GRAZIA DELEDDA/ Da “Canne al vento” a “Cenere”: la ‘moderna’ umanità nei romanzi

- Vittorio Crippa

Grazia Deledda, a 90 anni dal Nobel torna di attualità la scrittrice sarda più tormentata grazie al logo di Google che le dedica una semplice icona. Scrisse splendidi racconti di Natale

grazia_deledda_volto_mano_web
Grazia Deledda

Sono tanti i romanzi che Grazia Deledda ha regalato ai posteri, con una straordinaria “modernità” che forse all’epoca non era ancora compresa fino in fondo nell’incredibile opera di tematiche universali e “senza tempo”. I più grandi romanzi scritti dalla Deledda restano nelle biblioteche e librerie di tutto il mondo, con un successo di pubblico che nei decenni ha fatto della scrittrice sarda una delle menti femminili più fulgide del Novecento. Da “Canne al vento”, con una Sardegna descritta come “biblica”, fragile e sempre più battuta dalla sorte apparentemente avversa, fino a “La madre” – Un romanzo di fede e di peccato, prostrazione e letizia, timori taciuti e passioni che irrompono incontrollate – passando per il capolavoro “Cenere” con uno dei passaggi più poetici della prosa deleddiana, «Cadeva la notte di San Giovanni. Olì uscì dalla cantoniera biancheggiante sull’orlo dello stradale che da Nuoro conduce a Mamojada, e s’avviò pei campi. Era una ragazza quindicenne, alta e bella, con due grandi occhi felini, glauchi e un po’ obliqui, e la bocca voluttuosa il cui labbro inferiore, spaccato nel mezzo, pareva composto da due ciliegie. Dalla cuffietta rossa, legata sotto il mento sporgente, uscivano due bende di lucidi capelli neri attortigliati intorno alle orecchie: questa acconciatura ed il costume pittoresco, dalla sottana rossa e il corsettino di broccato che sosteneva il seno con due punte ricurve, davano alla fanciulla una grazia orientale. Fra le dita cerchiate di anellini di metallo, Olì recava striscie di scarlatto e nastri coi quali voleva segnare i fiori di San Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d’asfodelo da cogliere l’indomani all’alba per farne medicinali ed amuleti». (agg. di Niccolò Magnani)

IL NOBEL E IL CLUB DEI 6

Con il Nobel vinto nel 1926 Grazia Deledda entrò in un ristrettissimo club che oggi potremmo direi “dei 6”: cosa intendiamo? Ma ovviamente il numero dei grandi autori che sono riusciti nell’impresa di guadagnarsi il merito mondiale di un Premio Nobel per la letteratura. L’opera, la poetica, il valore umano e letterario: c’era tutto in Grazia Deledda che ai posteri ha lasciato capolavori senza età, e non solo “Canne al vento”. Con la scrittrice sarda, anche Giosuè Carducci nel 1906, Luigi Pirandello nel 1934, Salvatore Quasimodo nel 1959, Eugenio Montale nel 1975 e Dario Fo poi nel 1997. Come si può notare, Deledda fu e rimane anche oggi l’unica donna italiana ad avere vinto il Nobel per la letteratura. Se si allarga il piano anche alle altre categorie del Nobel, solo un’altra donna genio nella storia è riuscita nell’impresa: Rita Levi Montalcini per la fisiologia e la medicina nel 1986. (agg. di Niccolò Magnani)

LA SARDEGNA E “L’ETERNO DRAMMA DELL’ESISTERE”

La scrittura di Grazia Deledda affonda le sue radici nella conoscenza della tradizione sarda. La Sardegna è per la scrittrice, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1926, un luogo mitico, una terra senza tempo “in cui si consuma l’eterno dramma dell’esistere”. Di questa regione amava ricordare “la saggezza profonda ed autentica, il modo di pensare e di vivere, quasi religioso di certi vecchi pastori e contadini sardi”. Erano uomini senza cultura, ma da alcuni di loro Grazie Deledda ha imparato “verità e cognizioni che nessun libro” le ha rivelato “più limpide e consolanti”. Si tratta di grandi verità fondamentali che “i primi abitatori della terra dovettero scavare da loro stessi, maestri e scolari a un tempo, al cospetto dei grandiosi arcani della natura e del cuore umano…”. Non tutti i conterranei compresero il valore delle sue opere. Anzi, gli intellettuali sardi del suo tempo si sentirono traditi, ad eccezione di pochi. I suoi concittadini pensavano che descrivesse la Sardegna come una terra rude e rustica, quindi arretrata, ma invece lei aveva riconosciuto una saggezza autentica. (agg. di Silvana Palazzo)

IL “RISCHIO’ DI DIO E DELLA FEDE TRA DOLORE E INGIUSTIZIE

Grazia Deledda spesso nei suoi romanzi e poetiche raccoglieva la sfida religiosa della domanda delle domande: Dio esiste, guardando il male, il dolore e le ingiustizie che ogni giorno il mondo ci propone davanti? All’interno del romanzo “Elias Portolu” è la stessa scrittrice che immette tra le righe del racconto un giudizio molto tormentato e delicato al tempo stesso: «In realtà il sentimento di adesione o repulsione autorale rispetto a questo o a quel personaggio, trova nella religiosità professata e vissuta, una delle discriminanti di fondo. Di fronte al dolore, all’ingiustizia, alle forze del male e all’angoscia generata dall’avvertito senso della finitudine, l’uomo può soccombere e giungere allo scacco e al naufragio, ma può altresì decidere di fare il salto, scegliendo il rischio della fede e il mistero di Dio». Poche righe più tardi, si legge ancora, «Altri tormenti vive chi, nel libero arbitrio, ha scelto la via del male, lontano dal timor di Dio e dal senso del limite, e deve sopportare il peso della colpa e l’angoscia del naufrago sospeso sull’abisso del nulla». (agg. di Niccolò Magnani)

IL REALISMO E LE DEDICHE AI NARRATORI RUSSI

Il rapporto tra la Sardegna e la Russia tra fine Ottocento e inizio Novecento era reso possibile da Grazia Deledda: l’improbabile paragone tra le due culture così diverse per storia, “numeri” e caratteristiche è reso possibile dall’opera e le genialità della piccola scrittrice sarda. Quando infatti ancora collaborava con alcune riviste di moda dell’epoca, la Deledda si rese conto che in Italia esisteva ancora un forte lato di “prosa stucchevole” tra giornali e letteratura dell’epoca che rendeva assai lontana la realtà vera da quella raccontata. La società povera e quella in crisi volevano essere rappresentate meglio e in maniera più veritiera: il “verismo” e “realismo” della Deledda vede nei geni della letteratura russa un’ispirazione e un obiettivo. «L’intero romanzo è una celebrazione del libero arbitrio. Della libertà di compiere il male, ma anche di realizzare il bene, soprattutto quando si ha esperienza della grande capacità che il male ha di comunicare angoscia. Il protagonista che ha commesso il male non consente col male, compie un viaggio, doloroso, mortificante, ma anche pieno di gioia nella speranza di realizzare il bene, che resta la sola ragione in grado di rendere accettabile la vita», scriveva Nicola Tanda nel saggio “La Sardegna di Canne al vento”, un commento critico sulla maggiore opera mondiale della Deledda. Memorie di Dostoevskj, confronto con Tolstoj e sguardo rivolto al realismo del racconto russo. La stessa Grazia Deledda in una lettera comunicava l’intera sua dedica all’opera tolstojana e dostoevskiana: «Ai primi del 1899 uscirà La giustizia: e poi ho combinato con la casa Cogliati di Milano per un volume di novelle che dedicherò a Leone Tolstoi: avranno una prefazione scritta in francese da un illustre scrittore russo, che farà un breve studio di comparazione fra i costumi sardi e i costumi russi, così stranamente rassomiglianti». (agg. di Niccolò Magnani)

LA “PICCINA” SULLE SPALLE DEI GIGANTI

Siamo nani sulle spalle dei giganti: quante volte abbiamo sentito e imparato questo aforisma-verità nei nostri passati anni scolastici? Ebbene, per Grazia Deledda forse quell’aforisma di Bernardo di Chartres – che esprime tutta la riconoscenza degli uomini e donne di cultura “contemporanei” nei confronto dei “giganti” della storia dell’umanità – vale davvero, in una forma che lei stessa riconduce alla propria esperienza personale, geografica e anche letteraria. «Io non sogno la gloria per un sentimento di vanità e di egoismo, ma perché amo intensamente il mio paese, e sogno di poter un giorno irradiare con un mite raggio le fosche ombrie dei nostri boschi, di poter un giorno narrare, intesa, la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera e primitiva ignoranza», scriveva di sé la grande scrittrice e premio Nobel italiana. Anzi, sarda, come amava definirsi già verso i vent’anni, dove aveva ben chiaro l’obiettivo dei suoi anni futuri: «Avrò tra poco vent’anni, a trenta voglio avere raggiunto il mio sogno radioso quale è quello di creare da me sola una letteratura completamente ed esclusivamente sarda.Sono piccina piccina, sa, sono piccola anche in confronto delle donne sarde che sono piccolissime, ma sono ardita e coraggiosa come un gigante e non temo le battaglie intellettuali». Una “nana-piccina” che si sente gigante: lo spirito giusto per la “conquista” del proprio tempo. (agg. di Niccolò Magnani)

UN NOBEL IN RITARDO E UN VALORE AGGIUNTO

Un Premio Nobel vinto “in ritardo”, un’assegnazione molto particolare quella del 1926 che vide Grazia Deledda trionfare per la letteratura così forte e “passionale”, ma il tutto “riconosciuto” un anno dopo. La curiosità racconta di un mondo, quello degli Anni Venti-Trenta in cui, al netto delle tensioni politiche e storiche, la cultura era una cosa seria e tenuta in forte considerazione. Tanto che siccome l’Accademia svedese non trovava nel 1926 un candidato “idoneo” per meritare il Nobel della Letteratura, decise di “tenerlo” un anno in più e riservarsi più tempo per poter decidere a chi doveva andare. Questo fatto curioso diede ancora più importanza e seguito al premio consegnato alla Deledda: fu infatti scandagliata perfettamente la sua arte letteraria per vedere se poteva meritare quel premio più di tutti, e così avvenne. «Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un altro ideale, che ritirare in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano»: con queste parole l’Accademia conferì a Grazia Deledda il Nobel. Un anno in ritardo, ma con un valore di fatto “raddoppiato”. (agg. di Niccolò Magnani)

L’UMANITÀ SPERANZOSA

Grazia Deledda ha vinto il Nobel per la letteratura esattamente 90 anni fa. La scrittrice sarda, seconda donna ad aver vinto questo prestigioso premio, era donna e artista dalla potenza lirica non comune e dall’animo inquieto capace di impressionare altrui suoi illustri contemporanei – e ben prima della ribalta del Nobel. Artisticamente Gorkij riteneva Grazia Deledda e Selma Lagerlof (la prima donna ad aver vinto il Nobel per la letteratura, curiosamente una scrittrice svedese) «due scrittrici che non hanno rivali né nel passato, né nel presente: Selma Lagerlof e Grazia Deledda. Che penne e che voci forti! In loro c’è qualcosa che può essere d’ammaestramento anche al nostro mužik», diceva a una giovane scrittrice esordiente. E Grazia Deledda una penna forte lo è davvero, come anche un’anima decisamente tormentata e combattuta tra un sentimento religioso poderoso e un fatalismo esistenziale che rende quasi superfluo quel suo ossessivo senso del peccato e della colpa. Difficile sintetizzare in poche generiche righe tutte le pieghe, le contraddittorietà e gli attriti dell’animo di questo acutissimo sentire esistenziale, quello che cercheremo di fare nella giornata di oggi è tracciare un percorso attraverso alcune sue opere, commenti ed aforismi che la vedano in qualche modo protagonista.

I RACCONTI DI NATALE DI GRAZIA DELEDDA

I racconti di Natale sono dieci straordinarie novelle di Grazia Deledda unite dal riferimento, più o meno marcato, al Natale. Pubblicate in sei diversi volumi usciti tra il 1905 e il 1930, contengono tutto il mondo umano e poetico (il bene, il male, il sentimento religioso, il peccato, il senso di colpa, il paesaggio mitizzato) della grande scrittrice sarda. In questi racconti è possibile scorgere quel lirismo e quella tensione etica che caratterizzano i romanzi più famosi e che indussero un importante critico come Attilio Momigliano a definire la Deledda “un grande poeta del travaglio morale”. In particolare, “il dono di Natale”, una storia apparentemente semplice e quasi ingenua, ci porta nel cuore della Sardegna della Deledda, una terra fatta di profumi, concretezza e – a suo modo – ruvida. Una esistenza ridotta all’essenziale materiale, ma grondante speranza per il futuro, quella dei pastori sardi. Grazia Deledda ci conduce nelle abitazioni di due bambini, Felle e Lia, vicini di casa ed entrambi di umili origini. È la vigilia di Natale ed essi stanno vivendo l’attesa di un regalo misterioso. È una festa diversa rispetto a quella degli anni precedenti: un Natale speciale celebrato nella speranza che qualcosa accada. La famiglia di Felle è in attesa di conoscere il fidanzato della figlia che, insieme al nonno, arriverà da loro per la cena. I cinque fratelli maschi, fra cui l’undicenne Felle, hanno abbandonato gli ovili per trascorrere il Natale a casa, desiderosi di conoscere questo uomo molto ricco con cui la loro unica sorella si sposerà. La vigilia di Natale di questa famiglia coincide, quindi, con la gioia di una festa di fidanzamento. La casa di Lia invece avvolge la propria attesa nel mistero e sarà proprio Felle a scoprire qual è il regalo che tutti aspettano con trepidazione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori