LETTURE/ La strage di Cefalonia ’43 e le “omissioni” di Mieli

“Non tutti eroi a Cefalonia”: questo il titolo dell’ultima recensione che Paolo Mieli sul Corriere ha dedicato al libro in uscita di E. Aga-Rossi. Il commento di LUCIANO GARIBALDI

09.09.2016 - Luciano Garibaldi
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L'ordine impartito al gen. Gandin l'11/9/1943 (Arch. M. Filippini)

L’11 dicembre scorso ho scritto, sul sussidiario, un articolo dal titolo “1943, ecco chi in Italia ha voluto la strage di Cefalonia“, nel quale davo notizia di un documento di eccezionale valore storico scoperto e reso noto dall’avvocato Massimo Filippini, figlio di uno dei 2mila militari italiani fucilati dai tedeschi a Cefalonia nel settembre 1943. Si trattava del verbale  della riunione di vertice svoltasi a Malta il 29 settembre di quel drammatico anno tra il maresciallo Badoglio, capo del governo italiano, e il generale Eisenhower, capo supremo delle Forze armate alleate, con cui l’Italia aveva, da pochi giorni, firmato l’armistizio. Nel corso di quel vertice, Eisenhower aveva previsto ciò che avrebbe potuto accadere a Cefalonia se l’Italia non avesse dichiarato guerra alla Germania: i nostri soldati che avessero resistito alle intimazioni di resa tedesche e fossero stati poi fatti prigionieri, sarebbero stati tutti fucilati perché considerati traditori. Badoglio si limitò a rispondere che ne avrebbe parlato con il Re Vittorio Emanuele III. Di fatto, la cosa finì lì, e i nostri soldati (non meno di duemila) furono fucilati.

Il documento storico scoperto e reso noto da Filippini dimostrava che l’ordine di resistere ad ogni intimazione di resa, inviato per telegramma da Brindisi alla Divisione “Acqui” a Cefalonia (anch’esso scoperto e reso noto da Filippini), obbligò il generale Gandin a rispondere negativamente alla richiesta giuntagli dai tedeschi. Con la piena consapevolezza, da parte dei vertici delle Forze armate e del governo del re, che la Convenzione di Ginevra (a tutela della vita dei prigionieri di guerra) non sarebbe stata applicata. Per la cronaca, il padre dell’avvocato Filippini, maggiore Federico Filippini, fu fucilato dai tedeschi quel settembre a Cefalonia.

Dato questo precedente, si può immaginare con quale interesse mi sia immerso nella lettura di uno dei magistrali articoli storici che Paolo Mieli pubblica settimanalmente sulle pagine culturali del Corriere della Sera, e il cui titolo, a nove colonne, era: “Non tutti eroi a Cefalonia”. Scopro così che l’illustre giornalista e storico dedica la sua attenzione a — cito letteralmente — “uno straordinario libro di Elena Aga Rossi che sta per essere pubblicato dal Mulino, Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito“. Vi si denunciano le ambiguità del governo Badoglio, le ingiuste critiche al generale Gandin, comandante della Divisione Acqui, le immeritate lodi e onorificenze tributate ad un ufficiale che si spacciò per eroe e che invece tramava con i tedeschi.

Peccato che, nell’articolo di Mieli non venga neppure nominato colui che da oltre quindici anni ha rivelato le infamie e le vergogne che caratterizzano la tragedia di Cefalonia. Mi riferisco al sopra citato avvocato Massimo Filippini, cui va riconosciuto il merito di avere fatto chiarezza su una delle tragedie più sanguinose, ma anche più oscure, della seconda guerra mondiale.  

Ha dedicato l’intera sua esistenza alla ricerca della verità e ha scoperto documenti inoppugnabili che gli hanno consentito di scrivere ben tre libri: La vera storia dell’eccidio di Cefalonia, pubblicato nel 1998 dalla Cdl a Pavia; La tragedia di Cefalonia. Una verità scomoda (edito a Roma nel 2004 dalla Ibn) e I caduti di Cefalonia: fine di un mito“, Ibn, Roma, 2006. Inoltre, Filippini ha creato un sito Internet che continua ad aggiornare a sue spese: www.cefalonia.it

Un’impresa, la sua, che gli è costata grandi sacrifici, perché l’ha portata a termine nel nome di suo padre, e perché è stato sistematicamente osteggiato e contrastato dai cantori della vulgata ufficiale, specializzata nel capovolgere la verità e nell’esaltare le gesta di chi lancia il sasso e nasconde la mano. 

Ai familiari dei Caduti di Cefalonia è toccata, purtroppo, la sorte di vedere, in questi settant’anni, incensati quei militari ed in particolare alcuni ufficiali che, ubbidendo ai loro sentimenti antifascisti — per alcuni già venati di rosso, come presto dimostrerà la loro contiguità con l’organizzazione comunista greca dell’Elas — si ribellarono al generale Gandin che stava trattando, attaccarono i tedeschi senza preavviso e scatenarono in tal modo la loro ferocia, salvo poi, scampati alla rappresaglia, mettersi al loro servizio per salvare la pelle.

Con i suoi importanti e documentati libri, Massimo Filippini inchiodò alle loro responsabilità sia i capi politici e militari dell’Italia dell’8 settembre, sia gli Alleati, il cui comportamento, nelle due tragiche settimane durante le quali si consumò la tragedia di Cefalonia, fu di sovrana indifferenza e di spocchioso disprezzo verso i nostri soldati. Non diversamente da quanto lo era stato in occasione dell’affondamento della nave ammiraglia italiana, la corazzata “Roma”, colata a picco con tutto il suo equipaggio (oltre 1500 morti) anche in conseguenza dello sconcerto creato nell’animo dei nostri ufficiali e dei nostri marinai dalla pretesa alleata di vedere consegnarsi le nostre navi in quell’isola di Malta che invano gli italiani avevano attaccato già nel 1940 e che, negli anni seguenti, anche per oscure connivenze mai completamente chiarite, non era stata più disturbata. 

Dopo il drammatico 8 settembre ’43, non pochi reparti, in Italia e fuori d’Italia, riuscirono a tener testa e anche a battere duramente i tedeschi. Avvenne a Roma, dove i granatieri del generale Solinas e i carristi della “Ariete”, al comando di Raffaele Cadorna, resistettero fino al 10 settembre agli attacchi tedeschi. Avvenne a Orte, dove il generale Caracciolo di Feroleto, di fronte a una pattuglia tedesca che gli intimava la resa, dapprima ordinò ai due carabinieri di scorta di sparare, poi afferrò un fucile e sparò personalmente addosso all’ufficiale germanico. 

Avvenne a La Spezia, dove la Divisione alpina “Alpi Graie” combatté fino all’11 settembre. Avvenne a Salerno, dove il generale Ferrante Gonzaga, dopo avere sdegnosamente cacciato un tedesco che osava intimargli la resa, fu assassinato nel suo ufficio a raffiche di mitra. Avvenne a Bari, dove il generale Bellomo difese fino all’ultimo il porto (il che non lo salverà dalla fucilazione ad opera degli inglesi vincitori, solo perché, nella zona sottoposta al suo comando, una sentinella aveva sparato, un anno prima, a prigionieri inglesi che tentavano di fuggire, uccidendone uno). 

Per non parlare degli episodi di eroismo fuori d’Italia. Ad esempio in Corsica, dove 300 italiani caddero nella difesa di Bastia; a Zara che resistette fino al 30 settembre; a Spalato, dove si formò un battaglione “Garibaldi” composto quasi per intero da carabinieri. Ma tutti questi eventi furono accomunati da una caratteristica: nessuna vendetta dopo la resa. Perché? E perché, invece, a Cefalonia venne attuata la terribile rappresaglia? 

La risposta è nei libri di Massimo Filippini. Perché a Cefalonia non vi fu, da parte dei tedeschi, una intimazione di resa alla quale — secondo il pur confusionario ordine di Badoglio — si sarebbe dovuto rispondere reagendo. Vi fu invece un premeditato, vile e pretestuoso attacco contro due imbarcazioni tedesche con vari morti. E questo avvenne quando già da tempo era iniziata la trattativa tra il generale Gandin e il comandante tedesco: una trattativa non preceduta da alcun attacco avversario, che il generale Gandin aveva deciso — nell’esercizio dei suoi poteri di comandante — per preservare i suoi uomini da una sicura carneficina: che, infine, imponeva ad entrambi gli schieramenti, sia sulla base dell’onore militare, sia in base alla Convenzione di Ginevra, di restare in attesa della sua conclusione. 

Come ampiamente documentato dalla Relazione Picozzi del 1948, che Massimo Filippini ha il merito di avere riportato alla luce e che venne subito insabbiata perché avrebbe indicato al disprezzo e al disonore coloro i quali, disubbidendo al loro comandante, avevano infranto le leggi di guerra scatenando la rabbia e la voglia di vendetta di un esercito di cui era ben nota la durezza e, in molti casi, l’autentica ferocia, la tragedia di Cefalonia ha dei colpevoli non soltanto con nomi e cognomi tedeschi, ma anche con nomi e cognomi italiani. Dopo oltre settant’anni, è giusto che questi ultimi vengano, se non deprecati, almeno non esaltati. Ma sarebbe anche giusto riconoscere a Massimo Filippini di avere scoperto le menzogne e rivelato la verità.

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