LETTURE/ Il naufragio dell’Europa secondo Ezra Pound

Neri Pozza ha pubblicato una raccolta di Ezra Pound, “Dal naufragio di Europa. Scritti Scelti 1909-1965”. Il ritratto di un intellettuale libero dagli schemi. DOMENICO BILOTTI

22.01.2017 - Domenico Bilotti
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Foto: LaPresse

La curiosità intellettuale ha spesso consentito a Giorgio Agamben di essere pensatore realmente fuori dai luoghi comuni. Agamben ha riscoperto autori fondamentali e misconosciuti della tradizione canonistica, ha fornito un’interpretazione finalmente sistematica del situazionismo, ha realizzato incursioni non occasionali nell’estetica e nella cinematografia. Non sorprende che oggi si intesti il merito di introdurre una monumentale raccolta a firma di Ezra Pound (Dal naufragio di Europa. Scritti Scelti 1909-1965, Neri Pozza, 2016), nome tabù per gli ambienti di sinistra — vuoi perché strumentalizzato a destra, vuoi perché, negli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale, davvero Pound cedette al fascino dell’autoritarismo che, invero, non apparteneva appieno al suo dna. 

L’antologia così raccolta ha il pregio di mostrare un Pound a tutto tondo, fuori dalle polemiche politiche nelle quali, a prezzo di pesanti condanne personali, lo stesso Pound sembrava particolarmente bravo ad infilarsi. 

Negli scritti selezionati c’è spazio per una enorme quantità di temi, tutti trattati con la stessa vis retorica, col medesimo piglio risentito e inacidito contro l’élite accademica e quella editoriale, con la stessa erudizione — le note a piè di pagina, numerosissime, ci confermano che Pound è solo occasionalmente in errore sulle citazioni, spesso incredibilmente ricercate e rare: medie impensabili per qualunque accademico oxoniense. 

Al di là, poi, del modo in cui lo stesso Pound sceglie i propri saggi, i temi rilevanti nel volume si trovano in ciascuna sezione e sono a volte ripetuti in modo persino ossessivo. Enumeriamo: la riscoperta della tradizione trobadorica (senza dimenticare il raffronto costante con la produzione lirica di Guido Cavalcanti), anche sotto il profilo stilistico; l’elogio dell’etica confuciana perseguito con una dedizione esegetica superiore alla maggior parte dell’orientalistica coeva; la condanna senza appello dell’usura, sia come pratica sociale, sia come aspettativa di profitto inscritta nell’ordine neoliberale. 

In più, leggere Pound consente di sfatare alcuni luoghi comuni, che circolano ormai indisturbati, sull’eclettico studioso a lungo vissuto in Italia. Le istanze antisemite o, più genericamente, antiebraiche sono assai limitate, anzi in un paio di circostanze Pound finisce per echeggiare Péguy, e il suo apprezzamento per la tradizione errante e non bellicosa dell’ebraismo nella storia. Non sono rarissime le osservazioni critiche nei confronti della tradizione devozionale islamica, e anche questo ci pare un dato inedito, visto che l’elogio della cultura araba è comunque ben presente nella cultura “alta” della destra sociale (non solo in Italia). La critica al sistema statunitense, al contrario, non si gioca sulla preconcetta ostilità al liberalismo politico — dottrina politologica che pure Pound avversa; ben più radicalmente, Pound dedica le osservazioni più feroci all’industria culturale e alle riviste specialistiche. La prima già proclive alle sollecitazioni del consumo fine a se stesso, le seconde custodi di un’ortodossia sotto la quale si vede, in realtà, ben poca sostanza. 

Sorprese giungono pure nelle osservazioni che Pound dedica al fascismo italiano. Le sue considerazioni non indulgono a mitizzazioni meramente apologetiche. Pound è troppo intelligente per non sapere che, nella presa del potere da parte del fascismo, è fortissimo il ruolo giocato dalla connivenza e dalla compiacenza di pezzi del vecchio apparato liberale. Semmai, ci sembra che Pound ami sottolineare aspetti del fascismo che, pur molto opinabilmente, si avvicinano alla sua idea di Stato ed economia: la politica agraria, la responsabilità sociale dell’impresa, l’elemento normativo ed esemplare insito nell’ambito pedagogico. 

Pound fotografa per decenni il “naufragio d’Europa”; il cedimento valoriale che le si propone non è soltanto un passo indietro rispetto alla sua tradizione elaborativa teologico-cristiana (che Pound considera eccellente nel primo millennio e tutta protesa alla difesa di un ordine giuridico-gerarchico nel secondo). Piuttosto, è la conferma dell’incapacità di produrre nuovo genio, nuova prospettiva di ricerca e sperimentazione stilistica, rinnovata dedizione verso lo studio del classico. In fondo, nella burrasca di questi anni, sembra che Pound appunti la sua attenzione solo a rivoli inessenziali della mareggiata. In modo sicuramente contestabile, tuttavia, ne coglie appieno la più intima e orribile origine. Dimenticare la fatica della creazione e quella, non meno dura, della creatività.   

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