno indicati quattro definendoli “gravi, precisi e concordanti indizi”: la testimonianza di M. Sparti, l’uccisione (il 9 settembre 1980) del siciliano Francesco Mangiameli (che avrebbe subodorato l’evento), l’anticipazione del delitto fatto da Luigi Ciavardini (con una telefonata alla propria fidanzata), la ripetuta incapacità degli imputati di fornire un alibi convincente sui loro movimenti nel giorno dell’attentato. 

Altra cosa è dire che tali indizi siano convincenti. La loro scarsa persuasività, insieme a molti altri aspetti cruciali, è stata messa in luce di recente anche dallo storico Vladimiro Satta (I nemici della Repubblica, Rizzoli, 2016, pp. 684-694). 

All’eccessivo rilievo dato alla dichiarazione (resa più volte e mai in maniera lineare) di Sparti corrisponde un’altrettanto eccessiva sottovalutazione del ruolo di uno che a Bologna quel giorno certamente c’era davvero. Mi riferisco al capo del gruppo terroristico tedesco Cellule rivoluzionarie, Thomas Kram.

Egli era legato al gruppo eversivo Separat (fondato dal venezuelano Illich Ramirez Sanchez, “Carlos”, con uomini spesso provenienti dalle file delle stesse Cellule rivoluzionarie). A sua volta entrambe le due organizzazioni avevano collaborato col Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) e, almeno una di esse, col governo libico al tempo del colonnello Gheddafi.

Il Fplp a Bologna ebbe un proprio esponente (legato a un dirigente di primo piano del Fronte, George Habbasch), Abu Saleh Anzeh. A lui venne affidata la responsabilità per l’Europa della fornitura delle armi e della formazione di cellule militari. E poté fruire della copertura e dell’aiuto, oltreché di Habbasch, di un dirigente del Sid (e Sismi) come il col. Stefano Giovannone, un uomo di Aldo Moro dislocato a Beirut.

Al momento dell’attentato alla stazione centrale Abu Saleh Anzeh si trovava in carcere. Il 25 gennaio 1980 era stato condannato — insieme a tre esponenti dell’Autonomia romana di Via dei Volsci — per il trasporto di due missili Sa-7 (Strela-2). Di fabbricazione sovietica, vennero sbarcati (secondo la tesi dell’accusa) nel porto di Ortona da una nave che batteva bandiera libanese. 

Fu, questo, il primo episodio dell’incrinatura del cosiddetto “lodo Moro” messo a punto dopo l’attentato all’aeroporto di Fiumicino dei primi anni Settanta per tenere lontano il nostro paese dal teatro del conflitto armato tra Israele e Olp.

Il 1° agosto 1980 il dirigente delle Cellule rivoluzionarie, Kram, a lungo indagato dalla polizia tedesca per attività sovversiva e  terroristica, venne fermato, interrogato e perquisito presso la frontiera italiana a Chiasso. Aveva un biglietto per Milano, era diretto a Firenze, ma — senza alcuna particolare motivazione — si fermò a Bologna, dove era stato precedentemente. Passò la notte tra l’1 e il 2 agosto, presso l’Hotel Centrale, in Via della Zecca.

La sua pericolosità non era scemata nel tempo. Come ho dimostrato in un  saggio pubblicato su “Nuova Storia Contemporanea” (2011, n. 6) la polizia tedesca lo segnala costantemente a quella italiana. Addirittura qualche settimana prima e dopo l’effettuazione della strage del 2 agosto 1980.

Non sappiamo se qualche uomo dei servizi (tedeschi o italiani) abbia scortato o segnalato il viaggio di Kram perché venisse controllato o seguito. Sappiamo, però, che la mattina del 2 agosto, il terrorista tedesco assiste allo spettacolo della stazione centrale in fumo e fiamme, sconvolta dal micidiale attentato dinamitardo subìto, e si dilegua. Non si sa con quali mezzi lo abbia fatto. 

Il 5 agosto lo ritroviamo già a Berlino. Qui Carlos, dopo aver lasciato Budapest, dove nel 1979 aveva creato il proprio epicentro, ha dislocato uno dei suoi comandi operativi. Mi pare opportuno ricordare che nella gerarchia di comando della primula rossa del terrorismo (due suoi uomini si sarebbero trovati, a suo dire, alla stazione di Bologna il giorno dell’attentato), Kram occupa la sesta posizione. Dunque, si conoscevano abbastanza bene. Esattamente l’opposto di quanto hanno pensato i parlamentari diessini della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e i magistrati di Bologna Di Nicola e Giovagnoli. 

Malgrado questo allarmante curriculum, nella fase istruttoria e nel corso del processo sulla strage che portò alla sentenza passata in giudicato del 1995, la posizione di Kram ebbe un destino paradossale e incomprensibile. Venne, cioè, interamente ignorata dai magistrati inquirenti. Eppure sin dal 16 settembre 1980, come ho documentato sul citato saggio su “Nuova Storia Contemporanea”, la Questura sapeva della sua presenza a Bologna il giorno della strage.

Nel 2001 la Procura di Bologna si vide indotta ad aprire il fascicolo 788\01-K intitolato “Atti relativi a Cellule Rivoluzionarie tedesche-strage 2\8\1980”.

Mi chiedo se non sarebbe opportuno da parte del Tribunale di Bologna, anche su iniziativa di Cieri (il suo collega Alfonso ha lasciato la città nel 2015), accertare come mai dopo questo atto la posizione di Kram venne archiviata rapidamente. Non vorrei sbagliare, ma mi pare che questo sia avvenuto dopo appena una settimana di indagini.

Il libraio di Bochum, oltre che fondatore delle Revolutionäre Zellen di Berlino, un movente ce l’aveva. C’è da domandarsi se esso non coincida con la ragione di essere presente a Bologna il giorno del 2 agosto e di precipitarsi qualche giorno dopo, cioè il 5, a Berlino, dove non sappiamo se ne abbia discusso con Carlos. Lo fece con la moglie di Carlos Magdalena Kopp che gli chiese un rapporto sulla strage nel capoluogo emiliano.

In sintesi, le cose sono andate in questo modo.

1. nel 1980-1995 la posizione di Kram viene ignorata dagli inquirenti italiani;

2. viene archiviata nel 2001 e nel 2015 al termine di un’inchiesta durata 9 anni (dal settembre 2005 al luglio 2014).

In altre parole, non si può dire che sia stata stralciata dal momento che Kram non sembra avere mai avuto un rinvio a giudizio.

Alfano e Cieri non scrivono queste cose. Ma trovo tuttavia encomiabile che, rispetto ai loro predecessori Di Nicola e Giovagnoli, riconoscano, nella loro richiesta di archiviazione della cosiddetta pista palestinese (n. 13225\11 del Registro notizie di reato, Procura di Bologna), la sussistenza di quello che chiamano “un grumo residuo di sospetto” su Kram. 

(1 – continua. La seconda e ultima parte uscirà domenica 13 marzo)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori