LETTURE/ Il “canone americano” di Bloom? Solo un (magnifico) cimitero

- Antonella Berni

E’ uscito anche in Italia “Il canone americano” di Harold Bloom, nume dei critici letterari americani. Un approccio severo e forse troppo restrittivo il suo. Vediamo perché. ANTONELLA BERNI

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Harold Bloom (Foto dal web)

Eppure ci vorrebbe poco per evitare il malinteso, anche tra letterati, critici e scrittori, coloro dai quali ci si aspetta ponderatezza e imparzialità. Invece basta un libro ed ecco che si scatena il solito piagnisteo sul politicamente corretto, che è peggiore della puntura di una vespa.

Eppure basterebbe poco perché l’autore, Harold Bloom, ha rilasciato interviste in cui parla chiaramente di come, nella sua lunga carriera di accademico, abbia maturato le idee alla base di The Western Canon (1994) prima, e The Daemon knows (2016) dopo. E, a leggere bene, più che dalla sua cultura per se, le scelte sono state influenzate dal suo amore per la poesia e la lettura, che lo hanno trascinato nel mondo del sublime. L’accusa principale mossa al suo ultimo libro, pubblicato in Italia con il titolo Il canone americano, è che sia più un pantheon misogino che un’antologia del sublime: gli autori celebrati, a eccezione di Emily Dickinson, sono tutti uomini. Morti. Poco importa se Bloom cita nella prefazione, tra le meritevoli, autrici quali Flannery O’Connor e Marianne Moore, passate anch’esse a miglior vita. 

Per capire cos’ha trovato in questi dodici autori forse bisogna guardare alle esperienze del personaggio Bloom e farsi un’idea. Nato nel 1930 nel Bronx (New York City) da madre bielorussa e padre ucraino, cresce parlando yiddish. Gli scontri di quartiere con i ragazzini irlandesi si alternano alla lettura e all’esegesi della Bibbia in ebraico: molto presto nella sua vita Bloom impara a difendersi dagli altri e allo stesso modo sviluppa una capacità analitica particolare. Alla domanda di uno zio su cosa avrebbe fatto da grande, il piccolo Bloom risponde “voglio leggere della poesia”. Mai nessuno avrebbe immaginato che, tanti anni e tanti libri dopo, sarebbe diventato professore a Harvard e a Yale contemporaneamente.

Dunque il giovane Bloom ama leggere in profondità gli autori, questo è il suo modo di conoscerli. Parla della lettura dei poeti inglesi fatta da giovanissimo come di una conversione, di un’esperienza totalizzante. E’ così che alcuni scrittori, durante gli anni di insegnamento universitario, sono diventati l’archetipo. Una frase che Bloom ama citare durante le interviste (“That which I take from another is never tuition but only provocation”) rende molto chiaro quale fosse il suo atteggiamento come professore e che tipo di dialettica si potesse sviluppare a lezione. Di certo i suoi studenti non si sono mai annoiati, nonostante Bloom insistesse su alcuni scrittori in particolare. Come per esempio Shakespeare, autore esemplare per lui: ai suoi studenti diceva di non essere interessato a una lettura freudiana di Shakespeare quanto piuttosto a una lettura shakespeariana di Freud. Infatti la cosa che colpisce Bloom è il primato di Shakespeare a introdurre la riflessione di un personaggio attraverso il soliloquio introspettivo. L’autoanalisi dell’antagonista Edmund, colpito a morte, in King Lear, non avrebbe precedenti in letteratura: nessun personaggio letterario si è mai “percepito” e posto delle domande come Edmund. Il monologo interiore costituisce dunque un primato che altri autori hanno potuto solo imitare. 

Per arrivare a dire che la letteratura, più della psicoanalisi, rappresenta un modo efficace di conoscenza, Bloom ha letto a fondo anche Freud al fine di decretarne la semi-inutilità ai fini della consapevolezza umana.

La questione del canone americano in realtà è mal posta e nasce da un problema diverso che ha poco a che fare con gli autori del passato e molto con gli accademici e i critici del presente, oltre che con gli studenti. Le università non sono più viste come luoghi di acculturazione ma come origine di problemi sociali: questo atteggiamento fuorviante è nato alla fine degli anni Sessanta nella cosiddetta scuola del risentimento, un mélange di modelli privi di valori letterari che, tra l’altro, ha promosso autori mediocri in nome del politicamente corretto. Sostituire o ridurre la lettura, di qualunque autore, a un formato ideologico è il peccato originale di questa corrente per come l’ha vissuta Bloom: nei suoi sessant’anni di insegnamento è stato testimone di una parabola discendente grazie alla quale la letteratura è stata intesa come uno strumento di riforma sociale e la critica come un metodo. E su questo afferma un pensiero talmente semplice da sembrare vintage, su cui dovremmo riflettere anche al di qua dell’oceano. La critica non può nascere da un modello in cui inserire gli autori con l’etichetta valido-non valido. La critica deve nascere dalla passione per la lettura, dalle emozioni che provoca, siano esse positive o negative. 

In quest’ottica si capisce come Bloom parli di sublime riferendosi ad autori del passato se adesso la critica promuove in base a uno schema ideologico o, peggio ancora, commerciale. L’autore non è più libero di sporcare la pagina con il proprio pensiero originale, o se lo fa ci pensa l’editor a omologarlo per renderlo vendibile come un pollo al supermercato. Senza considerare che, soprattutto in alcuni paesi, chi scrive deve avere un seguito sui social media prima di firmare un contratto, con buona pace della creatività. Pensare al sublime con queste premesse è risibile. Dov’è la scrittura e, con essa, la buona critica? Alla fine tutti lavorano per abbassare il livello, apparentemente per avvicinare le masse, in realtà per far tornare i conti ai grandi gruppi editoriali che si accoppiano. Il risultato è la mediocrità, non l’aurea mediocritas di Orazio ma, come lo chiama Bloom, il trash. Perché anche se il sublime, come lo intende lui, non è cosa per tutti, perché non tutti possono riuscire “nel tentativo incessante di trascendere l’umano senza abbandonare l’umanesimo”, è anche vero che l’ingegno viene spesso mortificato proprio da coloro i quali vogliono eliminare gli schemi e in realtà ne costituiscono di nuovi e più subdoli.

Per i lettori con passione non resta che leggere qualcosa di meno sublime, possibilmente poco rimaneggiato dall’editor, mentre Bloom continuerà a dedicarsi ai classici, con un unico rimpianto. Non aver conosciuto personalmente Sophia Loren. Ma almeno lei è ancora viva.

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