LETTURE/ Davanti al male, le parole non servono. Oppure sì?

- Carlo Bortolozzo

A volte preferiamo fare silenzio, ma qualcosa grida dentro di noi, più forte del silenzio e dello sgomento. Un quid misterioso che ci induce, nonostante tutto, a dire. CARLO BORTOLOZZO

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La grande poesia fiorisce talvolta sulle rive della desolazione, sull’orlo di ogni nostra quotidiana apocalisse. Sobre el bolcan la flor, citava Montale da un poeta spagnolo nelle sue Occasioni. La parola letteraria resiste e insiste, come la ginestra leopardiana, sulle pendici infuocate del Vesuvio. Davanti a tante occasioni dolorose, ci sembra che la reazione più giusta sia il silenzio, quasi che esso ci venga imposto da avvenimenti più grandi di noi, di fronte ai quali cedere, vinti. Eppure, qualcosa grida dentro di noi, più forte del silenzio e dello sgomento. Un quid misterioso che ci induce, nonostante tutto, a dire, a scrivere qualcosa che valga la pena di essere detto, a testimoniare qualcosa che vada oltre il silenzio. 

Ha scritto Franco Loi: “la parola non riesce mai a dire la cosa. La realtà è molto più complessa e ricca di quanto la parola possa esprimere. Se il poeta si è avvicinato, scrivendo, alla sua esperienza, chi lo ascolta riconoscerà qualcosa di sé, la propria esperienza. La parola non dice la cosa, ma la accoglie e la suscita: orienta sia il poeta che il suo ascoltatore verso una realtà ignota ma percepibile. E’ come quando abbiamo un’esperienza concreta e non riusciamo né a trattenerla in noi né a trasmetterla agli altri. Possiamo solo sperare che qualcuno intenda quella nostra esperienza per maturità e capacità di percezione”.

E’ quanto mi è accaduto di pensare in questi giorni, leggendo, per motivi professionali, poesie, racconti e diari sull’esperienza del dolore. Gli autori di tali scritti non hanno pretese letterarie; scrivono, per la maggior parte dei casi, per l’esigenza di chiarire la propria esperienza, o per raccontarla agli altri, nella speranza che possa essere utile a qualcuno. “Le parole non servono. Oppure sì?”, si chiede una di loro, sospendendo il racconto.

Talvolta, quando le persone di cui si parla non ci sono più, le parole acquistano una vibrazione segreta, tale da renderle ancora più evocative. Allora chi scrive appare investito da una responsabilità discreta e urgente, come se si scrivesse e si vivesse per un altro. Scrutando i diari di due giovani pazienti colpite da un male inesorabile, il medico, impotente a salvarle, rinviene tra le loro righe “la ricerca di un attimo di eternità”. E accade che l’attimo, colto con esattezza, si dilati talmente nel tempo “da diventare esso stesso eternità”.

Una delle giovani donne scrive: “il silenzio tocca ciò che gli occhi non vedono”. Aggredita dal male, dichiara decisa: “il mio presente è tempo di vita”. Giunge l’eco dall’amica: “questo è un tempo di dolore, ma è il mio tempo, che mi permette ancora di godere di un bel mattino di sole, dell’amicizia sempre più forte con te”. Si impara così a capire che la realtà è un dono. “Tra un passato che non passa e un futuro che non arriverà, imparo a coltivare l’amore per il tempo di adesso”. Ed ancora: “la sofferenza è un mistero che chiede una presenza”. 

Nonostante tutto, “l’amore spera sempre, malgrado l’evidenza, e aspetta sempre, perché l’eternità non ha fretta”. Lucidissima, urla che non è giusto morire così giovani, ma emerge un’ultima pace: “credo che a ciascuno di noi sia assegnato il tempo necessario per fare le cose che deve fare e dire le cose che deve dire. Credo che ognuno di noi venga al mondo con un compito e che, una volta portato a termine, debba andare via per lasciare spazio e tempo a chi dovrà fare altro. Non so per quale compito io sia nata, mi consola sapere che, se vado via così presto, è perché l’ho già completato”.

Consapevole di essere giunta alla fine, la donna, grata, abbraccia la sua dottoressa: “ci rincontreremo”, sussurra, come una promessa. Le lascia una lettera in cui scrive: “abbi cura di te, per quello che sei, abbi cura della tua fragilità, dei tuoi dubbi, delle tue incertezze: sono le cose che ci rendono umani”.

Avrebbe tanto desiderato compiere un viaggio nella Loira, tra gli immaginati castelli della valle fiorita. Per lei, il viaggio lo fa l’amica dottoressa, che così scrive, concludendo il suo ricordo: “E ti ho portato qui, davanti a questo bellissimo castello, il più romantico della valle della Loira, il più raffinato ed elegante. Che tu possa ammirare tutte queste bellezze attraverso i miei occhi e so che è possibile, perché, come ha scritto il tuo amato S. Agostino, ‘coloro che ci hanno lasciato non sono degli assenti, ma degli invisibili, che tengono i loro occhi pieni di luce fissi nei nostri pieni di lacrime'”.

Leggiamo queste parole, che la risacca del caso sembra avere spinto fino alle nostre rive, con un senso di stupore e di gratitudine.

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