LETTURE/ Meno legami più felicità: noi, servi moderni dell’indefinito

- Giuseppe Monteduro

Manchiamo un obiettivo e ci sentiamo perduti. Ma cos’è la (nostra) realizzazione? L’epoca della identità liquida ha cambiato profondamente il modo di concepirla. GIUSEPE MONTEDURO

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V. Van Gogh, Camera ad Arles (1888)

Mi sono imbattuto per ragioni professionali e anche personali nel libro scritto da Pier Paolo Bellini (docente di sociologia della comunicazione nell’Università del Molise), dal titolo Il mio posto.

Il testo, situato all’interno dei canoni scientifici, si presta però alla lettura di tipo “narrativo”, ossia suggerisce al lettore un modo di riflettere sulla tematica più cara e più intima (non intimistica) che attiene alle sorti umane: la realizzazione.

Il lavoro di Bellini infatti è stato mosso dal seguente interrogativo: in cosa consiste la realizzazione e perché, spesso, l’abbiamo ridotta al canone professionale? La domanda nasce, come scritto nel testo, da un momento conviviale che l’autore ebbe anni fa con alcuni giovani diplomati, i quali, avendo “cannato” il test per l’ingresso all’ambiziosa facoltà di medicina, si sentivano come persi, come condannati alla “irrealizzazione”.

A ben rifletterci e con lo sguardo fisso nella profondità della mia esistenza, penso che non ci sia nulla di più “pauroso”, nulla di più tragico, che considerare la propria vita come destinata all'”irrealizzazione”. Ciascuno, seppur in forme religiose diverse, assegna ad un qualcosa il compito di dare senso alla vita. L’uomo, infatti si ribella al mal pensiero della inutilità dell’esistenza eppure questo mal pensiero rimane spesso un rumore di sottofondo che accompagna, con ansia, le nostre azioni quotidiane, sempre sottomesse a quella legge della natura umana chiamata ricerca della felicità.

La chiave di lettura, seppur in breve, che propongo muove dal concetto di identità: come si forma? Da cosa viene influenzata? E in che modo nel corso del tempo la cultura ha influenzato il processo di ricerca del sé e di costruzione del proprio essere? 

Se, come sostiene Bauman, siamo nell’epoca della società liquida, lo stesso aggettivo può essere utilizzato per quanto concerna l’identità: siamo nell’epoca dell’identità liquida, stretta nella morsa delle piacere immediato e della paura di sbagliare. Bellini propone un quadro complesso e complessivo, senza mai cadere nel moralismo e nel lamento del tempo presente, cui invece si sono consegnati molti filosofi contemporanei.

L’identità non è qualcosa di fisso per l’uomo, cioè un abito cucito addosso da qualcun altro, bensì qualcosa di movimentato. L’uomo infatti, a differenza dell’animale, sviluppa l’identità nel tempo, non appena come mutazione del proprio aspetto biologico, quanto soprattutto come cambiamento del proprio essere, cioè del modo di agire e di pensare. Eppure l’identità ha una radice precedente: ossia la cultura in cui nasciamo e che ci ha preceduto, la quale tende a influenzare il nostro modo di essere e di agire. La storia continua, non finisce col calar del sole, potremmo dire. Queste radici del tempo passato, invece, sembrano essere oggi un ostacolo alla nostra vita, dove, in nome della libertà e dell’autodeterminazione dell’individuo, si tende a slegare l’uomo dalle proprie origini. 

Questo “taglio” col passato, con i fattori che limitano la nostra indipendenza, ci sembra lo strumento migliore e quello più proposto e diffuso per diventare quel che dobbiamo/vogliamo essere. Tendiamo a considerare quasi tutto come un intralcio, un ostacolo che rallenta o addirittura blocca il raggiungimento della nostra meta (realizzazione). Difficile negare tale esperienza quotidiana, in cui in sostanza “l’esistenza tende a diventare una serie di episodi che passano senza lasciare traccia, senza essere trasformati in esperienza vissuta”, cioè scorrono via senza generare identità. Nell’epoca post-moderna infatti, come ben rileva l’autore, risulta un handicap “avere un’identità per tutta la vita, un handicap piuttosto che un vantaggio”: l’esito è il continuo mutare delle nostre scelte con l’ansia di metterle al pari coi tempi e col piacere fruibile e cestinabile. Cambiare moglie, cambiare amici, cambiare (sempre) lavoro, cambiare città, tutto in nome della nostra realizzazione: l’esito spesso, voltandoci a riflettere, è una crescita imprevista e inopportuna dell’ansia. Infatti “invece di costruire la propria identità, con pazienza e gradualità, semplicemente si preferisce ricominciare sempre dall’inizio, dando vita ad identità a palinsesto”.

A risentire di questa dinamica che oramai ci accompagna come il caffè a colazione, sono anche tutte quelle dimensioni della vita che qualificano l’essere umano: gli affetti, i rapporti lavorativi, il rapporto col lavoro.

L’identità è il risultato delle interazioni con gli altri, eppure, nell’oggi contemporaneo, noi siamo sempre più soliti cercare l’identità nell’abbandono delle relazioni. Diamo precedenza alla paura di legarci in nome della libertà rimanendo poi schiavi di questa indefinita libertà e ritorniamo nelle relazioni non per la costruzione dell’identità quanto come rifugio (inevitabile) dato dalla confusione del mondo. 

L’identità, invece, si forma nella relazione con gli altri, non tanto nella solitudine, quanto nella relazione profonda tra il mio “io” e gli altri “io”. Come sostiene Freud (citazione presente nel testo) “occorre amare se non ci si vuole ammalare”. 

Questo sfilacciamento ci ha portato ad essere soli in un mondo di masse. Eternamente connessi e quotidianamente soli negli ambiti rilevanti della nostra esistenza. Nel mondo contemporaneo siamo sempre più spinti a considerare la realizzazione come un fatto privato, intimista, quasi ab-soluto, cioè sciolto, autonomo, abbandonando l’idea umana che la salvezza, cioè la realizzazione, come dice Seligman, è una vicenda collettiva, non individuale.

In questa metamorfosi del modo di “pesare” le cose, si inserisce tutta la ricalibratura che la modernità ha dato al concetto di persona, facendola passare da uomo-sociale (o animale sociale) a individuo, ossia soggetto che nasce nell’autonomia e che in questa autonomia cerca la propria realizzazione. Le relazioni diventano così solo puramente strumentali, funzionali e utilitaristiche (le relazioni amicali vissute alla stregua di un ghiacciolo da passeggio) con la garanzia (fasulla) che meno legame assicura più felicità. 

Tutto questo in nome di alcuni dogmi del mondo moderno: la libertà, la scelta, l’autodeterminazione, il merito. Tutto finalizzato alla massima realizzazione (intesa come piacere personale, come preferenza di gusto) eppure tutto così caduco e tutto portatore di ansietà e indefinitezza, l’esatto contrario di quanto cerchiamo quotidianamente. 

Insomma, vale la pena leggerlo Il mio posto. Sociologia della realizzazione (P. Bellini, Mondadori 2015), perché offre al lettore una “forma mentis” che aiuta a porsi l’interrogativo sul modo con cui cerchiamo la felicità.

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