LA PROVVIDENZA ROSSA/ Così il Pci depistò la polizia sul delitto della fioraia

- Gianluigi Da Rold

Il giallo storico “La provvidenza rossa” di Lodovico Festa, oltre che una storia appassionante, si rivela inaspettatamente un piccolo capolavoro per capire un’epoca. GIANLUIGI DA ROLD

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Milano, anni di piombo (Foto dal web)

Le ricerche, i documenti, i saggi sono sempre un aiuto concreto, spesso indispensabile, per una ricostruzione storica e per comprendere un’epoca. Ma qualche volta è il romanzo, un racconto ben congegnato e ben scritto, che ti sa spiegare e soprattutto ti fa cogliere quello che si definiva “lo spirito del tempo”. Lodovico Festa, eccellente giornalista, tra i tanti meriti ottimo direttore de Il Foglio per alcuni anni, ma soprattutto ex funzionario e quadro dirigente del Pci, sforna a sorpresa un giallo, un grande giallo ambientato nella Milano dell’autunno 1977.

La provvidenza rossa (Sellerio, 2016) è un racconto che si snoda dal 31 ottobre al 17 novembre, tra un delitto, una indagine parallela e una soluzione impensabile per i comuni mortali, che si potrebbe definire veramente “provvidenziale” per logica squisitamente politica. Intorno al fatto, del tutto immaginato, ruota la realtà e la mentalità di un partito, il vecchio Pci, che è quasi un “mondo a parte” (con tanti protagonisti di fantasia per nome, ma affettuosamente riconoscibili per ruolo e comportamento) nella grande Milano di quegli anni, un periodo storico concitato e importante.

In una strada del quartiere Sempione, una zona bella, con alcuni tratti popolari, ma anche zone eleganti, un pezzo di Milano carico di storia, una mattina viene uccisa nel suo chiosco una fioraia, Bruna Calchi. E’ una donna bella, giovane, emancipata, decisa e piena di iniziative. E’ una compagna comunista iscritta proprio alla “Sezione Sempione” del Pci, dove è ben conosciuta per il suo attivismo e apprezzata. E’ non solo una dirigente della “Sezione Sempione”, ma anche la dirigente di un circolo dell’Arci. In più si occupa di teatro. Insomma una donna moderna che vive in prima fila e non disdegna una modernità sessuale che qualche mala lingua definisce “bulimica”.

Il delitto ha connotati a prima vista impensabili e incredibili anche per la polizia. La Bruna è stata uccisa, di mattina, con una mitragliata che l’ha colpita per sette volte ed è partita da un’arma che ci vuole del tempo a identificare, perché era quasi dimenticata dalla storia: niente meno che una Maschinenpistole, i famosi Mp 40 usati dai soldati tedeschi della Wehrmacht. Vicino al corpo di Bruna Calchi c’è, con una strana simbologia, una copia dell’Unità.

Siamo nell’autunno del 1977. Alla vigilia della primavera successiva, il 16 marzo del 1978, verrà sequestrato il presidente della Dc, Aldo Moro, che sarà proletariamente “giustiziato”. Si vive quindi un periodo in cui qualsiasi delitto, con un iscritto a un partito come vittima, non può che rappresentare una criminale provocazione politica di avversari estremisti, di estrema sinistra, uomini delle Br, o di fascisti dell’estrema destra.

La polizia, con bravi funzionari e investigatori, svolge la sua indagine, ma il “mondo comunista”, il “mondo a parte” di cui si parlava, con le sue idealità e i suoi vistosi peccati, svolge un’indagine parallela, in modo più rapido della stessa polizia, per stilare la sua verità, qualunque essa sia. 

Si muove bene l’apparato comunista, persino con squadrette di “spie”. Gli uomini di questo grande apparato di partito hanno entrature in quasi tutti gli angoli della società milanese, dalle cooperative ai sindacati, dai simpatizzanti ai vecchi partigiani che gravitano sempre intorno al partito.

Festa descrive una Milano d’epoca in modo magistrale, dove anche i comunisti, pur animati da una grande idealità, si sono mescolati o hanno contatti con personaggi di ogni risma: quelli del racket dei fiori, della “banda” del Cimitero Monumentale, delle scommesse clandestine alle corse dei cavalli, dei “calabresi” che imprestano soldi, del giro delle prostitute, “squillo”, da night e di strada (escort allora non era una parola di moda), persino dei costruttori di box. Mentre la polizia indaga “in tutte le direzioni”, l’apparato del partito che, come una grande chiesa laica, presiede alla morale e allo scopo del suo popolo, arriva alla verità e alle soluzioni per salvare gli obiettivi e l’onorabilità dei comunisti.

In definitiva si arriverà a una “doppia verità”, perché la polizia dubita anche delle sue conclusioni e capisce che c’è qualcuno che ha indagato presto e meglio, prima di tutti, operando i necessari depistaggi. Il racconto di Festa diventa in questo modo una grande metafora di un periodo in cui la “doppia verità” era inevitabile. In fondo, per raggiungere uno scopo ideale, è necessario avere realismo, freddezza, ma anche qualche chilo di cinismo e dell’antica arte della dissimulazione? E’ un dubbio che ci accompagna in questi anni, nello sfarinamento generale di ogni idealità politica e di fronte solo alla sola ottusa ideologia iperconformistica sopravvissuta, quella del mercato con la “mano invisibile” che produce solo diseguaglianze paurose, impoverimento e crisi che durano anni.

Ma lasciando a parte questo messaggio che il libro comunica al sottoscritto, bisogna aggiungere il ritmo incalzante del racconto, la bellezza delle scrittura, figlia dell’ambientazione milanese di un certo periodo storico, quella “contaminata”, in tanti ragazzi dell’epoca, dalle letture di John Le Carré, degli americani Dashiell Hammett e Raymond Chandler (un personaggio si chiama Canino come ne Il grande sonno di Chandler), dai grandi film di grande scuola italiana, francese, americana e inglese.

La provvidenza rossa di Lodovico Festa è in fondo il prodotto di una generazione che ha vissuto bene, che ha maturato grandi speranze di cambiamento, ma che alla fine è rimasta delusa rispetto all’impegno umano profuso. E’ in più un romanzo a suo modo innovativo, che, ad esempio, chi scrive queste note ha letto volentieri e rileggerà, dopo aver ammirato degli italiani moderni il solo Leonardo Sciascia. E dei giallisti italiani, proprio nessuno: il commissario Montalbano, a parere del sottoscritto, fa venire il “latte alle ginocchia”, come si diceva un tempo a Milano.

La grande metafora di Festa, alla fine, non è solo la riscoperta di un mondo passato, è pure una positiva novità letteraria italiana, in un panorama dove di solito arrivano i commenti del grande “club dei mediocri”, che pure costruiscono bestseller e li fanno vendere attraverso i canali privilegiati della propaganda televisiva e di quella giornalistica. Potenza della nuova sinistra, postcomunista e anche postintelligente.

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