LETTURE/ Noi e gli armeni, due chiese con un solo cuore

- Roberto Graziotto

L’incontro, a migliaia di chilometri dall’Europa, con una comunità cristiana antichissima, quella Armena. La percezione di una amicizia e di un destino comune. ROBERTO GRAZIOTTO

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Foto R. Graziotto

Caro direttore,
appena tornato dal mio viaggio annuale in Armenia, un viaggio di gemellaggio con una scuola di Yerevan, mi sono imbattuto nelle notizie complesse e tristi riguardanti una nuova fase del conflitto nella regione del Nagorno Karabakh. Il nuovo scenario del conflitto implica il pericolo che questa guerra regionale diventi un proxy war tra la Russia, che sostiene l’Armenia, e la Turchia, che sostiene l’Azerbaijan. 

La stampa internazionale ha parlato di questo conflitto come di una ripresa della guerra fra Armenia ed Azerbaijan, in realtà la guerra è scoppiata fra il Nagorno Karabakh e l’Azerbaijan, e l’esercito armeno non ha sparato nemmeno un colpo.

Il vescovo cattolico armeno, mons. Raphael Minassian, secondo AsiaNews spiega che un atteggiamento di neutralità non è opportuno perché molti fatti sono una grave violazione del diritto internazionale, come ad esempio “i bombardamenti indiscriminati dell’artiglieria azera sui centri abitati da civili e di scuole”, “la decapitazione di un soldato armeno del Karabakh con esibizione trionfante della testa tagliata”, fotografata ed esibita come trofeo sui social media, e soprattutto “la barbara esecuzione di una coppia di anziani armeni cattolici (Valera Khalapyan e sua moglie Razmela, ndr) nella loro casa a Talish, occupata il 2 aprile scorso dalle truppe dell’Azerbaijan. I due anziani sono stati uccisi con la loro figlia, a sangue freddo dopo aver loro amputato le orecchie”. 

Queste notizie assumano per me il volto di tanti amici, giovani e più anziani che ho conosciuto in questi anni, non perché siano ora coinvolti direttamente nel conflitto — lo sono certamente a livello emotivo —, ma perché esso fa parte di una lunga storia, la storia che ha avuto il suo punto massimo nel genocidio del 1915-1918 e che in modo ininterrotto da allora fino ad oggi getta le sue ombre su questo piccolo e grande popolo cristiano. 

Vorrei in questa lettera parlare di un ultimo ed inaspettato amico, l’abate Aristakes Wardapet Ayavazian, del monastero Haghartsin, disperso in una valle isolata dal mondo, in direzione della Georgia, incontrato sulla soglia della chiesa, meglio delle chiese adiacenti al monastero. Il Monastero di Haghartsin (“danza delle aquile”) costruito da due fratelli, prìncipi della dinastia dei Bagratidi, comprende due chiese ed una cappella. È stato per me un incontro importante, perché mi ha permesso di parlare con un uomo di chiesa armeno in tedesco, senza la mediazione di traduzioni. L’abate Ayavazian ha studiato tedesco ad Eichstätt, una città bavarese con una piccola ma importante università cattolica ed ha vissuto alcuni anni ad Halle, nel Land dove vivo da ormai 14 anni, in cui si trova una parrocchia molto attiva della chiesa apostolico-armena. Nel monastero in cui attualmente si trova sono attesi per i prossimi anni una ventina di nuovi monaci, in obbedienza al Catholicos (non vi sono, nella chiesa apostolico-armena, diversi ordini religiosi, ma per l’appunto dei monaci che hanno come superiore il Catholicos), il responsabile ultimo della Chiesa apostolica armena, che papa Francesco incontrerà a fine giugno. 

Tenendo conto del conflitto di cui ho parlato prima si può capire quale sia il peso e il significato che la visita del Santo Padre avrà in questa terra. L’abate l’ha contestualizzata in un lungo percorso fraterno, incominciato con la visita di Giovanni Paolo II in Armenia il 25-27 settembre 2001, in occasione del 1700esimo anniversario della proclamazione del cristianesimo come religione ufficiale del paese. 

Nel nostro dialogo davanti alla chiesa più antica del monastero, dedicata a San Gregorio e risalente al X secolo, ho avuto l’occasione di chiedergli quale rapporto sussistesse, in riferimento al battesimo, tra la Chiesa apostolica armena e quella romana cattolica, rappresentata in Armenia da una piccola comunità, quella armeno-cattolica per l’appunto. Mi ha risposto che il battesimo viene riconosciuto reciprocamente, che vi è insomma un’unità ecumenica a questo livello. E che in genere vi sono rapporti molto buoni con la piccola comunità cattolico-armena. Anche la comprensione dell’eucaristia è molto simile a quella romano-cattolica. 

Abbiamo addirittura parlato del monofisismo, quella visione teologica che assegna a Cristo una sola natura, quella divina, e che io erroneamente pensavo che fosse parte del credo armeno apostolico. Parlando una volta con il vescovo copto Anba Damian residente in Germania (la confessione copta è monofisita), mi ero accorto che il monofisismo di fatto non gioca un ruolo molto grande nella predicazione e nella comprensione della fede. L’abate armeno mi ha detto che la Chiesa apostolico-armena non è monofisita e che questa attribuzione è dovuta ad un fraintendimento. Alla fine del dialogo gli ho chiesto di benedire il nostro gruppo, cosa che ha fatto prontamente davanti all’altare pregando con noi un “Padre Nostro” (lui in armeno con i nostri amici armeni, noi in tedesco) e benedicendoci in tedesco. 

Questo incontro è stato per me molto importante perché credo che solo in forza dell’incontro con Cristo, anche nella modalità ecumenica, che in questi tempi ha avuto il punto massimo nel recente incontro tra papa Francesco e il patriarca Kirill di Mosca a Cuba, sia possibile proporre qualcosa alle nostre sorelle e ai nostri fratelli uomini che ci permetta di essere felici anche in situazioni altamente complesse e pericolose. Una felicità che ho visto nelle piccole cose, come il fatto che le ragazze armene siano riuscite a contagiare con il loro entusiasmo quelle tedesche, più tristi e solitarie. “C’è un solo motivo — scriveva Luigi Giussani in un suo libro — per cui la vita può diventare lieta: non è la soddisfazione che a una determinata esigenza venga portata; (…) la vita diventa lieta se c’entra il destino (…) questo destino si è messo in cammino con noi per le strade — per le strade! — e si chiama Cristo. Se questo Cristo è in mezzo a noi, è l’attenzione vicendevole in nome Suo che dà pace”.

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