LETTURE/ “Più splendon le carte”, così Dante è arrivato fino a noi

- Emmanuele Riu

“Più splendon le carte” (Torino, 16 giugno-31 luglio) raccoglie oltre cinquanta fra manoscritti, incunaboli e volumi danteschi che ci hanno fatto pervenire la “Commedia”. EMMANUELE RIU

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Dal sito FB della mostra

“Più splendon le carte”: è questa la felice parafrasi dell’undicesimo canto del Purgatorio dantesco che campeggia all’entrata della Biblioteca Reale di Torino e che accoglie quanti in questi afosi giorni d’estate si recano a vedere qualcosa di non propriamente comune o in voga di questi tempi: una serie di manoscritti e volumi danteschi. È infatti intitolata proprio “Più splendon le carte” la mostra inaugurata il 16 giugno e aperta fino al 31 luglio.
Si tratta di un’esposizione realizzata dall’Università di Torino, sotto la guida del docente di filologia dantesca Donato Pirovano, in collaborazione con la Biblioteca Reale di Torino, con la Società Dante Alighieri e con l’associazione Metamorfosi (per citare solo alcuni fra i prestigiosi patrocini accordati all’iniziativa): sono stati radunati insieme oltre cinquanta fra manoscritti, incunaboli e volumi danteschi, molti appartenenti alla Reale stessa e gentilmente concessi dai responsabili, di assoluto valore anche per i meno esperti.
Un’iniziativa del genere è infatti l’occasione per immergersi nelle vicende editoriali della Commedia, con tutti gli aspetti a esse connesse. È noto il fatto che non si possieda nessun manoscritto autografo del poema dantesco: di conseguenza, non possiamo conoscere con certezza quale sia il testo che Dante stabilì come definitivo. Questo perché già a partire dai primi anni successivi alla sua morte e alla pubblicazione del Paradiso i manoscritti riportanti il testo dell’intera Commedia si moltiplicano a dismisura (testimoniando l’eccezionale fortuna conosciuta dall’opera), portando con sé numerosi e inevitabili errori, che oggi non siamo più in grado di riconoscere come tali. Ci restano solamente diverse soluzioni per i molti passi più controversi, e l’arduo compito dei filologi è quello di districarsi fra i vari manoscritti, studiandone le parentele e ipotizzando un testo che tenda il più possibile ad assomigliare all’originale.
In un contesto del genere, alcuni esemplari acquisiscono un’importanza nettamente maggiore di altri, diventando pietre fondanti di un’intera disciplina come la filologia dantesca. Così, una delle sorprese più gradite al visitatore della mostra torinese è sicuramente la presenza dell’Ashburnamiano 828, meglio conosciuto come “l’Antichissimo”, il più antico manoscritto dantesco datato a noi pervenuto e risalente al 1334; di fianco ad esso va segnalata un’altra perla, il Riccardiano 1035, manoscritto degli anni sessanta del XIV secolo esemplato da un copista d’eccezione, Giovanni Boccaccio.
La mostra tuttavia non è una semplice esposizione di pezzi rari e celebri, ma si propone il compito di accompagnare il lettore dentro l’orizzonte più ampio che racchiude tutti gli esemplari, ricostruendo una storia lunga secoli. Dopo una prima sezione dedicata ai manoscritti più antichi (diversi appartenenti alla Reale), e una seconda dedicata ai primi commentatori di Dante (dal XIV al XVI secolo), si passa dunque a una sezione incentrata sulle più celebri interpretazioni artistiche della Commedia, da alcune miniature trecentesche ai disegni di Blake e di Boccioni, passando per Botticelli e per l’intramontabile Gustave Doré.

Siamo poi trasportati nell'”avveniristico” mondo della tradizione a stampa del poema di Dante (cominciata nel 1472), con apposite introduzioni culturali e storiche relative al procedimento della stampa da Gutenberg in poi. L’obiettivo si focalizza infine sulla città di Torino, con le ultime due sezioni dedicate all’attenzione offerta a Dante e ai “suoi” volumi da casa Savoia la prima, e al dantismo di fine Ottocento e inizio Novecento dell’Università di Torino la seconda.
L’inaugurazione della mostra è avvenuta il 16 giugno alla presenza di Enrica Pagella, direttrice dei Musei Reali, di Giovanni Saccani, direttore della Biblioteca, e del rettore dell’Università di Torino Gianmaria Ajani, e l’accesso è possibile tutti i giorni della settimana. Ma una delle trovate più felici dei curatori della mostra è stata affiancare all’esposizione una serie di lectiones magistralis di docenti dell’ateneo torinese, accolte nell’auditorium Vivaldi della Biblioteca Nazionale, che accompagneranno il pubblico alla scoperta dell’opera dantesca, così da poter apprezzare fino in fondo il valore dell’esposizione e ravvivarne lo splendore: si va da “L’Amore nella lirica italiana antica” alla vicenda di Paolo e Francesca e al Cerbero infernale, dalla Vita nuova (con tutti i risvolti che l’opera presenta riguardo all’immagine del “libro”) alle vicende editoriali delle opere dantesche.
Uno degli aspetti più interessanti — e forse meno appariscenti — di questa lunga serie di eventi è sicuramente la partecipazione giovanile. I pannelli e le didascalie della mostra infatti sono state preparate e realizzate da quattro studentesse dell’Università di Torino, appassionatesi alla filologia dantesca nel corso degli studi e decise a offrire il proprio contributo per questo avvenimento; un’iniziativa, fra l’altro, collocatasi nella lunga serie di celebrazioni che in tutta Italia si stanno svolgendo (e si svolgeranno) nell’arco che corre fra due importanti centenari danteschi: il 750esimo dalla nascita (2015) e il 700esimo dalla morte del poeta (2021). Una mostra di questo calibro, corredata da lezioni dedicate e realizzata con l’attivo coinvolgimento degli studenti universitari, evita il rischio a cui è più immediato pensare in questi casi: quello di trasformare un fatto culturale come quello dantesco in un’ennesima, arida collezione da “museo” (usando il termine nel suo significato deteriore).
L’impressione che si ha piuttosto, anche grazie all’impostazione per così dire “sintetica” del percorso (si va dal 1334 all’inizio del XX secolo), è quella di osservare una molteplicità affascinante di tentativi con cui l’uomo si rapporta alla comunicazione innanzitutto, e in secondo luogo alla letteratura. Osservare le splendide miniature, vedere gli ordinati — e pazienti — tratti di inchiostro dei copisti trecenteschi, ripercorrere i processi della stampa o le più diverse illustrazioni rendono testimonianza di quanto la comunità umana da sempre percepisca la comunicazione come fattore essenziale della propria espressione, e per questo affronti la realtà trovando forme sempre nuove per scrivere e diffondere messaggi e contenuti; e allo stesso tempo, risulta evidente — vedendo l’amore per la Commedia di molti uomini di epoche e luoghi differenti — come la letteratura sia da sempre patrimonio fondante di un soggetto innanzitutto, e conseguentemente di una comunità e di un’intera civiltà.

Viene da pensare all’impoverimento che la comunicazione vive oggi nell’era dei mass media e dei social network — unitamente a un indubbia maggiore rapidità o comodità —, o alla dimenticanza in cui versa la letteratura e la cultura in genere (forse proprio a causa, in parte, di questi strumenti). Sarà possibile recuperare l’amore e la dedizione che gli antichi hanno dimostrato per la letteratura? Sarà possibile recuperare un rapporto reale con un autore — quale ad esempio Dante — e le sue opere come quello di un Boccaccio, desideroso di farlo conoscere a quante più persone possibile e senza introversioni elitarie o astratte dal sentire e dal vivere quotidiani? Strumenti come l’esposizione di “Più splendon le carte” fanno sperare di sì.



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