LETTURE/ Chi ci ha ingannati sul “vero” Gozzano?

- Alessandro Rivali

Cento anni fa moriva Guido Gozzano (1883-1916) Poeta grande, profetico, anche se con versi apparentemente così “facili”, ha sofferto di una critica ingenerosa. ALESSANDRO RIVALI

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Foto dal web

Cento anni fa, stremato dalla tisi, moriva Guido Gozzano (1883-1916). Poeta grande, profetico, anche se con versi apparentemente così “facili”, su cui si è posata troppa polvere di una critica ingenerosa. Gozzano, come giustamente ricorda Giusi Baldissone nell’introduzione alle sue Opere (Utet), non fu “un molle cantore inconsistente”. Tutto il contrario. L’anniversario è l’occasione per riassaporarlo e togliere qualche etichetta posticcia. In primo luogo, quella del poeta “crepuscolare”, del cantore solo delle “buone cose di pessimo gusto”, dagli orizzonti ristretti, che per qualcuno non erano più ampi del suo amato Canavese o delle riposanti mura di Vill’Amarena, dove si aggirava il piccolo sogno della signorina Felicita (“ma i bei capelli di color di sole, / attorti in minutissime trecciuole, ti fanno un tipo di beltà fiamminga…”). 

A fare ordine aiuta un delizioso cofanetto appena mandato alla stampe dalle Edizioni Raffaelli. Ci sono le due raccolte principali: La via del rifugio (1907, con la splendida poesia “Le due strade”) e I Colloqui del 1911, il tempo della piena maturità e dei capolavori come “La signorina Felicita ovvero la felicità” o “L’amica di nonna speranza” (e che ebbero in apertura una funebre e struggente illustrazione di Leonardo Bistolfi). Ma la ristampa di questi classici è soprattutto accompagnata da un ficcante saggio di Gianfranco Lauretano, “Guido Gozzano. Il crepuscolo dell’incanto” che sottrae il poeta da quel limbo di inferiorità in cui è stato troppo tempo confinato. 

Il primo a inoculare il virus del crepuscolarismo (come a dire: nulla a vedere con i grandi contemporanei come Pascoli e D’Annunzio) fu Giuseppe Antonio Borgese. Per lui “crepuscolare” significava “una certa volontaria e studiata sciatteria; la sintassi prosaica, l’epiteto diminutivo, la quartina pedestre, il verso ritmicamente insipido…”. E, quindi, Gozzano come uno dei retori “dell’ingenuità e della semplicità. E poiché non han nulla da cantare, ma sentono un veritiero bisogno di cantare, s’attaccano alle quisquilie… È una voce crepuscolare, la voce di una gloriosa poesia che si spegne”. 

No, Gozzano non era una voce che si spegneva, ma un poeta modernissimo che avrebbe intuito come pochi il secolo del disincanto e “delle passioni tristi”. Per questo basterebbe prendere “Cocotte”, poesia emblematica sul “male di vivere”, intrisa di nostalgia, in cui si rincorrono immagini forti come il desiderio di maternità di una donna d’appuntamenti, i sogni infranti di un bambino (tra “naviganti e Isole Felici”), il tema della bellezza fuggevole (“la discesa terribile degli anni”) o l’aspirazione all’amore-per-sempre (“Oggi t’agogno, / o vestita di tempo! Oggi ho bisogno / del tuo passato! Ti rifarò bella / come Carlotta, come Graziella, / come tutte le donne del mio sogno”). 

“Cocotte” è il manifesto di Gozzano, ma è il manifesto di tanta poesia del ‘900, da Montale a Caproni, a tanta poesia confessional americana (e non per questo meno bella, basti pensare a Lowell o alla Plath): “Il mio sogno è nutrito d’abbandono, / di rimpianto. Non amo che le rose / che non colsi. Non amo che le cose / che potevano essere e non sono state”.

Come ricorda Lauretano, tra i primi a cogliere nel segno giusto ci fu Renato Serra, lucidissimo critico caduto trentenne sul Podgora il 20 luglio 1915. Per lui Gozzano “è un artista, uno di quelli per cui le parole esistono, prima di ogni altra cosa. Egli è l’uomo che assapora il piacere di un vocabolo staccato, il valore di un nome proprio… quasi come un amico di Flaubert: e adopera le parole come una pasta piena e fluente, che riempie tutto lo stampo del verso”. Gozzano, sottolineava Serra, faceva vera poesia “e ce ne accorgiamo oggi con più desiderio e rimpianto, quando nella nostra letteratura troviamo soltanto degli imitatori”. 

Oggi i principi della comunicazione si reggono sullo storytelling. Gozzano, a suo modo, fu un grande comunicatore (s’interessò da subito al cinema), fondando un’epica molto particolare, “senza eroi propriamente detti”, ma non per questo meno suggestiva. Ecco ancora Lauretano: “Gozzano parte da un’idea, da un personaggio. Ne racconta la storia, o anche solo un momento di storia: un incontro, un episodio. Fa questo nelle sue poesie più note, e meglio riuscite. In altre mette in scena se stesso, diventa lui stesso personaggio della poesia, e allora diventa più intimo e personale, parla del tempo che passa, della morte, della vita, ma lo fa sempre raccontando; perciò sta al limite della prosa. La sua è una poesia narrativa, cioè epica”. 

Negli ultimi mesi Gozzano scriveva sulle farfalle. Sognò un poema in Epistole entomologiche che non riuscì a completare. Anche queste sono state ristampate da Raffaelli con un intenso invito alla lettura di Davide Brullo, secondo cui sono “un’opera letteraria tra le più originali del canone italiano, dedicata a indagare la galassia turgida di voli e di colori delle farfalle, che intende, intenzionalmente, rimeditare il poema didascalico settecentesco, ma che ha precedenti nella poesia alessandrina (gli Aitia di Callimaco) e nei suoi influssi (un esempio epico sono gli Astronomica di Manilio), pur intarsiati da stucchi liberty”. Per una rilettura d’insieme, vale la pena cercare su qualche Remainder la biografia scritta da Giorgio Di Rienzo: ottima, ma dal titolo così sfortunato: Guido Gozzano vita breve di un rispettabile bugiardo (Rizzoli). Ad Agliè merita una visita Il Meleto, la celebra villetta estiva del poeta che per tutto il 2016 sarà al centro di rievocazioni e omaggi. Per chi ha il tempo solo di viaggiare in rete, sul sito del Salone del libro di Torino si può rivedere il reading gozzaniano di Isabella Ragonese.  

Infine, per chi volesse toccare il cuore dell’infelicità di Guido, della sua fuga dal mondo, è disponibile on line il suo carteggio con Amalia Guglielminetti (lei folle d’amore, lui titubante). Bellissimo e straziante. Non è quello di Keats con Fanny Brawne, ma è comunque un vertice. Così il glaciale Guido: “Già altre volte t’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo… Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo. E la risoluzione più leale da parte mia è il distacco”. Gelido sì, ma assetato d’assoluto.

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