LETTURE/ Parigi brucia, ma Victor Hugo lo aveva previsto

- Domenico Bilotti

Nel 1831 andava alle stampe “Notre-Dame de Paris”, incontro al gradimento di numerose generazioni di lettori. Victor Hugo avrebbe superato il tempo e lo spazio. DOMENICO BILOTTI

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Victor Hugo (1802-1885)

Ben prima che il romanzo storico del diciannovesimo secolo prendesse il largo e si candidasse a trasfondere in letteratura dati di interesse storiografico, anche dal punto di vista documentale, Victor Hugo ne aveva già favorito l’imperituro successo nella cultura continentale. Nel 1831, andava alle stampe Notre-Dame de Paris, incontro al gradimento di numerose generazioni di lettori. Le diverse riduzioni teatrali ottenute dall’opera nei secoli ne hanno garantito la perdurante presenza nell’immaginario collettivo, ma forse hanno diluito il significato storico del volume di Hugo. Al punto che al cultore distratto può capitare di chiamare il libro direttamente “il Gobbo di Notre-Dame”, per la singolare circostanza nella quale un protagonista triste e sconfitto si impossessa del marchio del libro a cui deve la fortuna (o l’infamia). 

Victor Hugo intuiva che la trama sentimentale dei rapporti tra i personaggi avrebbe finito per coinvolgere i lettori ancor più di ogni vicenda storica e se leggiamo le ultime pagine del libro, quelle che coronano solo post mortem il sogno d’amore di Quasimodo per la bella Esmeralda, possiamo concluderne che l’analisi del movente interiore dei protagonisti non fosse per Hugo un filone secondario. Questo, anzi, decreta la grandezza dell’autore rispetto al formalismo di maniera di certa oggettività verista del cinquantennio — e oltre — a venire. Tuttavia, un fatto storico da cui muoversi, meglio una cornice, esisteva ed è molto più pregnante delle umane e crudeli ambiguità del monsignor Frollo, dell’indifferenza travestita di magnanimità di Phoebus, il capo delle guardie o del Clopin, re dei ladri, malvagio ma sul crinale di un mondo più malvagio di lui. 

Victor Hugo parte, infatti, dalla migrazione gitana in Parigi: siamo nel 1482. Un mondo nuovo non è ancora stato scoperto e il vecchio è in una fase critica, alla cui soluzione non sono bastati i tentativi — artificiosi un po’ ovunque nel Continente — di far rivivere le autonomie o di eternare le strutture sociali e giuridiche del tempo. Si noti, peraltro, che nei decenni a seguire la scoperta dell’America non avrà nell’immediato alcuna specifica risonanza nella vita quotidiana. Sembrano altri i fatti che il libro di Hugo lascia presagire e che, ben più approfonditamente, scuoteranno l’Europa politica tra XV e XVI secolo. Tra essi, e la tipizzazione iniqua e negativistica di Frollo ne è un buon segnale, la crisi vocazionale della Chiesa, attraverso prassi invalse che hanno rafforzato, oltre ogni previsione giuridica, il ceto clericale e che daranno buon gioco alla Riforma luterana per promuoversi come istanza di liberazione dai vincoli romani — chissà se poi per instaurare veramente una compiuta libertà. 

Non solo: non sono anni privi di gravi pregiudizi e allarmi sociali. Oltre a quelli di carattere presuntamente taumaturgico e ingenuamente credulo (ad esempio: ritenere alcuni difetti fisici indice di qualità morali deteriori o ritenere alcune categorie sociali portatrici di specifiche malattie), ci sono quelli di matrice etnico-religiosa. L’orizzonte di senso del sentire comune è tipicamente cristiano e non è difficile che contro zingari ed ebrei si scatenino pregiudizi di dubbio, ma percepito, fondamento religioso. Gli ebrei hanno messo Cristo in croce, gli zingari, lavoratori di metalli (e la fucina è luogo segreto e nascosto, quanto l’antro del crimine), hanno fabbricato i chiodi per quella Croce. Quasimodo, così deforme, è straordinariamente emblema dell’universalità dell’amore: deforme, appunto, trovatello di stirpe nomadica, sordo, privo di eloquio, pure lui, persino lui, trova la bellezza dell’amore sulla propria strada. Una bellezza, si badi, che non è destinata a fare sconti: per lasciarsi cogliere ha bisogno dell’assunzione della responsabilità. E solo in quest’assunzione della responsabilità si trova la libertà di sciogliersi dai vincoli imposti dalle sembianze fisiche o dalle norme sociali o dalle prevaricazioni di casta. Fuori da questa idea dell’amore, non c’è spazio per nulla che rimetta in gioco la singolare ruota della Storia e delle storie; anche quelle minuscole, private, singolari e perciò forse ancor più meritevoli di esibire la lettera maiuscola. 

Ci sono, inoltre, due elementi straordinari in Notre-Dame de Paris anche se la critica è spesso restia a metterli in luce — e così pure le rappresentazioni che hanno avuto corso a partire dal libro di Hugo. La folla e la cattedrale: il futuro della città dipende dallo svolgimento dei loro rapporti, non c’è altra possibilità di indagine. Non sono necessariamente contrapposte: perché oltre alla inferocita e dissoluta folla gitana, c’è anche una folla popolare che ha costruito intorno alla semantica della cattedrale il suo senso comune. E la cattedrale è luogo di pace: qui, Quasimodo può portare la gitana che volle restare limpida e vergine davanti ad offerte predatorie e calcolatrici. Qui, lo stesso Quasimodo ha avuto, pur subordinato, quel “diritto di cittadinanza” che il mondo esterno gli avrebbe voluto integralmente usurpare. E la cattedrale è anche luogo di ombre, perché no? Quelle ombre che tradiscono la luce che dovrebbero fare le vetrate e ancor più le parole. Quando persino l’idealtipo della Cattedrale tradisce la Verità, essa arriva a farsi strada finanche nelle prigioni dove una zingarella additata a strega e pluriassassina e una ex prostituta sfiorita possono riscoprire di essere legate dal vincolo più magico al mondo: maternità e filiazione. Quel rigenerarsi continuo della vita in altra vita. 

Anche la folla prende tutti i colori dell’uomo e tutti li amplifica fino al disordine: può essere festante e allora è la festa roboante, fulgida, stordente. Allegra, ma in filigrana cupa e contro l’ordine costituito. Può essere inferocita e allora fa paura anche se non ha pugnali in mano. Può essere timorosa e allora si ritira, pronta a chinare il capo davanti al primo galeotto che faccia lumeggiare la lama del coltello nella notte. E’ la bellissima Parigi di ogni tempo quella che si vive e si scrive nel 1482: quella che vede la cattedrale non più come luogo di pace, ma di pericolo, e che in questo solo tratto è destinata ad indebolirsi, a sentirsi minacciata e drammaticamente instabile. Quella che però continuamente lambisce la cattedrale e lo spettacolo delle sue architetture. La Parigi fatta anche di folla: una folla che fa risuonare ogni sensazione umana fin oltre la sordità di Quasimodo, fin oltre i lassismi del re o la vanagloria di Phoebus. Mai pensare di potere proibire o governare l’incontro di questi due mondi: l’ordine che lo impone, infatti, è destinato a cedere. E all’atto del suo cedere trova pur sempre un uomo con la colonna vertebrale deforme che abbraccia una vittima innocente. Di cui si è perdutamente innamorato.

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