LETTURE/ Dai pm a Checco Zalone, il Libro si cerca e non (sempre) si trova

- Antonella Berni

Si è chiusa la 29esima edizione del Salone internazionale del libro di Torino. Un grande mare di carta dove la vecchia editoria si misura con la nuova. Il commento di ANTONELLA BERNI

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All’inizio colpisce il rumore. Si entra in uno dei cubi, spesso il Padiglione 1 (ma non è scontato) e si sente subito il rumore. Di cosa poi? Di tutto. Per cominciare, di bipedi assetati di vedere e sfogliare e leggere. Perché può sembrare strano ma nel terzo millennio ancora c’è questa voglia qua, di toccare la carta, anche se sul telefono si può scaricare l’applicazione del Salone del Libro per controllare tutto in digitale, pure la mappa evitando che si sgualcisca, si accartocci o si strappi proprio nel punto che serve a voi.

Dopo essere stati investiti dal rumore uniforme e costante dell’umanità salonista in cerca di qualcosa da leggere, bisogna farsi forza e decidere che strada prendere. Dall’alto del cubo scendono cartelli che indicano direzioni opposte ugualmente allettanti, dunque bisogna fare un esercizio di volontà e andare spediti verso l’oggetto del proprio desiderio letterario prima di essere risucchiati dall’atmosfera tiepida che invita alla perdizione spazio-temporale.

Perché all’entrata non c’è la percezione di essere nell’anticamera di un buco nero sensoriale. La luce artificiale (e il rumore!) ottunde la vostra capacità di discernimento sulla scelta tra i mille espositori, mille di numero, disposti in quattro padiglioni, tutti riuniti qui con lo stesso fine. Ambarabà ciccì cocò e adesso dove vo? Se prima di addentrarvi nell’antro polveroso avete tralasciato di decidere quali editori visitare forse è il caso di dedicare un pensiero alle preferenze. Perché è facile essere trascinati dalla casualità dell’offerta e aggirarsi da uno stand a un altro con l’illusione di impiegare bene le proprie ore. Se non avete un obiettivo correte il rischio di rimanere prigionieri dello stesso padiglione. Se è quello sbagliato potreste incorrere in un altro pericolo, imbattervi in orde di ragazzini che deliziose maestre deportano al salone, nella speranza di contribuire a mantenere la generazione dei millennials a contatto con la carta. 

L’offerta per i giovanissimi è notevole non solo nelle proposte editoriali ma anche negli incontri e negli eventi, tutti organizzati per attirarli a partecipare e rendere il salone più “giovane”. Neanche loro però scampano al destino di essere iniziati all’arte culinaria molto presto nella carriera di individui: pure al salone c’è l’angolo dei cooking show, molto in voga adesso specie se tenuti da qualche chef incattivito, oltre a innumerevoli libri su come cucinare questo o quello. Solo scorrendo qualche titolo ci si accorge di quante cose si possano fare con un banale mango. Perché dunque privare i nostri piccoli consumatori del piacere di devastare la cucina di mamma sotto l’egida dell’ecumenico Impariamo giocando

E questo è solo un esempio di come il salone riesca a interpretare le diverse esigenze. Perché se all’inizio vi sentite un po’ come una monade sballottata sotto i neon della conoscenza starete anche peggio avvicinandovi agli stand degli editori di nicchia, monotematici. Di sicuro imparerete cosa significa segmentazione. Ce n’è per tutti i gusti: libri di approfondimento politico scritti da addetti ai lavori, libri di dietrologia politica scritti da fuoriusciti, saggi offerti da magistrati a fine carriera, biografie di vecchie stelle della tivù (poche sopravvissute), romanzi sull’olocausto, fosse comuni e dittature comuniste, le immancabili biografie di qualche calciatore, il giardino fai da te a tutte le latitudini, i romanzi sentimentali per la generazione di mezzo. Difficile ricordarsi tutto ma fa un certo effetto che in queste nicchie talvolta un po’ bizzarre ci sia più senso e distinzione rispetto agli antri dei grandi editori, quelli con gli stand perfetti e le copertine dei libri che si confondono le une con le altre, che hanno sacrificato la qualità sull’altare dei grandi numeri contribuendo ad annegare il lettore nel mare magno della spersonalizzazione.

Se pensate che dopo tanto girovagare abbiate finito la vostra giornata culturale, niente da fare. Quest’anno il salone era aperto anche alla sera e bisognava essere bini o trini per assistere a tutti gli incontri, interessanti, con ospiti italiani e stranieri ma spesso in contemporanea, con internet come uno degli ingredienti nel grande minestrone dell’editoria di adesso. Se siete rimasti fuori con altre duemila persone dall’incontro di Checco Zalone (segno dei tempi?) e non avete percepito la connotazione orientale del salone, voluta dagli organizzatori, date la colpa all’ufficio stampa, che forse non vi ha neanche avvertito di risparmiare qualche energia  per farvi accaparrare un pezzo dell’installazione di Michelangelo Pistoletto, fatta di diecimila libri contrassegnati per questa edizione.

Per affrontare il salone non c’è solo bisogno di energia e curiosità ma anche di una valigia vuota per riportare a casa pezzi di tempo che non tornerà più indietro.

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