LETTURE/ 1516, chi ha fatto di Venezia la “New York” della laguna?

E’ lungo e complesso, ed è stato culturalmente fecondo ma anche precursore, il rapporto di Venezia con la comunità ebraica. Ne parla Francesco Jori ne “1516 Il primo ghetto”. PAOLO MALAGUTI

20.01.2017 - Paolo Malaguti
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Bartolomeo Bezzi, Venezia scomparsa (1887)

È il 1° aprile del 1516. Siamo a Venezia. Tra i banchi del mercato di Rialto, nei principali campielli, sui ponti più trafficati della città i banditori della Repubblica danno lettura, per tutta la mattina, di un decreto del Senato destinato a segnare nel profondo la storia dell’intero Occidente. Queste le parole con cui lo storico Marin Sanudo riporta il fatto: “In questa matina fo fate le cride, justa la parte presa in Pregadi, che tutti li zudei vadino a star in Geto, et questo in termine de zorni 10”.

Cinquecento anni dopo il Ghetto, zona di Venezia così chiamata già prima dell’insediamento della comunità ebraica per la presenza di una fonderia (dall’azione del “getto” del metallo fuso negli stampi), è ancora lì. Le porte di accesso, che dovevano essere chiuse al tramonto e riaperte all’alba, non ci sono più, sono state bruciate il 10 luglio del 1797, all’indomani della caduta della plurisecolare macchina statale veneziana. I cardini arrugginiti però, ai lati dell’accesso alla calle che introduce in quel micro-macrocosmo, si vedono ancora oggi e, come ogni altra parte di Venezia, sembrano pronti a raccontare una lunga storia a chi accetti la sfida di non camminare a testa bassa, dribblando i venditori e le frotte eterne di turisti, e si fermi per leggere le pietre.

Cinque secoli non sono pochi, e fortunatamente le iniziative promosse per commemorare la storia del rapporto profondo e complesso tra la Serenissima e la comunità ebraica lagunare sono state davvero pregevoli, e tra tutte vale la pena di citare, per la varietà dei documenti e la modernità dell’allestimento, la mostra “Venezia, gli ebrei e l’Europa. 1516-2016”, tenutasi presso Palazzo Ducale.

Nella pletora di pubblicazioni che normalmente (e fortunatamente) accompagnano tali eventi, è senza dubbio utile segnalare il nuovo libro di Francesco Jori, 1516 Il primo ghetto – Storia e storie degli Ebrei Veneziani, della bella e dinamica Edizioni Biblioteca dell’Immagine di Pordenone (pagg. 264, euro 10).

Il libro già dal titolo rivela la complessità del tema: con “primo ghetto”, infatti, l’autore può fare riferimento al modello che Venezia offrì, come si vedrà nel bene e nel male, a simili esperienze successive in tutta Europa. Ma fa anche riferimento alla complessità tutta veneziana del fenomeno, sia in senso spaziale (a ben vedere di ghetti a Venezia ce ne furono tre, nell’ordine: il Nuovo, il Vecchio e il Nuovissimo), sia in senso temporale, poiché quello che a noi oggi può apparire un viaggio liscio e ininterrotto di 281 anni e tre mesi, si rivela nei fatti estremamente articolato e per così dire irregolare, costituito di continui alti e bassi nei rapporti tra comunità ebraica e autorità pubblica, di momenti di crisi che lasciano presagire più volte una chiusura definitiva del ghetto, peraltro sempre cercata dall’ala più intransigente della classe dirigente veneziana, con una conseguente espulsione degli ebrei da Venezia, e di momenti, invece, in cui appare evidente quanto Venezia goda (specie in termini economici) della presenza ebraica nel tessuto urbano, e quanto gli ebrei veneziani, di rimando, traggano beneficio da un ambiente che, sia pure a fasi alterne, permette loro di esercitare l’arte del cambio, commerciare in “strazarìa”, far studiare i propri figli, stampare libri, crescere numericamente fino a raggiungere l’apice demografico verso la metà del ‘600, con 5mila anime ospitate negli spazi, fin troppo limitati, del Ghetto, costretto dunque a quella “crescita verticale” dei fabbricati ancora oggi visibile, e che segnò la nascita di quella che Jori definisce una “New York” lagunare, tanto per la presenza appunto di prototipi di grattacieli, quanto per il dinamismo economico e culturale che lì si respirava. 

Francesco Jori non si tira indietro di fronte a tale complessità, accetta la sfida di un racconto (e difatti il sottotitolo parla di “storia e storie”) che, pur non rinunciando alla precisione del costante rimando alle fonti, non si fa mai saggio prolisso e iperspecialistico, ma rimane narrazione chiara, distesa e in più punti godibile degli eventi, degli uomini, dei destini che, come sempre accade nella Storia, talvolta si seguono, qualche altra si contraddicono, sempre si incrociano traendo uno luce dall’altro.

In primo luogo la storia di Jori destruttura con ricchezza di dati il luogo comune del ghetto come spazio di chiusura e segregazione. “Realtà porosa” la definisce più volte l’autore, riconducendo le ragioni di tale permeabilità, in ultima analisi, alla realpolitik della Serenissima, uno stato in grado di dare il ben servito, se serve, anche al Papa in persona, facendo evidentemente conto su dei cittadini che, in qualche modo, si riconoscono prima figli di San Marco che cattolici romani; o che combatte il Turco un anno sì e uno no continuando nondimeno a essere il primo partner commerciale degli “infedeli”. Questa Venezia non accoglie gli ebrei quando il resto d’Europa li scaccia in quanto animata da buoni propositi ecumenici; semplicemente capisce, e poi sperimenta fino alla sua caduta, che ospitare gli ebrei significa poter avere a disposizione, per utilizzare l’efficace immagine di Jori, un “bancomat” illimitato a proprio uso e consumo. E impressiona vedere quante decine di migliaia di ducati gli ebrei abbiano “volontariamente” dovuto versare nelle casse della Serenissima, nei momenti di crisi, per vedersi rinnovate le “condotte” per qualche altro anno. Una mutua utilità, quindi, un patto che, per certi aspetti, per resistere ha bisogno di una comunità ebraica che non si integri troppo, che non possa investire in beni immobili per mantenere liquida la propria ricchezza, che non si senta mai troppo al sicuro, per poterla, di fatto, ricattare a tempo debito.

La seconda grande sfida che Jori vince brillantemente nel suo lavoro riguarda i “prima” e i “poi”. Il suo saggio, cioè, non si limita a raccontare il Ghetto, ma cerca a più riprese, e da più punti di vista, di individuarne le radici, le cause profonde, gli aspetti per così dire apparentemente secondari del fenomeno, spingendosi poi agli esiti meno visibili e più inattesi, fino alle soglie della contemporaneità.

E così da un lato percorriamo le presenze ebraiche a Venezia e nel Veneto fin da medioevo, scoprendo, ad esempio, che nell’Università di Padova tra il 1517 e il 1721 saranno ben 229 i laureati ebrei, specie in medicina, e che gli studenti ebrei non erano obbligati a indossare i segni di riconoscimento (berretti o stemmi applicati alle giubbe) altrove previsti. Dall’altro assaporiamo la lingua che gli ebrei veneziani parlavano, un affascinante pastiche di sintassi veneziana con inserti lessicali ebraici, ancora viva (ma chissà per quanto?) in qualche anziano di Venezia e, cosa meno nota, creditrice, nei confronti del dialetto veneto, di termini ancora oggi comuni come “suca baruca” (ossia zucca santa, da baruch, santo, benedetto). E infine arriviamo anche ai giorni nostri, specie nella profonda introduzione di Enzo Pace e nella lucida intervista, posta in chiusura al volume, con Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Biblioteca Archivio “Renato Maestro” della Comunità ebraica di Venezia.

Il terzo grande pregio del volume di Jori risiede nella freschezza immediata dello stile giornalistico e a tratti quasi d’inchiesta, in grado di risolvere con acume e lucidità, nella densa semplicità di una sola frase, aspetti anche complessi di dinamiche politiche o economiche, pur senza rinunciare, come già detto, alla citazione dalle fonti, al confronto critico tra le stesse, all’esattezza del dato.

Non è giusto ridurre 1516 Il primo ghetto a un’opera meramente divulgativa. Della divulgazione possiede la chiarezza di linguaggio, la facilità di accesso e l’ampiezza dei temi trattati, che arrivano addirittura a farci conoscere, in appendice, una silloge allettante di ricette della cucina ebrea veneziana, nella quale si ribadisce la presenza, evidente anche nei cibi, delle molte anime del ghetto, da quella sefardita e ispanica, più speziata e ricca di pesce, a quella ashkenazita e germanica, cultrice della carne d’oca; ma il libro procede oltre, arriva ad abbracciare un fenomeno estremamente complesso e articolato nel tempo e nello spazio senza scontare nulla, procedendo tra i fatti e le ipotesi con grande chiarezza, ribadendo in più punti certi snodi concettuali particolarmente rilevanti, o riproponendo figure di spicco, illuminandole, in più capitoli, da prospettive differenti, e donandoci così, pur nella rapidità di lettura delle 264 pagine, un viaggio sontuoso e profondo, un affresco disteso eppure particolareggiato di una pagina tra le più ricche, e ancora oggi tra le più vive, delle storie millenarie di Venezia da un lato e dei figli di Israele dall’altro.

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