L’INTERVISTA/ Antoine Leiris (scampato al Bataclan): non voglio che la rabbia governi il mio cuore

ANTOINE LEIRIS, 34 anni, giornalista di Radio France, ha perso la moglie Hélène nella strage fatta dai terroristi islamici al Bataclan di Parigi. E’ autore di “Non avrete il mio odio”

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Zac: “Lei è lì. Mi avvicino, mi giro, verifico se siamo soli. Questo momento è per noi. Un vetro ci separa. Mi schiaccio contro con tutto il peso. La nostra vita a due sfila davanti ai miei occhi”. 

Pur dentro un obitorio di Parigi, è ancora la vita che presta il canovaccio, per non soccombere definitivamente: gli incontri sono sempre il cerimoniale dei giorni. Lei è Hélène Muyal, crivellata a colpi di Kalashnikov la sera del Bataclan, pieno centro di Parigi. Lui è Antoine Leiris, l’uomo che la follia ha reso vedovo, che stregò il web al suono di Non avrete il mio odio: gridato in faccia al terrore, ai terroristi. Al male divenuto paura folle: “Chiudere gli occhi di un defunto è restituirgli un po’ di vita” scrive nel suo libro. Vederla, poi, mi ha fatto bene, ci confida in un’intervista. L’ha voluta vedere, a tutti i costi, ma “adesso è ora di lasciarla”. La farà rivedere a Melvil, il piccolo rimasto orfano di madre, tutte le volte che vorrà.

L’uomo che sta seduto davanti a noi vive in uno scafandro di ghiaccio: lo sguardo è aguzzo, i gesti hanno picchi di vertigine, l’immobilità immobilizza ogni cosa che osi avvicinarsi, i rarissimi accenti di sorriso nascono già smunti. Quasi levigati da una pialla mastodontica. 

Sono passati sei mesi da quella strage degli innocenti: lui è ancora immobile, come di chi, scalando una parete, viene colto da furia tempestosa. Si rimane immobili — di ghiaccio — per ripararsi dalla foga: “C’è una parte di me che racconto, quasi fosse un copione. L’altra è solo mia: mi permette di continuare a vivere”. 

A questo punto occorrerebbe aver veduto, anche solo una volta, che faccia abbia la morte per capire come, certuni giorni, il ghiaccio sia una forma-alternativa di calore. Di colore. “Non so chi siate e non voglio saperlo. Se vi odiassi vi farei un regalo: è quello che cercate. Non avrete il mio odio. Non avrete nemmeno il suo odio (quello di Melvil)”. 

I Kalashnikov hanno screpolato la cisterna d’amore: ciò che ne esce, misto a sangue, è acqua sorgiva: L’amore vince l’odio, la vendetta è disarmata dal perdono canta fiera la liturgia cristiana. 

Non-odiare, però, non è perdonare: “Dire che non li odio non significa dire che li perdono. Troppo presto, troppo grande, troppo tutto. Il mio non-odiare serve a me stesso: non voglio che sia la rabbia a governare il mio cuore”. Lucido, quasi crudo: “So bene che l’odio potrebbe scoppiare da un momento all’altro. Faccio di tutto per tenerlo fuori”. 

Riuscirà, non riuscirà, farà retromarcia? Che importa saperlo: la vita non prevede addestramenti, getta allo sbaraglio. La grande bellezza sempre nascosta dentro il caos più brutale, il non-inferno giusto nelle viscere dell’inferno, la Pietà nell’immobile blocco marmoreo. Sempre la stessa-storia. Dall’Egitto di Mosè alla Parigi di Antoine-Hélène, traghettando per la Betlemme del Cristo, fin sul Golgota: l’assurda insensatezza di un Dio inchiodato nel nome stesso di Dio. Perché dunque non-odiare? “Devo entrarci in questa storia. Odiare sarebbe come schivare la sofferenza: gioire della morte dell’assassino rischiando di non sorridere più a quelli che restano”.

Nella hall dell’albergo Antoine passeggia un po’ spaesato: il trambusto che gli ronza attorno, addosso, lo rende simile ad un bimbo, il primo giorno d’asilo. Tutto, in lui, sembra evocare la paura. Anche la paura di esserci-ancora: “Non ho scelto che sono ancora vivo” annota nel suo libro. Ammettere la paura, però, è come averla già vinta: la paura è la camera oscura dove si sviluppa il negativo di una foto. 

Ascolti Antoine e s’annuncia Platone: “Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce”. Non-odiare è avere paura del buio, odiare è avere paura della luce. Perdonare, per chi ne sarà capace, è aumentare la densità di luce.

Chiudo il taccuino e ringrazio: lo lascio alla sua storia. Una sola domanda, tra le mille, è rimasta senza-voce. Ritento: “Chi era Hélène?” Lui, distinto, tace. E’ giusto così: un segreto è tale se rimane segreto. “Merci beaucoup, Antoine”.

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