STORIA/ Piave 1917, la Grande Guerra degli italiani diventata spazzatura

- Alberto Leoni

Perché oggi il senso della parola “Caporetto” è più conosciuto di quello di “Linea del Piave”? Per rispondere, occorre domandarsi cos’è la patria per gli italiani. ALBERTO LEONI (1)

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Alpini italiani durante la prima guerra mondiale (Foto dal web)

Per chi ha sessant’anni e più di età e ha vissuto le trasformazioni del nostro Paese (boom economico, contestazione, terrorismo, morte della grande politica) è sempre più difficile sentirsi ancora italiano. O meglio: l’Italia è attualmente abitata da una larga maggioranza di apolidi culturali, cittadini italiani di diritto ma che, se fossero sottoposti a un esame che certifichi la loro comprensione e accettazione della storia patria, sarebbero probabilmente bocciati. Un esame che molti immigrati supererebbero brillantemente. E questo non vale solo per la gran massa di individui il cui orizzonte è totalmente occupato da un lavoro sempre più difficile e da un fine settimana in cui concentrare i bisogni della propria famiglia: vale anche per la classe politica, per i governanti e le alte cariche dello Stato. In quale Stato europeo si potrebbe tollerare la gazzarra di femministe che, l’8 marzo scorso, hanno alzato la gonna sull’Altare della patria per “rivendicare i propri diritti”? Oppure ministri e responsabili che, così tolleranti nei confronti di questo oltraggio, otto mesi dopo sollevano una baraonda carnevalesca per una bandiera del “Secondo Reich” in una caserma dei carabinieri?

Dobbiamo accettare il fatto. Chi ancora parla di Patria è un isolato, membro di una razza in estinzione che dovrebbe essere messa sotto protezione dal Wwf, come il panda rosso o il rinoceronte bianco. Eppure in altri paesi essere patrioti non è sinonimo di fascismo. Esiste una linea ininterrotta che va da Victor Hugo che, nella pagine finali dei Miserabili, osserva come l’unica fidanzata del sublime Enjorlas sia la “Patrie”, alla Marsigliese cantata dagli spettatori che uscivano dallo stadio di calcio dopo l’attentato di novembre 2015 a Parigi. Ed esiste una linea culturale mai spezzata, dall’inno britannico di un secolo fa “I vow to thee my country” al film Dunkirk e al volto estatico del comandante Bolton, interpretato dall’immenso Kenneth Branagh, che esclama “la Patria!” quando vede arrivare le imbarcazioni private a salvare 300mila soldati e a porre la prima pietra per quel monumento alla libertà che fu la vittoria sul nazismo.

La riprova è il livello del dibattito sul centenario di Caporetto e su una data così importante per la storia italiana. Tanto che, ormai, il senso della parola “Caporetto” è più conosciuto e diffuso di quello di “Linea del Piave”. Dopo il 24 ottobre scorso l’argomento è caduto di interesse mentre, proprio cento anni fa, gli italiani, in primis i militari al fronte, poi tutti gli altri, realizzavano un’impresa epica, resistendo in condizioni disperate contro le truppe austro-tedesche, più addestrate e meglio armate dopo l’annientamento della nostra seconda armata. Per fortuna, ancora una volta, la cultura britannica ci viene incontro con quel “fair play” di cui è capace come nessun’altra. Lo storico inglese John Wittham nel suo Storia dell’esercito italiano (Rizzoli, 1979) al termine di una disamina asciutta e pragmatica, afferma che “Caporetto provocò l’insorgere di quello che noi inglesi chiamiamo “lo spirito di Dunquerque” (p. 312-313). E il generale tedesco Krafft von Dellmensingen, tra gli autori del trionfo di Caporetto, ebbe a scrivere che “Il Monte Grappa divenne il Monte sacro degli italiani i quali, a buon diritto, possono andar fieri di averlo vittoriosamente difeso contro gli sforzi della migliori truppe austroungariche e dei loro camerati tedeschi”. 

Uno spirito e una consapevolezza ormai perdute e tutto negli ultimi cinquant’anni, giacché nel 1968 l’Italia repubblicana e democratica ricordava ancora quegli eventi con orgoglio e passione. Cosa è accaduto da allora? Probabilmente la causa principale è la schizofrenia tipica degli italiani, incapaci di conciliare ciò che di contraddittorio c’è nell’esistenza. Bene e male sono sempre mischiati tra loro ma per fare sintesi bisogna studiare e pensare e gli italiani contemporanei non amano fare né l’uno né l’altro.

Per troppo tempo il velo della vittoria ha celato la spietatezza dei generali, la loro crudele indifferenza alle condizioni dei soldati, la cieca giustizia militare che puniva con la fucilazione, addirittura con la decimazione, uomini che compivano il proprio dovere in condizioni da noi, oggi, non più immaginabili. Ci è stata nascosta per decenni la stupidità di comandanti e politici, l’arricchimento dei “pescecani”, il benessere degli imboscati e i caduti in guerra ebbero il titolo sempiterno di “fessi”. Aggiungiamo un pacifismo di provenienza “sinistra” e che si può sintetizzare in quella sentenza micidiale di Bertoldt Brecht: “Sventurato un popolo che ha bisogno di eroi”. Un frase intellettualmente criminosa in quanto dimentica che un popolo è perduto se non trova eroi al momento del bisogno. Senza Falcone e Borsellino l’Italia sarebbe sicuramente molto, ma molto peggiore di come è oggi. E va aggiunta quell’ideologia anti-stato propria di tanto cattolicesimo d’antan, secondo cui l’Austria cattolica era da preferire a un’Italia dominata dai massoni e che l’impero austroungarico fu distrutto non dai propri errori ma da una congiura di grembiuli e compassi.

Miti. Noi italiani viviamo di miti perché sono facili da assimilare. Conoscere la realtà, a volte nel dettaglio, è sicuramente più faticoso e non offre mai certezze totali ma, studiando, si ha la possibilità di mettere insieme una sintesi tenendo conto di tutti i fattori della realtà. Ed è questo l’obiettivo di questa serie di articoli sulla Prima guerra mondiale vissuta dall’Italia, tenendo conto come sia ragionevolmente impossibile sintetizzare una letteratura sterminata sull’argomento. E’ possibile, invece, fornire alcune chiavi di lettura di quegli anni, partendo dai dati storici e lasciando alla responsabilità personale dei lettori seguire piste e compiere approfondimenti.

Possiamo dunque partire da come e perché l’Italia entrò in guerra e partecipò all'”inutile strage”: una definizione, sia detto senza mancare di rispetto a papa Benedetto XV, che sembra presupporre la possibilità di stragi “utili”. Che è il punto nodale della vicenda che andiamo a narrare.

Per l’Italia post-unitaria il difetto, come si dice, “stava nel manico”. In meno di due anni l’Italia era stata unita con una serie di guerre brevi e fortunate e con l’aiuto dell’Impero francese. Ma questa unità, fatta con la forza, e che aveva come conseguenze tasse e servizio militare per popolazioni che vivevano solo di quello che dava loro la terra, fu catastrofica. L’emigrazione massiccia in tutto il mondo comincia con l’unità d’Italia e le genti d’Italia, nel loro complesso, rifiutavano, giustamente, uno Stato che non dava servizi e sviluppo e aggiungeva solo sfruttamento. La debolezza dell’esercito italiano comincia da qui. Ogni brigata era formata da due reggimenti provenienti da regioni diverse: l’obiettivo era amalgamare  veneti e calabresi, piemontesi e siciliani. Inoltre, date le ricorrenti rivolte contadine e operaie, l’esercito venne usato per una repressione senza restrizioni secondo una tradizione che i Savoia hanno perpetuato nel tempo. Tanto che solo dopo la caduta del fascismo, che pure era una dittatura, l’esercito ritornò a uccidere dimostranti nel settembre del 1943 a Reggio Emilia e a Bari, proprio come ai bei vecchi tempi di Bava Beccaris. Soldati piemontesi non avrebbero sparato contro la folla a Torino come fecero i sardi della “Sassari” nel 1917, obbedendo agli ordini ricevuti e facendo 50 morti. Questo rimescolamento di soldati di diverse regioni andò a detrimento della fratellanza d’armi che, invece, era tipica degli alpini o dei reggimenti tedeschi, ad esempio, reclutati su base regionale e che sono sempre stati di esemplare saldezza. 

L’adesione alla Triplice Alleanza (maggio 1882) con l’Impero tedesco e quello austroungarico fu una scelta in funzione antifrancese, tanto che si dovette mantenere una poderosa e costosa flotta per assicurarsi il controllo del Mediterraneo. Tuttavia, mentre i rapporti con la Germania imperiale furono sempre eccellenti, quelli con l’Austria non andarono mai al di là di una diffidenza reciproca nel migliore dei casi: con il risultato che, in funzione antiaustriaca, anche l’esercito dovette essere potenziato con spese militari che arrivarono anche a superare la metà dell’intero bilancio statale.

Va detto che, nello stipulare la Triplice Alleanza, i politici di allora furono quanto mai avveduti e prudenti, molto più di quanto lo furono Mussolini e Ciano nella stipula del Patto d’Acciaio, superiori alla media dei politici della Prima repubblica e imparagonabili rispetto a quelli della Seconda. La Triplice era un’alleanza strettamente difensiva, un capolavoro della diplomazia bismarckiana, tesa a disinnescare un possibile conflitto europeo. Italia e Austria erano due litigiosi “junior partners” che la Germania teneva a freno. Ma le ragioni di conflitto non vennero mai meno, in ragione del fatto che l’opinione pubblica austriaca, dopo aver subito due durissime sconfitte nella seconda guerra d’indipendenza (1859) e nella guerra austro-prussiana (1866) non intendeva più cedere nulla in fatto di autonomia alle nazioni che componevano l’impero, meno che mai agli odiati italiani che venivano visti come profittatori e traditori, spesso con pregiudizi quasi razzisti. Pochi ricordano che il governo di Vienna si era impegnato all’apertura di una facoltà di giurisprudenza per italiani a Innsbruck. La rivolta degli studenti tirolesi degenerò, nel 1902, in scontri di piazza con studenti italiani e della facoltà di diritto non se ne fece più nulla. Altro motivo di contrasto fu la costruzione di una ferrovia (1908) nei Balcani con la quale gli austriaci intralciavano interessi commerciali italiani. Quanto poi al feldmaresciallo Conrad von Hotzendorf, capo di stato maggiore dell’esercito imperiale, va ricordato come abbia suggerito una guerra preventiva contro l’Italia nel 1909 mentre il nostro paese era stato messo in ginocchio dal disastroso terremoto di Messina (dicembre 1908). 

Va detto, tuttavia, che l’imperatore Francesco Giuseppe, per quanto anziano, era più che mai deciso a non provocare una guerra contro l’Italia e provvide a destituire il bellicoso feldmaresciallo. Nel frattempo l’Austria annetteva la Bosnia Erzegovina all’impero senza che l’Italia protestasse per questa alterazione degli equilibri nella regione balcanica. Nel 1909 Austria e Italia si impegnavano a operare nei Balcani in modo concorde, tenendosi reciprocamente informate sulle iniziative dei propri governi.

La situazione internazionale era, comunque, sempre più tesa e sarebbe bastato poco, una mossa azzardata o inconsulta per farla esplodere. E tale mossa venne compiuta proprio dall’Italia con l’invasione della Libia e la guerra contro la Turchia. Nel 1912 la Turchia cedeva la regione all’Italia ma la debolezza dimostrata dall’impero ottomano portò alla prima guerra balcanica. Le forze alleate di Bulgaria, Serbia, Grecia e Montenegro sconfissero l’esercito turco e misero fine al dominio ottomano nei Balcani. Subito dopo la Bulgaria dovette subire l’attacco delle ex alleate nella seconda guerra balcanica (1913) instaurando così un nuovo elemento di tensione. 

Tutto era pronto per il dramma del 28 giugno 1914 quando un irredentista serbo assassinò l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie a Sarajevo. Un conflitto balcanico sembrava inevitabile. Ben pochi potevano prevedere come questo sarebbe diventato un olocausto europeo al quale il governo italiano non aveva alcuna intenzione di prendere parte, dato lo stato pietoso delle nostre forze armate dopo la guerra di Libia.

(1 – continua)

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